di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana il 17 maggio 2011

Il 16 maggio Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti al Congresso Internazionale promosso dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, nel cinquantesimo anniversario dell’Enciclica Mater et magistra del Beato Giovanni XXIII (1881-1963), datata 15 maggio 1961.

Fu un’enciclica che affrontò per la prima volta in modo sistematico il problema della giustizia sociale internazionale ed ebbe grande risonanza anche fuori della Chiesa Cattolica. Il Papa ne propone – come nell’enciclica Caritas in veritate aveva fatto per un’altra enciclica sociale sullo stesso tema, la Populorum progressio (1967) del servo di Dio Paolo VI (1897-1978) – un’interpretazione che ne fa emergere insieme gli elementi di novità e la continuità con il Magistero precedente della Chiesa, secondo un programma di «ermeneutica della riforma nella continuità» che è parte essenziale del pontificato di Benedetto XVI, applicato sistematicamente sia ai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sia al Magistero dei Papi del Concilio, il beato Giovanni XXIII e il servo di Dio Paolo VI.

Il Papa ha definito la Mater et magistra «un documento che conserva grande attualità anche nel mondo globalizzato». Anzitutto, nell’enciclica di cinquant’anni fa, Benedetto XVI vede una prima rivendicazione – a fronte di critiche che iniziavano a manifestarsi – del ruolo della dottrina sociale della Chiesa. Secondo alcuni, infatti, la dottrina sociale della Chiesa era ormai un vecchiume inadatto al mondo moderno e doveva essere accantonata accogliendo al suo posto nella Chiesa la moderna scienza politica fondata sulle ideologie. Al contrario, spiega Benedetto XVI, Papa Roncalli «ha pensato alla Dottrina sociale – anticipando il beato Giovanni Paolo II [1920-2005] – come ad un elemento essenziale di questa missione, perché “parte integrante della concezione cristiana della vita” (n. 206)». Questa espressione – secondo cui, appunto, la dottrina sociale è «parte integrante» del messaggio cristiano – è insieme molto impegnativa ed è il cuore dell’enciclica.

Inoltre, ricorda Benedetto XVI, con la Mater et magistra «Giovanni XXIII è all’origine delle affermazioni dei suoi Successori anche quando ha indicato nella Chiesa il soggetto comunitario e plurale della Dottrina sociale. I christifideles laici, in particolare, non possono esserne soltanto fruitori ed esecutori passivi, ma ne sono protagonisti nel momento vitale della sua attuazione, come anche collaboratori preziosi dei Pastori nella sua formulazione, grazie all’esperienza acquisita sul campo e alle proprie specifiche competenze». Attraverso la dottrina sociale iniziano a prendere forma quei principi relativi al ruolo proprio dei laici nell’instaurazione cristiana dell’ordine temporale – con un’implicita critica di un certo clericalismo tipico dell’associazionismo cattolico degli anni 1950 e 1960 – che saranno poi consacrati dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

«Per il beato Giovanni XXIII – ha proseguito Benedetto XVI – la Dottrina sociale della Chiesa ha come luce la Verità, come forza propulsiva l’Amore, come obiettivo la Giustizia (cfr n. 209), una visione della Dottrina sociale, che ho ripreso nell’Enciclica Caritas in veritate, a testimonianza di quella continuità che tiene unito l’intero corpus delle Encicliche sociali». Anche la Mater et magistra dev’essere interpretata dunque all’interno di una «continuità» della dottrina sociale. Nella Caritas in veritate Benedetto XVI aveva insistito sul fatto che «non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all’insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare [o – potremmo dire – precedente al beato Giovanni XXIII] e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell’una o dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale».

In omaggio al principio d’interpretazione del Magistero che ha proposto per il Concilio Ecumenico Vaticano II, che fa riferimento non a una mera continuità ma a una «riforma nella continuità», Benedetto XVI nota anche gli elementi d’innovazione della Mater et magistra rispetto a documenti precedenti. Il beato Giovanni XXIII si trovò di fronte a una particolare situazione di squilibrio crescente fra Paesi ricchi e Paesi poveri, risultato di processi che già anticipavano la globalizzazione. E in effetti «la verità, l’amore, la giustizia, additati dalla Mater et magistra, assieme al principio della destinazione universale dei beni, quali criteri fondamentali per superare gli squilibri sociali e culturali, rimangono i pilastri per interpretare ed avviare a soluzione anche gli squilibri interni all’odierna globalizzazione».

La soluzione del problema degli squilibri, indicava il beato Giovanni XXIII con un insegnamento che rimane attuale ancora oggi, non può essere semplicemente tecnica. No: «a fronte di questi squilibri c’è bisogno del ripristino di una ragione integrale che faccia rinascere il pensiero e l’etica. Senza un pensiero morale che superi l’impostazione delle etiche secolari, come quelle neoutilitaristiche e neocontrattualiste, che si fondano su un sostanziale scetticismo e su una visione prevalentemente immanentista della storia, diviene arduo per l’uomo d’oggi accedere alla conoscenza del vero bene umano». Se la ragione sia determinata dal vero oppure soltanto dall’utile rimane la questione di fondo per impostare anche i problemi dell’economia.

Ultimamente però – è un tema caro a Benedetto XVI, che lo ritrova nella Mater et magistra – una ragione orientata alla verità e non al mero utilitarismo nel contesto attuale può operare e portare i suoi frutti solo aprendosi al senso religioso e all’incontro con Gesù Cristo. «Solo nella comunione personale con il Nuovo Adamo, Gesù Cristo, la ragione umana viene guarita e potenziata ed è possibile accedere ad una visione più adeguata dello sviluppo, dell’economia e della politica secondo la loro dimensione antropologica e le nuove condizioni storiche. Ed è grazie ad una ragione ripristinata nella sua capacità speculativa e pratica che si può disporre di criteri fondamentali per superare gli squilibri globali, alla luce del bene comune».

Questo ancoraggio razionale è indispensabile per non accostarsi ai problemi dell’economia nazionale e internazionale con un atteggiamento meramente sentimentale. Infatti, «senza la conoscenza del vero bene umano, la carità scivola nel sentimentalismo […]; la giustizia perde la sua “misura” fondamentale; il principio della destinazione universale dei beni viene delegittimato», creando ingiustizie e distorsioni di ogni genere. Fra questi, come già aveva fatto nella Caritas in veritate, il Papa ha voluto menzionare «i fenomeni legati ad una finanza che, dopo la fase più acuta della crisi, è tornata a praticare con frenesia dei contratti di credito che spesso consentono una speculazione senza limiti. Fenomeni di speculazione dannosa si verificano anche con riferimento alle derrate alimentari, all’acqua, alla terra, finendo per impoverire ancor di più coloro che già vivono in situazioni di grave precarietà. Analogamente, l’aumento dei prezzi delle risorse energetiche primarie, con la conseguente ricerca di energie alternative guidata, talvolta, da interessi esclusivamente economici di corto termine, finiscono per avere conseguenze negative sull’ambiente, nonché sull’uomo stesso».

La Mater et magistra ci ha insegnato che la questione sociale è diventata «questione di giustizia sociale mondiale», e dunque «questione di distribuzione equa delle risorse materiali ed immateriali, di globalizzazione della democrazia sostanziale, sociale e partecipativa». Prendendo come base l’enciclica del beato Giovanni XXIII «è indispensabile che la nuova evangelizzazione del sociale evidenzi le implicanze di una giustizia che va realizzata a livello universale. Con riferimento alla fondazione di tale giustizia va sottolineato che non è possibile realizzarla poggiandosi sul mero consenso sociale, senza riconoscere che questo, per essere duraturo, deve essere radicato nel bene umano universale. Per quanto concerne il piano della realizzazione, la giustizia sociale va attuata nella società civile, nell’economia di mercato (cfr Caritas in veritate n. 35), ma anche da un’autorità politica onesta e trasparente ad essa proporzionata, pure a livello internazionale (cfr ibid., n. 67)».

Perché la dottrina sociale sia conosciuta e messa in pratica la Chiesa, insegnava il beato Giovanni XXIII e ricorda Benedetto XVI, conta «sull’opera di annuncio e di testimonianza dei christifideles laici (cfr Mater et magistra, 206-207)». Ma i laici «debbono essere preparati spiritualmente, professionalmente ed eticamente. La Mater et magistra insisteva non solo sulla formazione, ma soprattutto sull’educazione che forma cristianamente la coscienza ed avvia ad un’azione concreta, secondo un discernimento sapientemente guidato. Il beato Giovanni XXIII affermava: “L’educazione ad operare cristianamente anche in campo economico e sociale difficilmente riesce efficace se i soggetti medesimi non prendono parte attiva nell’educare se stessi, e se l’educazione non viene svolta anche attraverso l’azione” (nn. 212-213)».

Il beato Giovanni XXIII agli inizi degli anni 1960 iniziava a rendersi conto che fra i cattolici, anche in materia di dottrina sociale, esistevano diverse scuole. Il Magistero non abbraccia nessuna scuola in particolare: tiene conto delle indicazioni di tutte, le discerne e se del caso le assume e le coordina. Da questo punto di vista, nota Benedetto XVI, «ancora valide, inoltre, sono le indicazioni offerte da Papa Roncalli a proposito di un legittimo pluralismo tra i cattolici nella concretizzazione della Dottrina sociale. Scriveva, infatti, che in questo ambito “[…] possono sorgere anche tra cattolici, retti e sinceri, delle divergenze. Quando ciò si verifichi non vengano mai meno la vicendevole considerazione, il reciproco rispetto e la buona disposizione a individuare i punti di incontro per un’azione tempestiva ed efficace: non ci si logori in discussioni interminabili e, sotto il pretesto del meglio e dell’ottimo, non si trascuri di compiere il bene che è possibile e perciò doveroso” (n. 219)».

Infine, «il beato Giovanni XXIII, nella Mater et magistra, rammentava che si possono cogliere meglio le esigenze fondamentali della giustizia quando si vive come figli della luce (cfr n. 235)». Può sembrare che questi richiami delle encicliche siano atti dovuti o clausole di stile tipiche dei documenti pontifici. Non è così. La Chiesa sa che solo laici «sostenuti dall’amore pieno di verità che abita in Gesù Cristo, Verbo di Dio fattosi uomo» possono prendere sul serio l’insegnamento sociale della Chiesa. Senza una buona vita spirituale non ci sarà neppure ascolto e messa in pratica della dottrina sociale.