di Don Antonello Iapicca

Mt 1,16.18-21.24

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.
Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo.

IL COMMENTO

Il timore di Giuseppe dinnanzi ad un Figlio Il nostro stesso timore dinnanzi a noi stessi, figli nel Figlio, nel seno immacolato di Maria. In Lei abbiamo ricevuto le sembianze del Figlio, la stessa natura di Dio. Ma nonostante ciò, abbiamo paura di noi stessi. Della nostra ombra, degli spigoli del carattere, delle nostre incertezze, delle parole, dei gesti. Per paura siamo schiavi, soggetti ad un padrone che ci tira per il collo e ci fa compiere quel che non vorremmo, ci fa pronunciare parole che neanche ci sogniamo. Ci fa pensare male di noi stessi. E di Dio. Si, la prima paura, il terrore della morte che ci fa schiavi dal principio è il timore di noi stessi. Della nostra riuscita, del nostro modo d’essere, del rifiuto di chi vorremmo amare. La paura d’essere noi stessi. Non ci amiamo, ci disprezziamo, ci idealizziamo in un mondo di sogni, ci impegniamo a cambiare e a mostrarci “commestibili”, accettabili, presentabili, amabili. E le scottature di delusioni a grappoli aumentano il disprezzo, e il giudizio, che catapultiamo immancabilmente su chi ci è prossimo. La paura e lo scandalo di un’infinita distanza. La lacerazione come una ferita sempre aperta tra la sublimità della nostra vocazione e l’infinita inadeguatezza di ciò che riteniamo sia il nostro essere, e il nostro modo di stare al mondo. Lo scandalo e la paura di Giuseppe. Qualcosa di strano, fuori dai calcoli e dalle regole della vita, la vita di Dio appare dove nessuno se lo aspetta. Senza preavviso, senza chiedere il permesso, al di là di ogni legge. Addirittura al di là della stessa Legge di Dio. Incinta fuori del matrimonio. Maria. Promessa sposa, ma non ancora sposa. Da schiantare il cuore. Lo schianto dell’Incarnazione, evento imprevisto sul crinale della Storia. E Giuseppe assorto, tremante, impaurito, a cercar modi e parole per ovviare all’imponderabile. Come noi, oggi, dinnanzi alla nostra vita, alla nostra storia. Alle briciole di un’esistenza che vorrebbe avere capo e coda, e non ne trova in nessun percorso logico. Umano. “Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perchè quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. Tua sposa. La promessa sposa è “già” sposa, la Provvidenza di Dio ha precorso il tempo. Ha infranto le regole del mondo, la biologia del cosmo disegnando, dall’eterno e per l’eterno, un cammino di salvezza tra le piaghe dell’umanità peccatrice. Verranno le acque amare per Maria. Verranno gli insulti, i sorrisi ironici. Verrà la spada. Anche Lei, Immacolata Concezioane, senza peccato s’è fatta peccato per partorire al mondo il Dio fatto peccato. Lo schianto dell’Incarnazione, il cammino della Misericordia dentro la storia di peccato delle generazioni degli uomini. La Madre e il Figlio senza ombra alcuna di peccato tacciati di peccato. la Croce per entrambi. L’amore estremo e folle di Dio. Amore totale e gratuito ai peccatori. Per salvarli, e farli Dio, ha fatto peccato la Madre e il Figlio. E Giuseppe a prendere con sè quanto lo Spirito Santo aveva generato, aveva follemente attuato.L’arduo cammino dell’amore. Gesù al Giordano, nella fila dei peccatori, e Maria incinta fuori del matrimonio. Ma c’è una verità nascosta, il mistero che fa tremare la terra, Lei “è” già sposa agli occhi di Dio, Lei è santa, Lei è la Madre santa del Figlio santo. Dio nascosto nella carne dell’uomo. Solo gli occhi di Dio vedono “oltre” l’angusto sguardo dell’uomo. Lo stupore e la paura di Giuseppe. Il nostro stupore, la nostra paura. E la parola dell’Angelo rivolta oggi a ciascuno di noi, un balsamo di pace e di speranza: ” Non temere”, non temiamo di prendere con noi Maria, la Figlia di Sion, la Donna, la nostra storia. In Lei siamo generati, e quel che è generato in Lei è opera dello Spirito Santo. Siamo dunque opera del respiro di Dio, la Sua vita è dentro la nostra vita. La carne la sorregge a malapena, la tenda d’argilla che sono le nostre membra peccatrici, quelle zolle di terra che ci scandalizzano, ci bloccano, ci impauriscono non sono che la povera stalla di Betlemme dove Dio ha voluto prendere dimora. Dove Dio ha voluto nascere al mondo. Non abbiamo paura di noi, delle nostre debolezze, di tutto quello che in noi oggi non quadra, del nostro astruso passato, del nostro incerto futuro. Quel che è in noi, quello che ci genera oggi a questo giorno come ad ogni giorno è il dito di Dio; il soffio del Suo Spirito dà vita alla nostra morte. In Dio siamo “già” sposati con il Suo Figlio, siamo Suoi da sempre, da prima della creazione del mondo. E’ Lui il nostro destino, la nostra debolezza è una debolezza in più allineata nell’albero genealogico di Gesù. Noi siamo il suo destino e Lui è la nostra Patria. Il nostro cielo. La nostra Vita. Siamo preziosi ai Suoi occhi. I nostri occhi guardano la nostra vita riflessa in uno specchio, gli occhi di Dio guardano, e amano, il Suo Figlio in noi. Gli occhi di Dio ci guardano con amore di Padre. Come hanno guardato Maria, di cui, oggi come ogni giorno, siamo gli amatissimi figli. Con Maria e Giuseppe allora, sulle strade della Croce, una spada a trafiggerci l’anima e la certezza incrollabile d’essere amati di un amore eterno. Quello di Suo Figlio.