di Gianfranco Amato
Tratto da Il Sussidiario.net il 13 agosto 2010

Cinquecento aborti al giorno. Questa è la drammatica media delle interruzioni di gravidanza in Gran Bretagna. Il dato è di quelli destinati a lasciare il segno nei flussi demografici, soprattutto se si raffronta con la cifra complessiva dei 2.000 neonati che vengono quotidianamente al mondo nel Regno Unito.

A lanciare l’allarme è stato Lord Alton of Liverpool, membro della Camera dei Lord, il quale ha invocato un dibattito nazionale sull’entità di un fenomeno che ha ormai ampiamente superato i limiti della soglia di guardia.

L’Abortion Act del 1967, la legge che ha introdotto l’aborto in Gran Bretagna, era stata previsto per consentire legalmente l’interruzione di una gravidanza in caso di serio rischio per la salute della donna. Le cifre ufficiali, rilasciate da fonti governative, parlano di 6,1 milioni di aborti procurati negli ultimi quarant’anni.

Di questi, soltanto 24.100, ovvero lo 0,4%, sono stati giustificati dalla previsione normativa di tutelare la salute fisica e mentale della madre. Tutti gli altri aborti, infatti, sono stati praticati sulla base di motivazioni di carattere sociale ed economico. Quelle motivazioni che hanno finito, poi, per costituire il pretesto del ricorso agli aborti selettivi.

Lord Alton non ha usato mezzi termini nel denunciare il tradimento dello spirito della legge del 1967, e nell’evidenziare come il numero impressionante di 500 aborti quotidiani significhi che una gravidanza su cinque finisce per essere interrotta. Tutto questo, secondo il nobile parlamentare, rappresenta una vera e propria «bizzarria».

È singolare, infatti, la presenza di un tasso di aborti così drammaticamente elevato in un Paese dove molte donne spendono migliaia di sterline per diventare mamme grazie alla fecondazione artificiale, o per adottare bambini dall’estero, visto che in Gran Bretagna non esistono più minori da dare in adozione.

Non poteva mancare la replica. Kate Smurthwaite, vice presidente dell’associazione pro-choice Abortion Rights, ha contestato le considerazioni di Lord Alton, affermando che non esiste un numero “giusto” di aborti, in quanto «il numero giusto è quello che ogni donna decide o necessita di avere».

Io aggiungerei un’ulteriore bizzarria rispetto a quella segnalata da Lord Alton. Secondo la legge coranica l’aborto è un atto intrinsecamente ingiusto e viene considerato dai musulmani come haram, cioè proibito. È ancora più ingiusto – insegna l’Islam – quando viene praticato adducendo motivazioni sociali o cause economiche, perché in questo caso si trasgredirebbe la parola stessa del Corano, e in particolare il versetto 31 della sura 17: «Non uccidete i vostri figli per timore della miseria […].. Ucciderli è veramente un peccato gravissimo».

I cinquecento innocenti che vengono giornalmente eliminati sono, infatti, pressoché tutti figli di donne occidentali. Nel frattempo, mentre la strage erodiana si ripete quotidianamente, Mohamed è diventato il nome più diffuso tra i neonati maschi di Londra. È due volte più popolare di Daniel, il secondo nome in graduatoria. Le statistiche demografiche, inoltre, registrano che il tasso di natalità delle donne inglesi è di 1.1, mentre quello delle donne musulmane è di 3.4.

I dati ufficiali dell’Office for National Statistics evidenziano che la popolazione musulmana in Gran Bretagna è cresciuta, in quattro anni, di 500.000 persone, passando da 1.870.000 abitanti nel 2004 a 2.400.000 nel 2008. Sempre secondo l’O. N. S. la presenza musulmana nel Regno Unito è aumentata a un ritmo dieci volte superiore rispetto al resto della società, mentre nello stesso periodo il numero dei cristiani è diminuito di 2.000.000 di individui.

Esistono previsioni sull’incremento della popolazione musulmana britannica per il 2023, che spingono alcuni commentatori a parlare di emergenza demografica, se non addirittura di una «demopraphic time bomb».

Alle ultime elezioni politiche tenute lo scorso 6 maggio il numero dei musulmani nel parlamento britannico è raddoppiato. Il governo sovvenziona ed elargisce fondi pubblici a sette scuole islamiche, tra cui l’Al Furqan School di Birmingham, l’Islamia School di Londra e il Feversham College di Bradford.

Il municipio londinese Harrow Council ha appena sottoscritto con la società di catering Harrison’s contratti per la somministrazione di cibo halal, cioè preparato con ingredienti e modalità prescritte dalla legge coranica, per tutti gli studenti, compresi i non musulmani, delle nove scuole elementari pubbliche del circondario.

Sono ufficialmente censite, in tutto il Regno Unito, più di cinquecento moschee, alle quali vengono concesse agevolazioni fiscali, mentre si considera che siano molte di più le moschee non ufficialmente riconosciute. Dei circa mille imam che predicano l’Islam, soltanto trenta hanno ricevuto una formazione religiosa in Gran Bretagna. I matrimoni celebrati secondo il rito islamico sono ufficialmente riconosciuti dall’ordinamento giuridico britannico, così come vengono riconosciuti i riti funebri per i defunti musulmani, ai quali viene riservata, nei cimiteri pubblici, un’area particolare e separata.

È in progetto la costruzione della controversa megamoschea di Abbey Mills, finanziata dal gruppo missionario islamico radicale Tablighi Jamaat, nel quartiere londinese di Newham, zona East End, a cinquecento metri di distanza da dove sorgerà il villaggio Olimpico per i Giochi del 2012. Lo scopo dell’iniziativa, infatti, è di dare una visibilità internazionale alla presenza islamica in Gran Bretagna, attraverso quella che dovrebbe essere la più grande moschea del mondo occidentale, costituita da un edificio principale, una madrassa, residenze per studenti, una biblioteca, un giardino e un centro di accoglienza, per una capienza complessiva di settanta mila fedeli.

Questi dati rendono una semplice evidenza. Mentre da una parte un’intera generazione finisce tra i rifiuti speciali ospedalieri, dall’altra una nuova generazione portatrice di una cultura allogena, avanza a ritmi esponenziali.

Forse ha ragione David Coleman, docente di demografia alla Oxford University, quando spiega che una popolazione in crescita, caratterizzata da una spiccata propensione culturale per la vita, «tende a esprimere una voce sempre più forte in termini politici, quanto meno perché viviamo in una democrazia dove gruppi religiosi e radicali detengono un forte controllo del consenso e, quindi, dei voti».

E conterà sempre di più rispetto a una popolazione che vive una fase calante della propria parabola demografica, e che sembra caratterizzata – tra aborto, contraccezione, eutanasia – da una sorta di necrofilia culturale. I politici britannici sono avvertiti.