di Marco Respinti da www.lanuovabq.it

Martedì 22 gennaio ricorrono i 40 anni esatti dell’aborto legale negli Stati Uniti d’America e il Paese sta ancora facendo faticosamente i conti con l’abisso spalancatosi quel 22 gennaio 1973 in cui la Corte Suprema federale di Washington chiuse il famoso caso “Roe v. Wade” introducendo improvvisamente nell’ordinamento giuridico la libertà di sopprimere la vita umana nel grembo materno.
Mancano infatti all’appello circa 56 milioni di vite umane, e da allora alle donne è stata imposta una sudditanza che ha il volte atroce di una nuova schiavitù.

Le si è rese incapaci di guardare la gravidanza come un dono, una speranza, una gioia; si è inculcata loro l’idea distorta che famiglia e professione si escludano a vicenda; le si è rese più deboli di fronte alla rapacità di molti uomini; si e è avvelenato il loro cuore insinuando che la morte è la soluzione ai problemi, ai dubbi, alle difficoltà.
A quattro decenni da quella famigerata decisione, oggi lo dicono apertamente molti, talora insospettabili; per esempio Alveda C. King, attivista per i diritti civili, nipote di Martin Luther King, ex deputata Democratica nella Camera dello Stato della Georgia, due aborti alle spalle (prima di mutare radicalmente visione) e un terzo non riuscito. I 56 milioni di aborti americani attuali sono calcolati in base ai dati ufficiali forniti dal Guttmacher Institute, l’organizzazione non-profit che ha sede a Washington e a New York (e che spesso lavora a stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità), paladina in tutto il mondo della “salute riproduttiva e sessuale”, vale a dire aborto, contraccezione, sterilizzazione.

Ciononostante, pare che la cultura abortista stia perdendo sensibilmente terreno. Lo dice nientemeno che il settimanale Time, persino dalla copertina. Il fatto è, dice Time, che, nonostante tutto, diverse cliniche abortiste hanno dovuto chiudere i battenti per questa o per quella ragione; che alcuni emendamenti di legge hanno attenuato sensibilmente la gravità della sentenza “Roe v. Wade” (per esempio l’emendamento annuale promosso nel 1976 dal deputato Repubblicano cattolico Henry J. Hyde [1924-2007], che impedisce l’impiego di denaro pubblico americano per l’aborto esclusi incesto e stupro); e che l’azione benefica dei consultori e dell’attivismo pro-life, che negli Stati Uniti è una vera e propria crociata, sta dando effetti grandiosi.

Il punto nodale però è che l’intera vicenda della legalizzazione dell’aborto americano è un cumulo di menzogne. La prima menzogna è quella relativa al numero degli aborti clandestini praticati negli Stati Uniti in condizioni assurde e terribili prima del 1973, una piaga che i filoabortisti hanno a lungo astutamente utilizzato per chiedere a gran voce la legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza. È una menzogna perché quelle cifre furono gonfiate ad arte.
Responsabile principale di questa bugia fu Bernard Nathanson (1926-2011), il famoso medico di New York che si vantava di essere stato responsabile di 75mila aborti a iniziare da quello che impose e praticò a una giovane che aveva messo incinta. «La cifra vera stava attorno alle 100mila unità, ma noi dicemmo ripetutamente ai media che si trattava di un milione. […] Le donne che morivano ogni anno per gli aborti illegali erano circa 200-250. La cifra che costantemente davamo in pasto ai media era 10mila».

Nathanson lo ha confessato dopo essersi convertito, essere divenuto cattolico ed essersi trasformato in eroe pro-life.
La seconda menzogna è quella della ragazza coperta da anonimato, “Jane Roe”, che, incinta per uno stupro, fu la causa prossima della sentenza del 1973. È una menzogna perché lo stupro fu solo un’invenzione di quella ragazza dall’adolescenza rovinata, lesbica, che, alla terza gravidanza indesiderata, s’inventò la violenza.
Supportata da avvocatesse in carriera con l’uzzolo dell’impegno politico, “Jane” adì il Tribunale distrettuale del Texas e dopo tre anni giunse in Corte Suprema. Intanto quel suo terzogenito era nato, era stato dato come gli altri in adozione e “Jane” cambiò la versione dei fatti invocando la necessità dell’aborto a causa dello stato di povertà e depressione in cui viveva. Lo ha confessato lei, rivelando di chiamarsi Norma Leah Nelson McCorvey, dopo essersi convertita prima al protestantesimo poi al cattolicesimo, ed essersi trasformata in eroina pro-life.

La terza menzogna è quella praticata dalla Corte Suprema federale di Washington. È una menzogna perché a quel massimo tribunale del Paese compete esclusivamente il peraltro decisivo compito di vegliare sulla costituzionalità dell’operato del legislatore, mai quello di legiferare in prima persona.
Invece proprio questo essa fece, indebitamente e scoprendo nelle pieghe della Costituzione federale un inesistente “diritto all’aborto” che applicò al caso Roe v. Wade e un inesistente “diritto alla privacy” che applicò al concomitante caso Doe v. Bolton.
Furono cancellate di botto così le leggi a protezione totale della vita umana nascente fino ad allora presenti negli ordinamenti giuridici di 30 dei 50 Stati dell’Unione nordamericana laddove nei rimanenti 20 l’aborto era permesso solo in caso d’incesto o stupro.

La quarta menzogna è quella che spaccia l’aborto per libertà individuale e diritto alla “salute riproduttiva”. È una menzogna perché la piaga seconda per gravità solamente alla soppressione della vita umana nel grembo materno è oggi quella della sindrome postaborto che colpisce le madri, ma pure i padri di bambini abortiti, seguita a ruota dalla terza, le malattie riconducibili all’aborto che colpiscono le madri abortiste.
Campagne di sensibilizzazione come “Operation Outcry” e “Silent No More” o missioni di ricupero spirituale come Rachel’s Vineyard, attiva anche in Italia come La vigna di Rachele, sono solo due dei numerosi fulgidi esempi di carità e apostolato tesi al ricupero integrale degli ex abortisti. Madri e, sottolineiamolo ancora, anche padri.

La quinta menzogna è quella del mito femminista. È una menzogna perché la “lotta di liberazione della donna” non c’entra nulla con l’aborto. Anzi, semmai c’entra proprio con il suo esatto contrario, la difesa globale della vita umana nascente.
Le fondatrici del movimento femminista americano, Susan B. Anthony (1820-1906) ed Elizabeth C. Stanton (1815-1902), erano tanto arrabbiate quanto antiabortiste. Lo ricorda bene oggi l’organizzazione Feminists for Life guidata da Serrin M. Foster; lo ricorda la Susan B. Anthony List, una lobby che pratica uno screening scrupoloso di ogni donna che negli USA s’impegni in politica; lo ha ricordato la grande accademica Elizabeth Fox-Genovese (1941-2007), già madrina marxista del movimento poi convertitasi al cattolicesimo al grido di (così s’intitola la sua autobiografia) “il femminismo non è la storia della mia vita”. E oggi lo dice finalmente anche il settimanale Time.

Ogni anno, dal 1974, nell’anniversario di questa famigerata sentenza-bugia, per iniziativa e poi a imitazione dell’indimenticata Nellie J. Gray (1924-2012), cattolica, i pro-lifer americani, ma con nutrite rappresentanze di diversi altri Paesi, si danno appuntamento nel cuore di Washington per testimoniare il “sì alla vita” lungo la Constitution Avenue e su fino alla Corte Suprema.
Sono migliaia e migliaia, e crescono ogni volta di più. Quest’anno la 39a Marcia per la Vita americana, la madre di tutte le Marce, si svolgerà venerdì 25 gennaio. Davvero quel Paese non riesce più a reggere 40 anni di aborto legale e milioni e milioni di morti innocenti.