di Marta Dell’Asta
Tratto da La Bussola Quotidiana

A vent’anni dalla caduta del comunismo, tutto in Russia è profondamente cambiato, dal paesaggio urbano alla tipologia umana, dall’atmosfera culturale ai costumi.

C’è stato un brusco salto nella modernizzazione, come si percepisce nettamente al primo sguardo quando si arriva dall’estero. La stessa Mosca è irriconoscibile, caotica, rutilante di luci e sfarzosa quanto prima era grigia e opprimente.

Tutto questo però è solo una faccia della medaglia. Anche se la ricostruzione è ancora in corso, il paese in realtà non procede su una via sicura, non ha più lo slancio creativo dei primi tempi; la crisi economica, la generale incertezza, gli assalti regolari del terrorismo (come quello a Domodedovo), hanno portato alla luce un malessere che covava da tempo, e che trae origine dal vuoto ideale.

La politologa Svetlana Babaeva ha lucidamente colto i tratti di questo vuoto: «Il paese è in preda all’angoscia e alla depressione, che si percepiscono letteralmente in tutti gli ambiti, anche se si esprimono in maniere diverse. In alcuni l’angoscia assume la forma di evasioni culturali senza capo né coda, in altri di un cupo pessimismo che fa cascare la braccia, in altri ancora si trasforma in rabbia e aggressività. Si è perso il senso di qualunque iniziativa. E questa perdita evidente, è una perdita crudele e tangibile. Non si muove niente, tutto resta dov’è, e se questo cinque anni fa rallegrava, oggi suscita una cupa esasperazione».

Dopo il regime comunista, chi offre una speranza?
In questo pauroso scricchiolio della vita quotidiana, in cui cresce la xenofobia e serpeggia la delusione per le aspettative non realizzate, c’è chi si preoccupa di offrire ai russi delle nuove prospettive, qualcosa in cui credere e sperare. Il governo in primis, spalleggiato da studiosi e politologi, cerca di fabbricare delle aspettative positive. Ci sono i surrogati banali come i lavori per preparare le Olimpiadi e i Mondiali di calcio del 2018, ma tutto questo serve solo a distogliere temporaneamente l’attenzione da questioni più serie.

L’alternativa più consistente sembra una sorta di ortodossia rivista e corretta, intesa come «fede positiva», come «ideologia antiterrore» utile a scongiurare future catastrofi. Per molti è pacifico che sia compito della Chiesa offrire un supporto ideologico allo Stato; lo stesso presidente Medvedev ha ricordato ai vescovi l’importanza di insegnare i «fondamenti di cultura religiosa e ortodossa» nelle scuole, come pure della presenza del clero nell’esercito.

La definizione più esplicita e cinica di questa pseudo ideologia appartiene al noto politologo Vitalij Tret’jakov, il quale asserisce che per opporsi all’«ideologia di morte» occorre un «fondamento di civiltà», che oggigiorno solo l’ortodossia può fornire: «Se non vogliamo costruirci un’artificiosa ideologia politica (civile), siamo costretti a volgerci all’ortodossia, magari in un formato svincolato dalla Chiesa. Chiamiamola, per così dire, ortodossia civica». È l’unico tipo di alternativa ideologica possibile, secondo Tret’jakov, non solo rispetto allo «Stato di polizia», all’inadeguata democrazia russa e alle democrazie di stampo occidentale, ma anche rispetto alla proposta cristiana. Tuttavia, questa aperta falsificazione, questo svuotamento del cristianesimo non possono certo rappresentare una risposta credibile alla situazione di incertezza culturale e ideale in cui versa il paese.

La crescita dell’anticlericalismo
Nel mondo laico, tra l’altro, sta crescendo una forma di anticlericalismo aggressivo che non sembra molto propenso ad accettare questo matrimonio tra Chiesa e politica. Basta sfogliare la grande stampa nazionale per accorgersi dell’atteggiamento anticlericale e statalista che convive con l’ossequio formale di cui giocoforza vengono circondate la persona del Patriarca e la vita ufficiale della Chiesa. Quest’ultima ha diritto di cittadinanza in quanto componente tradizionale e moralizzatrice dell’identità nazionale russa, ma le vengono tracciati dei confini ben precisi oltre i quali non deve spingersi.

La Chiesa ortodossa, da parte sua, si adopera in ogni modo per ricostruire le proprie strutture e per darsi delle linee programmatiche di intervento nella società, ma al tempo stesso si appoggia fortemente al governo perché è lusingata dall’idea di tornare ad essere il fulcro ideale del Paese. Lo Stato ha fatto davvero molto per lei: le ha restituito i beni, ha introdotto l’insegnamento della cultura ortodossa nella scuola, ma vuole in cambio che non si ingerisca nella vita reale. Allo Stato fa comodo una Chiesa che resti in silenzio e si preoccupi unicamente di costruire chiese e fare beneficienza senza dare nell’occhio. Si guarda con benevolenza alla Chiesa finché non ha alcuna incidenza politica o economica.

Di fronte a questa pericolosa tentazione qualcuno alza la voce, come ha fatto di recente un semplice parroco moscovita, Aleksej Uminskij. In un breve intervento intitolato Una Chiesa che non resti in silenzio, che è stato oggetto di vivaci discussioni nell’opinione pubblica laica e ortodossa, ha richiamato la Chiesa con estrema franchezza ad essere un’autentica autorità morale e spirituale.

Nello Stato, dice Uminskij, non si può assolutamente sperare: «Da un pezzo avremmo dovuto capire che il nostro Stato non ha alcuna preoccupazione che il popolo stia bene. Non conviene economicamente agli uomini di governo, abituati come sono a calpestare il popolo secondo lo stile sovietico, comunista. Nessuno chiama le cose con i propri nomi. Assistiamo continuamente a strani giochi di parole, a una falsificazione dei concetti».

A maggior ragione, dunque, padre Uminskij sente il peso della responsabilità, perché ormai molti deprecano apertamente l’eccessivo legame tra Chiesa e Stato. Da qui scaturisce un vibrante appello a vescovi e fedeli: «Questo atteggiamento di non ingerenza non può più esistere. Mi sembra che sia venuto il momento in cui la Chiesa è tenuta a intervenire, è tenuta a far sentire la propria voce, a esigere dallo Stato soluzioni concrete sulle diverse questioni. La Chiesa deve dire cos’è bene e cos’è male, cos’è vero e cos’è falso; da tempo nella testa della gente questi concetti sono confusi, e da un secolo a questa parte nessuno ha più chiamato le cose con i loro nomi. Ora è venuto il momento che la Chiesa lo faccia a voce alta».

Dal dogmatismo del regime al relativismo postcomunista
Purtroppo, però, sui criteri di verità regna grande confusione, perché la società ha troppo sofferto, ha troppo assimilato i criteri ideologici per potersi liberare dal dogmatismo e dal suo nuovo contrappeso, il relativismo. È innegabile che esista un certo disagio della stessa Chiesa nel prendere posizione in ambito sociale; talvolta l’incertezza tocca la sua stessa autocoscienza, come si può notare da alcuni tentativi fatti negli ultimi mesi. Un esempio è il «Codice dei valori russi» sottoposto di recente alla pubblica discussione da padre Vsevolod Chaplin, presidente del Dipartimento sinodale per le relazioni tra Chiesa e società. Questa risposta ortodossa all’interrogativo sui fondamenti dell’identità russa ha suscitato molte critiche; l’aspetto più problematico del documento è probabilmente la mancanza di ogni allusione alla tradizione cristiana, o quantomeno all’identità religiosa, come elemento che possa favorire la rinascita. In sostanza è la Chiesa stessa che ripropone l’identico silenzio sulle «radici cristiane» cui assistiamo in Europa occidentale. In qualche modo, il documento avvalora la tesi di un cristianesimo intimistico, chiuso nei confini della coscienza, e quindi di un’ortodossia puramente etica, spogliata della sua sostanza dogmatica ed ecclesiale, che assume per questo una connotazione inevitabilmente volontaristica.

Questo volontarismo, che rifiuta il mondo ma usa i suoi stessi metodi, indica quanto a fondo il «secolo» sia penetrato anche nel corpo ecclesiale. E tuttavia, la tradizione di un pensiero autenticamente liberato esiste ancora in Russia, e affiora qua e là in tutto il corpo sociale. Gesti di responsabilità morale e civile come quello di padre Uminskij, o dell’Associazione Memorial che lotta per preservare la memoria, hanno come presupposto (più o meno consapevole) il personalismo cristiano, così ben espresso da Solženicyn nell’antologia Da sotto le macerie: «Tocca a noi e a nessun altro caricarci sulle spalle e portar fuori da questa notte ciò che attendiamo con tanto fervore».

Modelli per una rinascita
Questa tradizione vitale di pensiero forgiata da mille anni di fede cristiana, ha trovato una forma nella filosofia religiosa del primo ‘900, ed è continuata poi nell’esperienza del dissenso sovietico. Oggi questa ricchezza sembra interessare a pochi, come se le sfide del presente fossero tutt’altra cosa. Nessuno vuole rivangare la violenza fisica e psicologica del regime perché sembra acqua passata, eppure qualcuno si rende conto che queste ferite sono presenti nel subconscio collettivo, bloccano lo sviluppo della società civile, dominano le coscienze e influiscono sulle scelte odierne, anche quelle dei ventenni che del comunismo sanno poco o niente, perché i genitori  non raccontano. Quello che è stato ora non conta più, forse, ma pesa.

Le battaglie civili e culturali del dissenso hanno posto un fondamento essenziale per la rinascita della società civile, e sono l’antidoto alle menomazioni lasciate dal terrore; infatti, questa cultura ha abbattuto molti cliché ideologici e purificato dall’odio l’atmosfera spirituale del Paese, grazie a un principio creativo sostenuto con il sacrificio personale, l’amore per la verità e il rispetto del prossimo.

Questa esperienza positiva è una ricchezza per tutto il Paese, e produce ancora dei frutti inaspettati: l’autorità spirituale di uomini come padre Aleksandr Men’ (1935-1990), o Solzenicyn, non ha smesso di generare personalità indipendenti. Il richiamo a «vivere senza menzogna» lanciato da Solzenicyn negli anni ’70 costituisce ancora un metodo efficace per affrontare la realtà.

Non è difficile constatare che certe categorie, affermate dal dissenso, sono esattamente ciò che risponde alla pressione immane dell’attuale società globale: ripartire dall’uomo, recuperare un giudizio indipendente, critico sulla realtà, ricercare la libertà nella verità, ma una verità che si misura su un «oltre» e che va al di là della denuncia politica. L’unica vera via d’uscita è riportare le cose di tutti i giorni alla loro misura autentica, alla bellezza di una vita tesa alla verità.