Dal Vangelo secondo Giovanni 14,21-26

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
IL COMMENTO di don Antonello Iapicca
Abbiamo bisogno di un Consolatore. Qualcuno che, dinanzi alle difficoltà, ai dubbi, alle angosce, ci sussurri che Dio ci ama, che non si è dimenticato di noi. Non possiamo fare a meno di Qualcuno che ci ricordi le parole del Signore, che le sigilli e le custodisca in noi. Qualcuno che ci dia forza e audacia, per osservare, custodire, compiere. Qualcuno che ci unisca al Signore. “Lo Spirito Santo è proprio “ciò che è in comune”, l’unità del Padre con il Figlio, l’Unità in persona. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola nella misura in cui vanno oltre se stessi; sono una cosa sola in quella terza persona, nella fecondità del dono” (Benedetto XVI, Il Dio di Gesù Cristo). E’ Lui il Consolatore che ci pone nell’intimità di Dio. Per questo il compimento del Mistero Pasquale del Signore è l’effusione dello Spirito Santo, il dono che, colmando il nostro cuore, non delude la speranza e ci fa partecipi della natura divina, ci fa familiari di Dio.
Queste non sono solo affermazioni di un libro di teologia, sono la nostra vita. Il dimorare in Dio, il rimanere nell’amore di Gesù non sono esperienze relegate a momenti particolari, a certi stati d’animo; non sono solo prerogative della preghiera o dei ritiri spirituali. La comunione con Dio non è questione di sentimenti. E’ osservare la Sua Parola, un modo per dire che l’intimità che ci fa uno con Gesù nel Padre si realizza molto concretamente nel compiere la Sua Parola nella vita di ogni giorno. Vivere come Lui, rimanere in Lui perchè sia Lui ad operare in noi, è il segno visibile della nostra appartenenza, dell’essere trasformati in Lui.
Osservare i comandamenti, secondo l’originale greco, è un custodire dinamico, lo stesso di Maria che custodisce e mette insieme tutti gli eventi della sua storia straordinaria, meditandoli nel suo cuore. E’ un custodire per far crescere, nella fecondità che suppone un processo di maturazione. E’ la custodia del catecumeno, di chi ascolta i comandamenti e li riceve come i talenti della parabola, e li traffica, perchè fruttifichino. Ogni comandamento illumina e dà pienezza a ciascun aspetto della vita, per cui in ogni momento possiamo rimanere in Cristo, custodendo la sua opera in noi. Come fu in quel pomeriggio per Giovanni e Andrea che andarono e videro dove Gesù abitava rimanendo presso di Lui, è possibile anche per noi andare da Lui negli eventi concreti, alle quattro del pomeriggio, come alle sette della mattina o alle nove della sera, per vedere la sua dimora nella nostra storia e rimanere presso di Lui. Uscendo con la fidanzata, con il testo di algebra o di anatomia dinanzi agli occhi, cambiando pannolini o passando l’aspirapolvere, al mercato o sulla metropolitana, in una riunione di marketing o imbottigliati nel traffico dell’ora di punta, ogni luogo è quello giusto per dimorare in Cristo. Ascoltare e custodire in ogni istante, per vedere crescere in noi il frutto squisito dell’intimità con Lui, il dono totale del suo amore che suscita il dono di noi stessi, la gioia piena che nessuno potrà mai toglierci.
E’ pur vero che noi sperimentiamo giorno per giorno l’impossibilità di compiere la Parola, di permanere nella volontà di Dio. Conosciamo i nostri limiti. Per questo ci è necessario un Consolatore, uno che che ci ripeta “Coraggio, non temere, tu sei Figlio, Dio ti ama e compirà in te la Sua opera”. Abbiamo bisogno della vita di Dio, del Suo respiro di vita in noi, del soffio che ci ricrei istante per istante, che compia in noi la Parola che ci fa veri, autentici, vivi. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo, più dell’aria che respiriamo. E’ Lui l’amore di Dio che plana nei nostri cuori, ed è lo stesso amore con il quale possiamo amare Dio e il Suo Figlio e così dimorare in Loro ed Essi in noi.
Nell’Antico Testamento “Dimora” (in ebraico “mishkan”) è il termine con cui è indicato il “santuario”. Il nome sottolinea la decisione di Dio di “abitare” in mezzo al suo popolo. Dimora è stato tradotto nella versione latina della “Vulgata” di S. Girolamo con il termine “tabernaculum” (= “tenda”), da cui deriva il termine italiano più corrente di “tabernacolo”. Esso si presenta come una struttura mobile in legno, tutta rivestita d’oro, ricoperta di teli di lino pregiato: il bisso o “lino fine” che nell’Apocalisse è il tessuto con cui è rivestita la Chiesa, sposa dell’Agnello (19,8) e di “porpora”, che nell’antichità era il colore dei vestiti indossati dai principi e dagli alti personaggi, la stessa che rivestirà Cristo durante il processo che lo condurrà alla Croce. Si tratta della tenda che ospiterà l’arca nel deserto, abbozzo al Tempio che Salomone erigerà a Gerusalemme: l’origine dell’architettura come quella del culto risale all’incontro decisivo del Sinai, laddove il Popolo ha visto Dio e non è morto, e ha ricevuto come un dono, il più grande, l’Alleanza eterna con Lui. Dopo un lungo cammino iniziato con Abramo, Dio scende sul Sinai a consegnare le Tavole dell’Alleanza, la Berit, che diviene come il sigillo nuziale di un’appartenenza e un’intimità esclusive. E’ l’iniziativa di Dio a far sorgere nel Popolo il desiderio e la volontà di osservare ciascuna delle Dieci Parole che costituiscono il cuore dell’Alleanza; all’origine dell’ascolto obbediente vi è l’amore gratuito di Dio. L’agire morale dell’uomo scaturisce dall’Alleanza come da una sorgente inesauribile di libertà: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto dalla condizione di schiavitù” (Es. 20,2; Deut. 5,6).Per questo nel cuore della Dimora vi era l’Arca dell’Alleanza nella quale erano collocate le due tavole dove vi erano incisi comandamenti; esse erano chiamate “la Testimonianza” (‘edut), che indicava, secondo la cultura orientale, le clausole di un trattato imposto da un sovrano al suo vassallo. L’arca – chiamata “aron” = “cassa”, o anche “aron ‘edut” = “arca della testimonianza” – era una piccola cassa rettangolare di circa 1,25 metri di lunghezza e 75 cm. di altezza e larghezza. Essa era separata dal resto della Dimora da un “velo”, “paroket”, di porpora e di bisso. Il luogo dove si trovava l’Arca col suo “propiziatorio” (kapporet), la lastra d’oro sulla quale incombevano i cherubini, era chiamato il Santo dei Santi e vi poteva accedere soltanto il Sommo Sacerdote una volta all’anno, in occasione della festa dell’Espiazione di Yom Kippur. Al di qua del velo erano posti la “tavola della presentazione” coi pani e il candelabro. Questi elementi ci aiutano a comprendere le parole di Gesù. E’ Lui il nuovo Mosè che ci trasmette con autorità le Parole del Padre. E’ Lui che ha inaugurato per noi una nuova via all’intimità con Dio; è Lui che ha posto la Dimora di Dio tra gli uomini, annunciando e compiendo le Parole dell’Alleanza sino all’ultimo yota. Con la sua morte ha squarciato il velo che impediva l’accesso alla santità di Dio, e il suo sangue asperso una volta per tutte sul propiziatorio della Croce ci ha ottenuto il perdono, la riconciliazione e la libertà di dimorare in Dio. E’ il suo Sangue che ha sancito la nuova ed eterna Alleanza, nella quale possiamo attingere forza e vigore per ogni alleanza della nostra vita: tra gli sposi, con i colleghi e gli amici, con i fidanzati e i parenti. Sino ai nemici. La sua carne offerta in riscatto per ciascuno di noi è la chiave che apre le porte della Dimora, uniti a Lui possiamo vivere ogni istante nell’intimità divina.

“Poi Mosé prese l’olio dell’unzione, unse la Dimora e tutte le cose che vi si trovavano e così le consacrò” (Lv. 8,10). Il Signore parlò a Mosé: “Procurati balsami pregiati, mirra vergine … e un hin di olio d’oliva. Ne farai l’olio per l’unzione sacra, un unguento composto secondo l’arte del profumiere: sarà l’olio per l’unzione sacra. Con esso ungerai la tenda del convegno, l’arca della Testimonianza, la tavola e tutti i suoi accessori, il candelabro con i suoi accessori; l’altare del profumo, l’altare degli olocausti e tutti i suoi accessori… Consacrerai queste cose, le quali diventeranno santissime: quando le toccherà sarà santo” (Es. 30,22-29). L’olio dello Spirito Santo che un tempo ha consacrato la Dimora e l’Arca dell’Alleanza ha poi unto Gesù per accompagnarlo nel compimento della sua missione. Lo stesso Spirito Santo unge oggi ciascuno di noi, pervade come un profumo soave ogni aspetto della nostra vita come lo fu per ogni angolo della Dimora, consacrandoci a Dio, nell’appartenenza incorruttibile sigillata nella sua Alleanza. Come Davide quando ha introdotto la dimora a Gerusalemme, possiamo anche noi danzare ad ogni passo, nella consapevolezza di essere testimoni di un amore infinito, custodi dell’Arca e del suo prezioso contenuto. La Dimora di Dio è la nostra dimora, perchè la sua Vita è ormai la nostra vita. Nulla ci può più turbare, lo Spirito Santo ci ha fatti figli, e, come Israele, ovunque ed in ogni circostanza l’Arca dell’Alleanza ci farà più che vincitori nelle tentazioni e nei combattimenti di ogni giorno. Portiamo infatti ovunque in noi il morire di Cristo, nella sessualità, nelle parole, nei pensieri, nel lavoro, nell’amicizia, nella relazione con i genitori e nell’educazione dei figli, nella malattia e nella precarietà, in ogni nostro atto, perchè appaia in noi anche lo splendore della sua Resurrezione, la bellezza del Santo dei Santi.Per questo il Signore si manifesta ai discepoli e non al mondo, come già fu con Israele, eletto per testimoniare ad ogni generazione l’esistenza e la presenza di Dio con gli uomini. In Cristo, Dimora incarnata di Dio, i cristiani, unti (cristi) dello dello stessoSpirito, testimoniano nella propria vita, portando in sé l’Arca dell’Alleanza, l’amore infinito di Dio per tutti gli uomini, speranza e segno tangibile della sua dimora tra di loro. Sulla nostra vita vigilano i cherubini, come dinanzi alla tomba vuota del Signore, a segnare il cammino di ritorno al Paradiso già da loro sbarrato, la dimora eterna preparata da Dio in Cristo suo Figlio. E’ lo Spirito Santo che rende attuale in ogni nostro giorno l’esperienza unica del Sinai, nel dono rinnovato dell’Alleanza e nel potere di ascoltare e compiere ogni comandamento.

Lo Spirito Santo è Colui che ci fa uno con Dio, che ci trasporta, per così dire, nella profondità divina per colmarci della Sua natura. Non si tratta così di sforzarci, di impegnarci, di buona volontà. Non basta. L’agape è dono che viene dal Cielo. Amare Gesù è soprattutto quella rettitudine di intenzione che si coniuga nel desiderio di Lui, nel custodire trepidanti le sue Parole di vita, come si custodisce gelosamente la cosa più cara. Amarlo perchè prenda dimora insieme con il Padre è gemere attraverso lo Spirito Santo implorando di compiere in noi quanto non siamo capaci, perchè senza di Lui non possiamo fare nulla, non siamo casti, sinceri, generosi, pazienti, mansueti, rispettosi. Senza di Lui non sappiamo amare, e così amarlo è soprattutto un desiderio ardente di poter finalmente amare. Questo dono oggi è pronto per noi, come ogni giorno. In esso è custodita la memoria della vita di Cristo e delle sue Parole, come nell’Arca era custodita l’Alleanza che faceva dimorare Dio in mezzo al Popolo; per lo Spirito Santo che ha unto la Dimora e il Signore Gesù, possiamo ricordare, credere, sperare, amare. E’ il Consolatore che il Padre ci dona perchè ci ama e ci ha legati a sé, eternamente. Perchè “solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere” (Benedetto XVI, idem).
San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa Omelie 30, 1-10
« Lo Spirito v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto »

Sarà lo Spirito ad insegnarvi ogni cosa. Infatti vana è la parola di coloro che insegnano, se il cuore di coloro che ascoltano non viene toccato dallo Spirito. Nessuno dunque attribuisca ad un maestro umano l’intelligenza che egli ha del suo insegnamento. Se il Maestro interiore non c’è, la lingua del maestro esteriore parla al muro. Tutti voi udite la mia voce nello stesso modo ; eppure non comprendete nello stesso modo quello che udite. La parola del predicatore è inutile se essa non è capace di accendere nei cuori il fuoco dell’amore. Avevano ricevuto quel Fuoco, per bocca della Verità, coloro che dicevano : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le scritture ? » (Lc 24, 32). Quando si ode una omelia, il cuore si scalda, e lo spirito comincia a desiderare i beni del Regno dei cieli. L’amore autentico che lo riempie gli strappa lacrime, ma questo ardore lo riempie pure di gioia. Quanto allora siamo felici di udire questo insegnamento che viene dall’alto e diviene in noi come una fiaccola che brucia, ispirandoci parole di fuoco ! Lo Spirito Santo è il grande artefice di queste trasformazioni in noi.



Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]

 

Der Gott Jesu Christi (Il Dio di Gesù Cristo)
« Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome»
A differenza delle parole “Padre” e “Figlio”, il nome dello Spirito Santo, la terza persona divina, non è l’espressione di una specificità; esso designa invece ciò che è comune a Dio. Ora proprio in questo consiste ciò che è “proprio” alla terza persona: Lei è “ciò che è in comune”, l’unità del Padre con il Figlio, l’Unità in persona. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola nella misura in cui vanno oltre se stessi; sono una cosa sola in quella terza persona, nella fecondità del dono. Tali affermazioni non potranno mai essere altro che dei modi di avvicinarci; non possiamo riconoscere lo Spirito se non nei suoi effetti. Pertanto la Scrittura non descrive mai lo Spirito Santo in sé; parla soltanto del modo in cui egli viene verso l’uomo e in cui si distingue dagli altri spiriti…
Giuda Taddeo chiede: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi a non al mondo?” la risposta di Gesù sembra passare accanto alla richiesta: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” In verità, questa è proprio la risposta esatta alla domanda del discepolo e alla nostra domanda riguardo allo Spirito. Non si può esporre lo Spirito di Dio come una merce. Solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere. Vedere e venire, vedere e dimorare vanno di pari passo e sono inscindibili. Lo Spirito dimora nella parola di Gesù e non si ottiene la parola mediante discorsi, bensì mediante la costanza, mediante la vita.