di Franco Cardini

Anzitutto, una premessa. Non mi pare si possa eludere la questione di un ripensa­mento serio sul cosiddetto ‘Risorgi­mento’ (che cosa mai sarebbe ‘ri­sorto’, in particolare?) e sul processo di unità nazionale. Al riguardo parla­re di istanze ‘revisionistiche’ o addi­rittura ‘temporalistiche’ o cose del genere mi sembra del tutto fuori luo­go. La storia si deve ripensare di con­tinuo. Oggi, a distanza di 150 anni dal­la fondazione del regno d’Italia, è e­vidente che molte prospettive sono andate mutando e che su di esse han­no senza dubbio lavorato gli specia­­listi, ma sono mancati sia (almeno in parte) un vero e proprio aggiorna­mento nelle scuole, sia un dibattito mediatico fruibile da parte del ‘grande pubblico’, vale a dire di quella porzione della società civile italia­na che non ha ancora ri­nunziato a esser tale. Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità nazio­nale fu mandato avanti da alcune élites peraltro non concor­di fra loro, ma che la maggioranza del­le popolazioni che costituivano la fu­tura Italia unita ne restarono estra­nee. Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizza­ti da un processo dinamico analogo, vale a dire che solo ristrette élites ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Prima: la formula dello Sta­to unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interes­si espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobi­no di garibaldini e mazziniani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari Stati italiani precedenti; la sto- ria d’Italia è eminentemente poli­centrica e municipalistica, per cui u­na soluzione di tipo ‘federale’, ana­loga mutatis mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bi­smarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e op­portuna di quella che, fra l’altro, ge­nerò la colonizzazione e lo sfrutta­mento del Sud da parte del Nord (con fenomeni collaterali quali il brigan­taggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meri­dionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane re­gno.
Secondo: il carattere élitario del ‘movimento risorgimentale’ nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiet­tivo un notevole ritardo nella ‘nazio­nalizzazione delle masse’, nono­stante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedes­sero giusto gli interventisti, ‘demo­cratici’ o ‘rivoluzionari’ che fossero, i quali ritenevano che il bagno di san­gue avrebbe cementato l’edificio del­la patria e che gli italiani, che fatta l’I­talia non erano stati fatti, si sarebbe­ro forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porte­rebbe a concludere che la visione del­la prima guerra mondiale come ‘quarta guerra d’Indipendenza’ e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e alfine anche di Mussolini) e­ra corretta. Attenzione: non sto di­cendo che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del’70). Mi li­mito a dire che anzitutto non fu af­fatto ‘l’invasione degli Hyksos’ come sosteneva Benedetto Croce.
Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Ita­lia un movimento di edificazione del­l’unità nazionale che scegliesse la via federalista, indicata da Gioberti ma ­soprattutto – da Cattaneo: anche sal­vando, ebbene sì, un potere tempo­rale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quel­la via non avrebbe creato la rovinosa ‘questione meridionale’, non avreb­be determinato decenni di crisi mo­rale resa inevitabile dal contrasto tra Stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il Paese (anche in termini morali e culturali: un pic­colo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome); probabilmente avreb­be evitato la rovinosa politica di op­posizione preconcetta all’Austria (vorrei ricordare che Cattaneo auspi­cava che il ‘Commonwealth’ au­striaco restasse in piedi), non si sa­rebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal mo­do, forse, a evitare la guerra franco­prussiana del 1870 ch’è stata la lon­tana ma primaria fonte dei guai di tut­to il continente per i tre quarti di se­colo a venire. Sarebbe bastato ap­poggiare seriamente il progetto di Na­poleone III (in verità, piuttosto del­l’imperatrice Eugenia) di una Lega franco-ispano-italo-bavaro-austro­ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il pro­getto di favorire l’indipendenza po­lacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di ge­stire oculatamente la crisi e la deca­denza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vici­no Oriente (mentre invece lo abbia­mo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovino­samente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea. E lo stes­so sia detto per il nostro mondo im­prenditoriale: un’Europa meridiona­le e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, au­striaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra eco­nomia. Pensiamo solo alle implica­zioni di un’integrazione linee ferro­viarie- linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di pene­trazione orientale dai Bal­cani e da Istanbul fino all’I­ran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe po­tuto sul serio attuare in tem­pi rapidi una linea ferrovia­ria Vienna-Isfahan e colle­gare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla Rus­sia di avvelenare i Balcani con la dro­ga del nazionalismo irredentista, cau­sa della prima guerra mondiale.
Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione fe­deralista. E dopo il fascismo, la guer­ra, il progressivo sfascismo postbelli­co, oggi siamo pervenuti a un Paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è cor­retto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non conclu­dere che quella del regno unitario fu una ‘falsa partenza’. Per cui c’è mol­to da discutere e da studiare. Ma c’è poco da celebrare.
«Avvenire» del 24 marzo 2010