Verso l’esame alla camera

Si avvicina il momento in cui, dopo l’ap­provazione ottenuta in Senato, si co­mincerà, presso la Camera dei deputati, a discutere il disegno di legge sulla fine del­la vita umana: prima in Commissione, poi in Aula. E già, da diverse parti, si sta ria­prendo un dibattito finalizzato ancora u­na volta a degradare la sostanza biopoliti­ca del confronto, riducendolo a un enne­simo scontro tra guelfi e ghibellini. Impo­stando così la questione, una cosa sola è certa: vincano gli uni o vincano gli altri, sarà la bioetica a perdere, perché le ripu­gna ridurre nei confini soffocanti dell’ i­deologia questioni come l’autodetermi­nazione, l’accanimento, l’abbandono te­rapeutico, il destino della medicina nel­l’età della tecnica.

Spiace perciò dover prendere atto dell’a­credine e perfino dell’aggressività con cui molti laicisti (ma per fortuna non tutti!) cercano di riportare il dibattito sorto a se­guito della vicenda Englaro alla stanca, e­sasperante e infondata conflittualità tra cattolici e laici. È indubbio che i temi lega­ti alle questioni giuridiche sulla fine della vita umana sono di quelli che dividono: non dividono però per ragioni confessio­nali, ma per la diversa valutazione della configurazione etica che vengono ad as­sumere nel mondo d’oggi le trionfanti tec­niche biomediche.

Questo è il cuore del problema ed è un problema strettamen­te bioetico e non religioso, come dimostra il fatto che in bioetica ogni riferimento alla Scrittura, ai dogmi, ai Concili, al ma­gistero della Chiesa viene sempre dopo un buon uso della comune e condivisa ragione morale. Alcuni esempi? Non perché sia ripugnan­te alterare il progetto di Dio sulle sue crea­ture che si deve dire di ‘no’ all’eugeneti­ca, ma per la rischiosissima alterazione del­l’eguaglianza alla nascita tra gli uomini che l’eugenetica porta inevitabilmente con sé.

Non perché sia sacra a Dio, non per com­piacere i credenti, la vita va difesa nelle mo­derne democrazie, ma perché è indispen­sabile limitare il potere biopolitico dello Stato. Non perché si voglia difendere col codice penale il proprio credo religioso che si deve dire di ‘no’ a qualsiasi forma, e­splicita o implicita, di eutanasia, ma per­ché questo ‘no’ sta alla base della plurise­colare, laicissima medicina ippocratica e del principio di garanzia che la sostiene.

La laicità non consiste nel ridurre lo Stato a mero e freddo garante formale della coe­sistenza sociale, ma nel riconoscergli tra le tante funzioni quella preminente di ga­rantire un’etica pubblica oggettiva e con­divisa, che ha la sua sostanza in un fermo sì alla tutela dei diritti umani e in un no, al­trettanto fermo, alla pena di morte, al com­mercio di organi, alle mutilazioni sessua­li, a qualsiasi manipolazione non terapeu­tica del corpo umano, anche se libera­mente volute da persone adulte, informa­te e consenzienti, pienamente in grado di autodeterminarsi. In questo senso deve muoversi una buona legge sul fine vita. Tutti, cattolici e laici, de­vono battersi perché in essa non vengano a confondersi la sfera del diritto e quella della religione (il reato con il peccato).

Ma tra le due sfere, che vanno tenute accura­tamente separate, c’è quella della bioetica e questa sfera, investendo problemi di re­lazionalità sociale, non può essere messa tra parentesi o venir ridotta al formalismo del diritto, soprattutto da parte di uno Sta­to democratico. Hanno ragione coloro che ci ricordano che la democrazia non può presumersi infallibile, né può pretendere di possedere certezze assolute.

È giustissimo infatti che la democrazia sia portata a du­bitare costantemente di se stessa e sia sem­pre pronta a riconoscere i suoi errori, a ri­tornare sui suoi passi: ma per quanto sia doveroso dubitare sempre della fondatez­za del nostro modo di pensare e di opera­re per il bene, non si è però legittimati a dubitare che il bene esista e a rinunciare ad ogni impegno per realizzarlo.

A meno di non volersi riconoscere come nichilisti. In genere ai laicisti libertari l’epiteto di «ni­chilista » non piace e questo è un buon se­gno. Al di là delle etichette, però, l’unico buon segno in bioetica è quello di un im­pegno fattivo e privo di ogni ambiguità per la difesa della vita.


Francesco D’Agostino da Avvenire