Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 
I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. 
All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. 
Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 
Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 
Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 
In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 
Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Il Profeta, l’ultimo, il più prossimo al Salvatore. Un nome nuovo, Giovanni, Dio di Misericordia. Le viscere d’amore a cui tutti aneliamo. Che cos’ è la nostra vita se non una continua ricerca di misericordia, di un amore che ci accolga nel suo grembo senza condizioni, così come siamo. Un amore che non presenti conti da pagare, per il quale non doversi acconciare. Un amore che ci faccia liberi d’essere esattamente quello che siamo. Nessuno nella nostra parentela porta questo nome. La carne non lo prevede.

I rapporti, tutti, si infrangono sul limite severo della carne. Ne abbiamo l’esperienza, spesso dolorosa. Tutti noi siamo frutti d’una storia concreta, fatta di persone, di incontri, di eventi. Come la storia del Popolo di Israele, l’eletto incapace di reggere la prova della libertà. Il Popolo infedele. Una storia di schiavitù e liberazioni, di adulteri e perdoni. Come la nostra vita. Una linea diritta sulle orme di una promessa. Di più, un cammino tenace verso il Promesso, il Messia, il Salvatore. Il Figlio che compirà, con la sua carne, la Legge che la nostra carne ha reso irrealizzabile. Giovanni è la soglia della speranza, l’uscio socchiuso sul compimento di ogni promessa.

La sua nascita dal grembo sterile di Elisabetta ne è il segno. Elisabetta, Israele. Tutta la sua storia è in quel grembo, sterile vigna senza frutto. Come le nostre esistenze, spalmate di sforzi e battaglie, dure contese per ottenere un pugno di mosche. Ed un miracolo. La vita dove stava la morte. Come al principio della storia, Isacco di Abramo e di Sara, avvizziti patriarchi dinanzi alla vita. Una storia di salvezza iniziata con il miracolo che ne profetizzava il compimento.

Così la nostra vita. Un miracolo d’amore il nostro apparire nel mondo. E poi sofferenze, a volte addolcite da gioie e consolazioni, e un senso di incompiutezza da far stringere il cuore. E lì, nel suo fondo più intimo, una promessa e una speranza: l’amore. Qualcosa ci ha sempre detto che esiste l’amore, che siamo fatti d’amore, per amare ed essere amati. Ma occorreva per noi e per ogni uomo un miracolo: Giovanni, la misericordia di Dio. Non l’abbiamo conosciuta nella carne, non v’è n’è traccia nella storia “famosa” e patinata del mondo. La misericordia è un nome nuovo, e attira lo sguardo a posarsi su Cristo. E’ Giovanni, la Parola di Dio per noi oggi. Parla al nostro cuore e ci annuncia la buona notizia che è finita la nostra schiavitù. Ai rapporti malsani inchiodati ai compromessi, al dare e avere d’ogni nostra relazione, all’amicizia che passa sempre il conto da pagare. Alle cose, i beni e gli idoli cui, prostrati, chiediamo un briciolo di potere, di prestigio per calamitare affetto e considerazione. La feroce schiavitù al peccato, matrice d’ogni dolore.

Ma risuona oggi, alle soglie di questo Natale, un nome nuovo, Giovanni, un nome che è una storia da afferrare per ricominciare a sperare. Giovanni, la mano di Dio su di lui, il sigillo della nuova ed eterna alleanza. Attraverso di lui oggi possiamo guardare la nostra vita con occhi diversi.

Dio ha esaltato in noi, come in Elisabetta, la Sua misericordia. Si è chinato sulla nostra sterilità e ne ha fatto un prodigio di fecondità. Giovanni, come il nostro cuore assetato d’amore. Giovanni, l’intimo di noi che anela a Cristo. La misericordia attesa e bramata, eccola, è per noi. Gratuitamente. Oggi si compiono i nostri giorni del parto, e tutto di noi brilla di luce nuova. Ogni istante del passato trasfigurato nel miracolo d’amore del Signore.

Nulla è impossibile a Dio, nessuna sterilità è più privata dell’ essere trasformata in fecondità, nessun peccato è più senza perdono. La nostra storia ci ha condotto a quest’oggi di Grazia e di gioia. Tutto in noi ha preparato l’incontro con la misericordia di Dio. Restiamo stupiti e serbiamo anche noi nel cuore i prodigi del Signore. Come Giovanni, cresciamo e rafforziamoci nello Spirito. Ci attende una missione meravigliosa. Quando e come Dio vorrà. Dove Lui ha già pensato: annunciare il Messia, l’atteso delle genti. “Essere testimoni della luce, e possiamo esserlo solo se portiamo in noi la luce, se siamo non solo sicuri che la luce c’è, ma che abbiamo visto un po’ di luce. Nella Chiesa, nella Parola di Dio, nella celebrazione dei Sacramenti, nel Sacramento della Confessione, con il perdono che riceviamo, nella celebrazione della Santa Eucaristia dove il Signore si dà nelle nostre mani e cuori, tocchiamo la luce e riceviamo questa missione: essere oggi testimoni che la luce c’è, portare la luce nel nostro tempo” (Benedetto XVI, Omelia dell’11 dicembre del 2011).

Fin dal grembo materno ci ha chiamati, oggi ce lo rivela. Siamo amati, salvati, redenti, perdonati. La nostra vita, un vaso di misericordia per il mondo. Che timore, che gioia. Davvero, “che sarà mai questo bambino?”, che sarà mai la nostra vita? Sarà senza dubbio una perfetta sinfonia d’amore. L’origine dei nomi delle sette note musicali infatti ha relazione proprio con Giovanni Battista. Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, ciascuno di questi nomi è tratto dalla prima sillaba dei sette versi della prima strofa dell’inno liturgico “Ut queant laxis”, che fu composto in onore del Battista. Guido d’Arezzo, colui al quale dobbiamo il rigo musicale e il nome delle note in Occidente, si servì di questo inno a scopo didattico. Applicando al testo dell’Inno una nuova melodia, mise in risalto al principio di ciascun verso, la successione delle attuali note musicali, UT, RE, MI, FA, SOL, LA. La prima sillaba di ogni verso inizia salendo di tono rispetto a quella precedente, costituendo così la moderna scala ascendente.

Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Johannes.

Affinché possano cantare
con voci libere
le meraviglie delle tue gesta
i servi Tuoi,
cancella il peccato
dal loro labbro impuro,
o San Giovanni.

L’UT, divenne poi in Italia DO. La medievale UT restò invece in Francia, dove è usato ancora oggi; il SI (S J Sancte Johannes), anch’esso per influsso dell’inno a San Giovanni, venne probabilmente introdotto alla fine del Quattrocento.

La nostra vita, come quella di Giovanni, è destinata dunque ad essere un’opera d’arte, un inno eterno all’amore di Dio. Ogni istante come una nota musicale a segnare l’opera divina nella nostra povera carne. Una scala che, passo dopo passo, ci condurrà al Cielo. «Che sarà mai questo bambino?». Che sarà di noi? Quante volte è risuonata nel nostro intimo questa domanda. Oggi ci è data la risposta: un uomo e un nome nuovi, Giovanni. Tutto è santo, tutto sarà meraviglioso, nulla si scarterà. Il Signore, giorno dopo giorno, ci rivelerà come e dove le sue note d’amore daranno Vita e gioia alla nostra vita. Senza paura dunque, nell’avventura che Dio ci ha preparato. La sua mano su di noi, sempre, sino al Cielo.

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso sulla natività di Giovanni Battista ; 293,3

« Gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio »

Zaccaria tace e perde la parola fino alla nascita di Giovanni, precursore del Signore, che gli rende la parola. Che cosa significa il silenzio di Zaccaria se non che la profezia è scomparsa, e, prima dell’annunzio di Cristo, come nascosta e sigillata ? Si apre al momento del suo avvento, diviene chiara in virtù dell’arrivo di colui che era annunziato dalla profezia. La parola resa a Zaccaria alla nascita di Giovanni corrisponde al velo squarciato in due alla morte di Gesù sulla croce. Se Giovanni avesse annunciato se stesso, la bocca di Zaccaria non si sarebbe riaperta.

La parola gli è stata resa perché nasce colui che è la voce ; infatti domandavano a Giovanni che già stava annunciando il Signore : « Chi sei tu ? » Ed egli rispose : « Io sono voce di uno che grida nel deserto ». La voce è Giovanni, mentre il Signore è la Parola : « In principio era il Verbo ». Giovanni è la voce per un po’ di tempo ; Cristo è il Verbo fin dal principio, è il Verbo eterno.

San Massimo di Torino ( ? – circa 420), vescovo
Sermone 57, sulla nascita di Giovanni Battista, 1; PL 57,647 (trad. dal francese)

«Tua moglie ti darà un figlio… Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita» (Lc 1,13-14)

Dio aveva predestinato Giovanni Battista a proclamare la gioia degli uomini e l’esultanza dei cieli. Il mondo ha udito dalle sue labbra le parole ammirabili che annunciavano la presenza del Redentore, l’Agnello di Dio (Gv 1,29). Quando i genitori avevano perso ogni speranza di avere un figlio, l’angelo, messaggero di un così grande mistero, l’ha mandato come testimone del Signore prima ancora che nascesse (Lc 1,41)…

Ha riempito di gioia eterna il grembo di sua madre, mentre ella lo portava in sé… Infatti nel Vangelo  leggiamo queste parole di Elisabetta a Maria: «Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,43-44)… Mentre nella sua vecchiaia si doleva di non aver dato un figlio al marito, ecco che mette al mondo un figlio che è anche messaggero della salvezza eterna per il mondo intero. Un messaggero tale che, prima ancora di nascere, ha esercitato il privilegio del suo futuro ministero manifestando il suo spirito di profezia attraverso le parole della madre.

Poi, per la potenza del nome che l’angelo gli aveva dato, ha aperto la bocca di suo padre, chiusa dall’incredulità (Lc 1,13.20).  Zaccaria infatti era diventato muto non per restare muto, ma per riacquistare divinamente l’uso della parola e confermare con un segno celeste che suo figlio era un profeta. Il Vangelo dice di Giovanni: «Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui» (Gv 1,7-8). Certamente egli non era la Luce, ma era completamente nella luce colui che ha meritato di rendere testimonianza alla Luce vera.