Dal Vangelo secondo Luca 10,1-9. 

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.
Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

Il commento di don Antonello Iapicca

Il mondo muore di fame. In «ogni città e luogo» tutti hanno un urgente bisogno dei discepoli del Signore, come i «lupi» che si aggirano famelici in cerca di cibo, hanno bisogno degli agnelli. Il mondo giace nelle tenebre del peccato, le persone che incontriamo ogni giorno sono lupi affamati, sui loro denti cola la concupiscenza; stanno divorando famiglia, figli, chiunque, anche la propria vita, pur di saziare il vuoto e la solitudine. Solo un «Agnello sgozzato» che si offre mite può saziarli, solo un amore come il suo che arriva «sino alla fine», lì dove si fanno insopportabili i crampi della fame. Anche noi, ogni giorno, siamo nutriti dall’Agnello immolato per la nostra salvezza; “ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”: così, prima di partecipare alla beatitudine del banchetto eucaristico, il presbitero ci mostra e annuncia l’amore che ci salva. E ci salva in quel momento: possiamo alzare gli occhi e contemplarlo, come il Popolo di Israele ha fissato il serpente di bronzo, come i Popoli hanno guardato a Colui che hanno trafitto, e sono stati salvati. Così oggi saremo salvati dal giudizio che ci ha chiuso al fratello, dall’egoismo e dall’invidia, dall’avarizia e dalla gelosia. Ambasciatori «inviati avanti» all’Agnello, i discepoli non possono che essere agnelli, miti e indifesi come Lui, «senza borsa, né bisaccia e calzari». Ogni discepolo appare sulla soglia del giorno e della storia come gli “operai” dell’Agnello: quando ci svegliamo il Signore ci invia e ci presenta a nostro marito e a nostra moglie, ai figli e ai colleghi, ai parenti e a chiunque incontreremo al mercato o sulla metropolitana, ai compagni di scola, ai professori e al fidanzato, dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio”…. Siamo stati salvati, lo abbiamo mangiato tante volte, ci ha saziati, e siamo stati trasformati in Lui. Per questo anche oggi il Padre svela suo Figlio in noi, agnelli inviati ai lupi, al marito che è famelico, come la moglie, come tutti: homo homini lupi diceva Plauto, e lo sperimentiamo ogni giorno, sino a quando qualcuno – tu ed io – non sono trasformati, per Grazia, in piccoli, umili e indifesi agnellini… Ma sono “pochi” gli operai che hanno accolto la Grazia di vivere come gli ultimi, in silenzio, ogni giorno come pecore da macello. “Operai” che chiedono giustizia, che predicano se stessi e la propria carne affamata come quella del mondo, ve ne sono molti, troppi. Credono di sfamare e contribuire a un mondo migliore, e invece generano mostri, una miriade di uomini vecchi ingrassati a dovere, pieni di concupiscenze e di desideri inappagati. Preti, suore, padri e madri, il mondo è pieno di “operai” incapaci di andare nella “messe” di Gesù; “operai” come tu ed io, intenti a girare al largo dal Calvario autentico di questa generazione. Entriamo, invece, in quelli che il demonio ci vuol far credere essere la “messe” del Signore, le ingiustizie sociali, le difficoltà relazionali nei matrimoni, le malattie incurabili. Queste situazioni non costituiscono la “messe” di Dio. Sono le conseguenze, o i sintomi di una malattia molto più profonda, quella che gli “operai” autentici sono inviati a “curare”. La malattia del peccato, la vera schiavitù che impedisce di perdonare un marito violento. Che facile fare una legge contro il femminicidio, come se con essa si riuscisse a cambiare il cuore dell’uomo. Siamo tutti femminicidi, tutti ominicidi, infanticidi, perché l’assassino e menzognero ci ha ingannato e abita nel nostro cuore! Il Signore pensa, invece, ad “operai” capaci di esorcizzare  i “malati” di questa generazione, con l’annuncio e l’incarnazione della Croce. E ve e sono pochi, perché pochissimi credono che l’origine della sofferenza sia il peccato e il demonio suo padre. Come, di conseguenza, pochissimi sono quelli che credono al potere della povera e stolta predicazione della Croce. Altro che San Paolo, che affermava di conoscere e annunciare solo Cristo crocifisso. E noi? A casa, ieri sera con nostro marito che voleva unirsi e lo abbiamo rifiutato? E stamattina con il muso di nostro figlio, o due giorni fa con l’imbroglio del collega? Abbiamo annunciato e assunto la Croce o la giustizia del mondo? Per questo occorre “pregare il Padrone della messe” – l’unico che la conosce bene perché l’ha creata Lui, libera e vulnerabile – perché “mandi operai” veri a portare e annunciare il regno di Dio capace di distruggere quello del demonio. Occorre pregare perché oggi, e ogni giorno, il Padre ci invii di nuovo in missione; chiediamogli di liberarci da noi stessi e dai nostri criteri mondani perché, senza i ricorsi psicologici e politici, ideologici e pedagogici, lasciamo a casa “borsa e denari” e, impugnando solo la sapienza della Croce e il Vangelo, con zelo ci infiliamo nei luoghi della nostra vita per annunciare Cristo e Cristo crocifisso. Solo così la Chiesa, erede dei «72» anziani collaboratori di Mosè, potrà adempiere alla sua missione nel «deserto» del mondo: con la sola sapienza della Croce saprà dirimere le cause insinuate dalla malizia del demonio, perché le persone raggiunte dal Vangelo sappiano deporre le armi e riconciliarsi, nella “Pace” del Signore vittorioso sulla morte. “Operai” così nessun «piano pastorale», purtroppo, li prevede.

Ben fondati sulla Croce che ci ha salvati, siamo allora inviati anche noi ad offrirci «come agnelli in mezzo ai lupi», perché appaia compiuta nel mondo la profezia di Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello”. Ogni lupo può dimorare nell’ovile di Cristo, l’agnello muto di fronte ai suoi macellai: nella Chiesa gli agnellini ammansiscono i lupi offrendosi in cibo per loro. L’amore soprannaturale che perdona e si carica dei peccati degli altri fa della terra un’ enclave del Cielo. I fidanzati come agnelli alle proprie fidanzate, per spegnere nel dono, nel rispetto e nel sacrificio gli ardori della lussuria; i genitori come agnelli alle ribellioni e all’immaturità dei propri figli, per educarli trasmettendo loro la fede nella verità e nella misericordia. E così gli sposi l’uno all’altro, i professori agli studenti, i pastori al gregge. Siamo inviati a «curare» i colleghi, gli amici, i parenti «malati», spingendoci con amore sino alla soglia delle loro «case», a quei frammenti di vita dove la paura della morte li spinge a farsi lupi; sin dentro le loro «città», per «mangiare» e prendere su di noi il dolore «che ci è messo dinanzi»; senza giudicare, perché «il Medico è venuto dai malati, per guarirli mangiando con loro» (San Pietro Crisologo). Come «paraninfi» siamo inviati a cercare i «figli della Pace» e condurli al Principe della Pace loro legittimo Sposo. Come a Gubbio quel giorno San Francesco si fece capire dal lupo con parole di misericordia che seppero ammansirlo, così con il nostro annuncio e nella nostra vita si fa «vicino» ad ogni uomo il «Regno di Dio», dove Cristo sazia del suo amore la fame di tutti. E dove c’è il Regno celeste non resta sui piedi neanche un po’ di “polvere” della terra: essa è trasfigurata, come la storia di coloro che hanno accolto il Vangelo. Per chi, invece, lo rifiuta, la terra e la vita resteranno la povera cosa che si avvia alla corruzione. La “testimonianza” autentica e nella verità che illumina il destino per i quale è stato creato ogni uomo apre il cammino alla libera adesione all’annuncio, anche di chi oggi lo rifiuterà. “Operai” che dissimulano e truccano le carte non sono quelli inviati dal “Padrone” della messe. Sono ladri che non hanno a cuore nessun uomo perché non desiderano per nessuno il destino celeste. Desiderare e attuare solo per alleviare un po’ di dolore oggi non è amore: spingere verso divorzio e aborto, decodificando la realtà con i parametri di un lassismo buonista che per tutto prepara un’eutanasia scacciapensieri, è odiare le persone, ingannandole. Ma no, il Signore ama davvero ogni uomo, e invia noi, gli “operai” crocifissi che annunceranno la stoltezza e lo scandalo della Croce, per strappare dalla morte chi oggi incontreremo.

QUI IL COMMENTO APPROFONDITO 
con il fioretto di San Francesco sul lupo di Gubbio

Il mondo ha bisogno dei discepoli di Cristo, come i lupi hanno bisogno degli agnelli, perchè il mondo ha fame. I discepoli sono inviati come cibo, consegnati alle fauci dei lupi. Un agnello in mezzo ad un branco di lupi è destinato ad essere sbranato. Per questo, nella missione della Chiesa, la sconfitta è programmatica. “La forza della Parola non dipende anzitutto dalla nostra azione, dai nostri mezzi, dal nostro ‘fare’, ma da Dio, che nasconde la sua potenza sotto i segni della debolezza, che si rende presente nella brezza leggera del mattino, che si rivela sul legno della Croce” (Benedetto XVI, Omelia dell’11 Ottobre 2011). Ogni cosiddetto “piano pastorale” nasconde una contraddizione in sé stesso: non se ne conoscono che pongano, come obiettivo, il fallimento ed il martirio, essenziali per la missione e che non si possono programmare. La missione dei settantadue incarna e annuncia la paradossale novità del Discorso della Montagna. Con loro si avvicina e appare il Cielo, qualcosa che non si è mai visto prima, che sfugge ad ogni programmazione, il compimento stupefacente delle promesse di Dio. La Chiesa è chiamata a rendere visibile e credibile il Regno di Dio. In esso ogni criterio mondano è stravolto. Il buon senso carnale mostra la sua inconsistenza. La Verità ha ragione della menzogna, e la vanità si dissolve per far posto all’autenticità.

Unico piano pastorale di Gesù è quello di consegnarsi, mite e indifeso, alla morte. Unico progetto, la croce. I discepoli sono i messaggeri del Signore inviati avanti a Lui ad annunciare il suo arrivo. Ambasciatori dell’agnello non possono che essere agnelli. Con loro si avvicina il Regno di Dio, la vita nella morte, Gesù vittorioso sulle menzogne del mondo. Per questo i discepoli sono inviati nudi, senza alcuna sicurezza, indifesi. Niente bastone, niente calzari, niente borsa, alla mercè di tutto e di tutti. Crocifissi. E dentro il fuoco ardente dello zelo per annunciare il Vangelo: il mondo giace nelle tenebre della schiavitù, non c’è tempo per salutare, per convenevoli e cedimenti affettivi. Ci si ferma in una sola casa, la comunità dove pregare, ascoltare la Parola e nutrirsi dei sacramenti, la comunione che approfondisce l’intimità con Colui che invia. Niente legami di casa in casa, niente ricerche di affetto e compiacenze, niente luoghi dove pianificare strategie. Il riposo arriverà dopo, quando ritorneranno dal Signore, per esultare con Lui nel vedere i propri nomi scritti in Cielo, perchè è lassù il vero riposo che li attende. Il passaggio dei discepoli è la luce pasquale che illumina la notte: essi sono gli azzimi della fretta, dell’urgenza che infiamma il cuore di Dio; sono le sue viscere commosse di misericordia per ogni suo figlio reso lupo dall’inganno del demonio: annunciano la Pace, il riscatto e la libertà. I discepoli, come paraninfi del Signore cercano i figli della Pace per prepararli alle nozze con Cristo, la Pasqua nella quale sia distrutto l’uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici,e rivestire quello nuovo che si rinnova ad immagine del suo Creatore. I discepoli, come Giovanni  Battista, preparano il banchetto di nozze nelle quali il lupo ritorna ad essere l’agnello che è stato creato. “Chi dunque può rendere testimonianza a questa luce solare latente nella carne come in una nube? Tale compito è proprio degli amici dello sposo; nelle nozze umane è tradizionale un rito solenne, per cui, oltre tutti gli altri amici, è presente anche il paraninfo, amico più intimo, che conosce la casa dello sposo. Ma costui è importante, veramente molto importante. Quel che nelle nozze umane, uomo a uomo è il paraninfo, questo è Giovanni in rapporto a Cristo” (S. Agostino, Discorso 293).

Per questo, laddove sono accolti, i discepoli mangiano ciò che viene posto loro innanzi: come il Signore a casa di Matteo, dove assume su di sé il cibo della carne, si carica dei peccati per donare se stesso, il perdono che dà la vita nuova ed eterna. “Dio è accusato di chinarsi sull’uomo, di accostarsi al peccatore, di aver fame della sua conversione e sete del suo ritorno. Si mette sotto accusa il Signore perché prende il piatto della misericordia e il calice della pietà. Fratelli, Cristo è venuto a questa cena, la Vita è scesa tra questi convitati, perché i condannati a morire vivano con la Vita. La Risurrezione si è chinata, perché coloro che giacciono si levino dalle tombe. La Bontà si è abbassata, per elevare i peccatori fino al perdono. Dio è venuto all’uomo, perché l’uomo giunga a Dio. Il Giudice si è seduto alla mensa dei colpevoli, per sottrarre l’umanità alla sentenza di condanna. Il Medico è venuto dai malati, per guarirli mangiando con loro. Il buon Pastore ha chinato le spalle per riportare la pecora smarrita all’ovile di salvezza”. (S. Pietro Crisologo, Discorsi, Sermo 30). I discepoli sono inviati a preparare questo banchetto, annunciando che Dio si è fatto carne e in essa ha distrutto il veleno di morte. Come il Signore portano la natura divina nella debolezza della natura umana, fragilità e precarietà che si fanno evidenti nella missione; in loro si realizza così il mistero dell’Incarnazione compiuto nella Pasqua, la novità sconvolgente del Regno possibile qui ed ora, proprio laddove sembra impossibile, perchè nessun mezzo umano e nessuna strategia sono capaci di “produrre” un amore che si consegni al nemico. Essi dimostrano stolto tutto ciò che il mondo ritene sapiente e svelano sapiente quello che il mondo ritiene stolto.

Tutto questo è la nostra vita. Ogni mattina siamo inviati avanti al Signore: il caffè con la moglie, la colazione con i figli, le strade intasate e le metro stracolme, la scuola, l’ufficio, sino al momento di spegnere la luce e addormentarsi. “La missione della Chiesa, come quella di Cristo, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita” (Benedetto XVI, Omelia del 16 ottobre 2011). Come pecore in mezzo ai lupi, come San Francesco a Gubbio, in cerca dei figli della Pace cui riconsegnare la Pace perduta, il saluto pasquale, il trofeo conquistato dal Signore nel combattimento vittorioso ingaggiato con il peccato e la morte. “Pace a voi!”. Tutto è perdonato, si può vivere una vita diversa, autentica, piena. Si può amare perchè la paura della morte che spinge a farsi lupi – homo homini lupus – è stata dissolta nella certezza di un amore più forte della tomba. Si può perdonare, si può pazientare, si può donare la propria vita. La fame dei lupi è stata saziata dall’Agnello senza macchia. La fame di affetto, di comprensione, di giustizia, di misericordia che ogni giorno miete vittime accanto e dentro di noi, è stata saziata dall’amore crocifisso, scandalo e stoltezza che cura ogni malattia perchè distrugge la malizia che avvelena il cuore così che perverta ogni aspetto della vita.

Ciascuno di noi è inviato oggi a farsi mangiare dai lupi che si nascondono in chi ci è accanto: non vi è amore più grande, non esiste altra vita per i discepoli di Cristo. Si può vivere come agnelli, anzi, proprio la vita di un agnellino è l’unica autentica, quella che custodisce la caparra del Cielo. E’ questa la missione che ci ha raggiunto: preparare l’avvento del Signore. Non si può pianificare la castità tra due fidanzati: ogni volta che escono insieme sono inviati come pecore in mezzo ai lupi delle concupiscenze, dell’egoismo che offre tutto a se stesso. Non si pianifica l’educazione: ogni giorno i genitori sono inviati come pecore in mezzo ai lupi delle ribellioni, dell’esigenza di autonomia, dell’immaturità. Non si programma l’essere marito, moglie, padre, figlio, fidanzato, collega di lavoro; non si pianifica secondo i criteri mondani un matrimonio, un’amicizia, un’attività lavorativa, lo studio. Non si pianifica il Servo di Yahwè: è una grazia che sgorga dall’essere stato scelto ed inviato, la primogenitura che costituisce la missione, la vita del missionario. In mezzo ai lupi appare l’agnello che vince il peccato e offre la vita. In ciascuno di noi si fa presente l’agnello: la pace che sgorga dalle stigmate gloriose di Cristo risorto mostrate dai discepoli nella loro totale precarietà. Le ferite del peccato, della debolezza trasfigurate nell’amore che ha vinto la morte mostrate al mondo quale segno che autentichi la Pace, il frutto del Regno dei Cieli. Ogni giorno i discepoli si affacciano sul mondo come vivi tornati dal sepolcro, annunciando a tutti che il Cielo esiste, che Cristo é risorto. Sì, ogni giorno siamo chiamati ad essere, come Cristo e con Lui, i messaggeri che giungono dal Cielo, e testimoniare, nella vita e nelle parole, che la morte non é l’ultima parola. Nei discepoli brilla la pace che genera l’educare, il lavorare, lo studiare; la pace nella malattia, nella tentazione, nel fallimento di ogni progetto, anche nel rifiuto della stessa pace offerta: ovunque farsi mangiare e saziare di Cristo la fame di tutti, come, ogni giorno, il Signore sazia la nostra.

“È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità” (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41).

Fioretti di San Francesco: Capitolo XXI

Del santissimo miracolo che fece santo Francesco, quando convertì il ferocissimo lupo d’Agobbio.

Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio nel contado di Agobbio appari un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini, in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s’appressava alla città, e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s’eglino andassono a combattere; e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e’ vennono a tanto, che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra.

Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano; e facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della terra egli co’ suoi compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio.

E dubitando gli altri di andare più oltre, santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il segno della croce, e chiamollo a sé e disse così: “Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona”.

Mirabile cosa a dire! Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco gli parlò così:

“Frate lupo, tu fai molti danni in queste partì, e hai fatti grandi malifici, guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza; e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se’ degno delle forche come ladro e omicida pessimo, e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né li canti ti perseguitino più”.
E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare.

Allora santo Francesco disse: “Frate lupo, poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male.

Ma poich’io t’accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non nocerai a nessuna persona umana né ad animale, promettimi tu questo?”. E il lupo, con inchinate di capo, fece evidente segnale che ‘l prometteva.

E santo Francesco sì dice: “Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch’io me ne possa bene fidare”. E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch’egli potea di fede.

E allora disse santo Francesco: “Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo, che tu venga ora meco sanza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome di Dio”.
E il lupo ubbidiente se ne va con lui a modo d’uno agnello mansueto, di che li cittadini, vedendo questo, fortemente si maravigliavano.

E subitamente questa novità si seppe per tutta la città, di che ogni gente maschi e femmine, grandi e piccoli, giovani e vecchi, traggono alla piazza a vedere il lupo con santo Francesco.

Ed essendo ivi bene raunato tutto ‘l popolo, levasi su santo Francesco e predica loro dicendo, tra l’altre cose, come per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze, e troppo è più pericolosa la fiamma dello inferno la quale ci ha a durare eternalemente alli dannati, che non è la rabbia dello lupo, il quale non può uccidere se non il corpo: “quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca d’un piccolo animale.

Tornate dunque, carissimi, a Dio e fate degna penitenza de’ vostri peccati, e Iddio vi libererà del lupo nel presente e nel futuro dal fuoco infernale”.

E fatta la predica, disse santo Francesco: “Udite, fratelli miei: frate lupo, che è qui dinanzi da voi, sì m’ha promesso, e fattomene fede, di far pace con voi e di non offendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v’entro mallevadore per lui che ‘l patto della pace egli osserverà fermamente”.

Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo continuamente. E santo Francesco, dinanzi a tutti, disse al lupo: “E tu, frate lupo, prometti d’osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda né gli uomini, né gli animali né nessuna creatura?”.

E il lupo inginocchiasi e inchina il capo e con atti mansueti di corpo e di coda e d’orecchi dimostrava, quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto.

Dice santo Francesco: “Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede di questa promessa fuori della porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della tua promessa, che tu non mi ingannerai della mia promessa e malleveria ch’io ho fatta per te”. Allora il lupo levando il piè ritto, sì ‘l puose in mano di santo Francesco.

Onde tra questo atto e gli altri detti di sopra fu tanta allegrezza e ammirazione in tutto il popolo, sì per la divozione del Santo e sì per la novità del miracolo e sì per la pace del lupo, che tutti incominciarono a gridare al cielo, laudando e benedicendo Iddio, il quale si avea loro mandato santo Francesco, che per li suoi meriti gli avea liberati dalla bocca della crudele bestia.

E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio, ed entravasi dimesticamente per le case a uscio a uscio, sanza fare male a persona e sanza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalla gente, e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava drieto.

Finalmente dopo due anni frate lupo sì si morì di vecchiaia, di che li cittadini molto si dolsono, imperò che veggendolo andare così mansueto per la città, si raccordavano meglio della virtù e santità di santo Francesco.