di Marco Respinti
Tratto da La Bussola Quotidiana

Per l’esattezza 527. Tanti sono i casi aperti di discriminazione nei confronti dei cristiani monitorati dal Dokumentationsarchiv der Intoleranz gegen Christen diretto a Vienna da Gudrun Kugler e noto anche con il nome inglese The Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians.

E non in qualche remota regione del mondo particolarmente famosa per la violenza e il fanatismo, ma nella democraticissima, tollerantissima, laicissima Europa. Una cifra record per il nostro mondo apparentemente pacifico e falsamente pacificato.

È il fenomeno orami noto come “cristianofobia” da che il neologismo è stato creato dallo studioso ebreo di diritto Joseph H. H. Weiler, docente alla New York University School of Law, per essere poi introdotto a livello internazionale nel dicembre 2004, dopo la famosa bocciatura di Rocco Buttiglione alla carica di Commissario europeo per avere osato dire di riconoscersi, lui, cattolico, in principì non negoziabili di diritto naturale.

Il triste traguardo raggiunto dal monitoraggio condotto dall’Osservatorio di Vienna dice cioè che la cristianofobia è oggi un tratto distintivo del nostro mondo, di quel mondo che definiamo “civile” e che riteniamo tanto moralmente superiore al resto dell’orbe terracqueo da attribuire a esso il compito di salvaguardare qui diritti intrinseci alla persona umana che invece altre culture e diverse visioni religiose ritengono “eresia” o violazione dei diritti di Dio. È invece proprio qui, nel Vecchio Continente, la patria storica delle istituzioni rappresentative e della cultura dei diritti dell’uomo, che si consumano, sotto gli occhi di tutti ma in maniera così mass-mediaticamente inavvertita da travolgere tutto nell’indifferenza pratica dei più, i maggiori casi di diniego dei criteri minimi di rispetto, di tolleranza e di equità nei confronti dei cristiani. È in Europa che la marginalizzazione dei cristiani dalla vita pubblica – culturale, sociale, politica – di molti, troppi Paesi compie quotidianamente passai da gigante, avvenga essa sul piano morale o su quello più strettamente – tecnicamente – giuridico.

In gran parte, il problema ruota attorno a un falsato criterio di “laicità”, costantemente intesa solo come laicismo: vale a dire, come insegna il magistero della Chiesa cattolica, l’«estromissione della motivazione e della finalità religiosa da ogni atto della vita umana» (beato Giovanni Paolo II [1920-2005], Discorso Sono lieto, del 1° marzo 1991), che secondo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, del 7-12-1965, n. 43). Quando dunque a questa laicità laicista viene per ciò stesso conferito il monopolio della “modernizzazione” e della neutralità delle istituzioni, che sarebbe l’unica garanzia dell’autentico e rispettoso pluralismo, il cristiano che per definizione non può conformarsi alla “mentalità del secolo”, il cristiano che abita e vivifica questo mondo ma che da questo mondo non è ultimamente definito, insomma il cristiano generatore di storia e portatore di un altro criterio risulta solo nemico, quanto meno un ostacolo.

La cristianofobia, pratica e teoretica, si manifesta in molti modi: si va dalle manifestazioni dell’”arte” oltraggiosa cui è data piena possibilità di espressione in nome di una errata concezione delle libertà individuale al tentativo d’imporre norme comportamentali intollerabili, magari anche attraverso direttive “dall’alto”, per esempio imposte dalle istituzioni dell’Unione Europea o dalle sue agenzie. Si susseguono così le ingerenze nell’insegnamento scolastico quando l’educazione sessuale (ben noti i casi che si ripetono in Germania) diviene un grimaldello per esautorare l’istituto familiare, gli sforzi per conformare tutti all’accettazione dell’omosessualismo come fait accompli o le violazioni della coscienza di chi obietta contro aborto, eutanasia, sperimentazioni sugli embrioni umani. Ma è notorio che anche solo un crocefisso appeso in classe viene condsierato sconveniente, né mancano addirittura casi di intemperanza verso le campane della parrocchia che suonano sotto casa o nei confronti dei ragazzi che all’oratorio schiamazzano “molestamente” il pomeriggio…

Del resto, è evidente l’uso terroristico del linguaggio, creato appositamente per generare nel pubblico quel sospetto e quella repulsione che sono utilissimi a lucrare per la causa, con cui i cristiani che si oppongono alla normalizzazione vengono rapidamente deportati dalla ragione al torto per essere stigmatizzati come pericolosi nemici. L’invenzione, per esempio, del termine “omofobia” – un termine antipatico, irritante, evocatore di scenari tetri – per denunciare preventivamente e condannare chiunque si permetta di non essere anche solo semplicemente d’accordo con le nuove frontiere dell’”ideologia di genere” o con l’offensiva vessatoria dei “diritti dei gay” (o della comunità LGBT, lesbiche, gay, bisessuali e transgender) ne è il caso più lampante.

Muovendosi sia sul piano propagandistico della cultura sia nelle aule delle denunce, dei ricorsi e degli appelli, la cristianofobia avanza insomma pericolosamente soprattutto nel mondo democratico.

Per questo l’attività di organismi seri come il citato Osservatorio di Vienna è fondamentale. Il più delle volte, infatti, i casi di abuso contro i cristiani avvengono in maniera apparentemente isolata. Sembrano episodi singoli dovuti a questo o a quel motivo di contenzioso personale (il vicino di casa che s’inquieta, il preside della tal scuola che entra in dissidio con una certa famiglia, il primario di un ospedale che litiga con il paziente tizio). Occorre quindi considerarli nella loro organicità per percepirne l’unità e l’offensiva frontale.

Se non fosse altro, il pregio dell’Osservatorio di Vienna è proprio questo. Svelare il progetto, in sé del tutto scoperto e palese, che cerca di smantellare l’ultima resistenza autenticamente popolare che ancora può opporsi al trionfo del relativismo più smaccato: le persone e le famiglie cristiane – non solo cattoliche, del resto – le quali, capaci ancora di generare comunità, istituti e istituzioni, riescono a frenare l’antiumanesimo.

L’Osservatorio provvede dunque a offrire aiuti legali ai perseguitati, raccordandosi con altre istituzioni che statutariamente forniscono tali servizi ai cristiani vessati; raccoglie e organizza le testimonianze; avverte e sollecita i media. Membro della Piattaforma per i diritti fondamentali della UE-Agenzia dei diritti fondamentali, l’Osservatorio è una organizzazione non governativa totalmente no profit il cui obiettivo principale è quello di fare lobby presso istituzioni quali la UE, l’OSCE, il Consiglio d’Europa, le Nazioni Unite, senza dimenticare le Conferenze episcopali dei diversi Paesi, per ricordare e mostrare che il primo problema di violazione dei diritti umani nell’Europa democratica riguardi i cristiani. Che sono l’unica “minoranza” davvero positivamente perseguitata a motivo di ciò che intrinsecamente è.

In anni recenti all’ONU si è esercitata pressione notevole affinché, accanto all’islamofobia e all’antisemitismo, si iniziasse a parlare seriamente anche della cristianofobia, e risultati apprezzabili sono stato ottenuti: tant’è che oggi la Commissione per i diritti umani dell’ONU, che ha sede a Ginevra, parla regolarmente di «antisemitismo, islamofobia e cristianofobia». Con tutta evidenza, si tratta una significativa vittoria semantica e culturale. Che però oggi la patria della cristianofobia sia l’Europa – la casa comune che, avendo preso sul serio la Rivelazione, ha saputo dare vita a una civiltà autenticamente cristiana, pur segnata dal peccato umano e poi travolta dalle ideologie e dalle ideocrazie – è un fatto allarmante. E non può lasciare tranquilla nessuna persona di buona volontà, qualunque sia il suo dio.