di don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37. 

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 
Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 
Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 
E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». 
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 
Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 
Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 
Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 
Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: « Va’ e anche tu fa’ lo stesso ». 


L’uomo, pur osservando le condizioni,
non può obbligare Dio ad assolvere la sua promessa,
l’unica garanzia è che Dio mantiene la sua parola.
E. Kutsch

IL COMMENTO

Nel Vangelo di oggi Gesù risponde, attraverso una famosa parabola, alla domanda più importante:  facendo cosa (secondo la traduzione letterale del testo che prevede un gerundio) erediterò la vita eterna?  La forma verbale usata da Luca esprime l’attualità del fare, lo scorrere dell’operare nel tempo, orientando la domanda del Dottore della Legge sulla questione fondamentale: in quale attività sperimenterò una vita che non si esaurisce, in che modo usare del tempo perchè esso non divori il mio fare? Che cos’è che mi consente l’accesso all’eredità della vita eterna, l’eredità di un compimento della mia vita, del mio agire in questa vita, che non sfugga più dalle mani? Che cosa è incorruttibile, non marcisce, non evapora?

Una lettura affrettata, sentimentalistica o moralistica del brano lo può depotenziare, issandolo su un piedistallo ideale e, così, tagliarla fuori dalla concreta vita dell’uomo: magari facessi così anche io, ma Lui era Gesù, i santi sono santi e io sono un povero disgraziato. Ma chiudere così la partita significa escludere Cristo dalla propria vita, perchè è Lui che annuncia la parabola. E’ quanto si ritrova a fare il Dottore della Legge che avvicina Gesù per tentarlo, per scovare in Lui un errore e un capo d’accusa; e non si accorge che, così facendo, mentre cerca di mettere in difficoltà si ritrova egli stesso a doversi giustificare. Ecco descritto l’atteggiamento di chi, pur ferrato nelle Scritture e nelle cose di Dio, si accosta a Gesù solo per metterlo alla prova, per trovare in Lui giustificazione al proprio operare, per non lasciarsi mettere in discussione da Lui; per carpirne qualcosa a proprio favore, la perversione di una relazione che, pur mossa dalla ricerca della verità, è macchiata dalla malizia.

Il brano è una lunga inclusione tra la prima domanda del Legista e l’ultima affermazione di Gesù che ne diviene la risposta: “facendo cosa erediterò la vita eterna?”…. “ e fa anche tu lo stesso”. Ma l’eredità non è qualcosa da conquistare, essa è un diritto naturale, spetta al figlio come un dono dell’amore paterno. Per un dotto israelita doveva essere chiaro che l’eredità consisteva nella Terra ed era il frutto di una promessa compiuta da Dio. Essa si poteva solo perdere, perchè era il compimento dell’Alleanza stretta da Dio all’inizio con Abramo, riconfermata poi con Isacco e Giacobbe, e infine stipulata con Mosè e con il popolo d’Israele sul monte Sinai. Ma essa, in un senso più generale, risale ancor più indietro nel tempo, a Noè: “Quando l’arco sarà sulle nubi io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio ed ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra” (Gen. 9,16). Dio guarda e ricorda, ed è  un ricordo “potente, operativo, che penetra nella storia e alla fine condurrà il mondo alla salvezza” (F. Mussner, Il popolo della promessa). Un’Alleanza che, proprio come un arcobaleno disteso tra la terra ed il cielo, ha percorso l’intera storia dell’umanità e rivelata, per un’elezione del tutto gratuita e “missionaria”, al Popolo di Israele. L’alleanza è dunque la storia d’amore di Dio con l’uomo, manifestata in modo del tutto speciale a Israele. Lui l’ha inaugurata, Lui l’ha realizzata giorno dopo giorno, Lui l’ha rivelata; il Popolo l’ha accolta per poi però infrangerla ripetutamente. E Dio ha perdonato, una, mille volte.

Alleanza, berit, è un vocabolo che forse deriva dalla radice brh che significa “vedere, scegliere, selezionare”. Al centro non vi è un rapporto bilaterale ma una elezione, una scelta: Dio ha visto quel manipolo di uomini che non erano neanche un popolo, i più poveri, e li ha messi da parte per sé, li ha amati e ne ha fatto il Popolo Santo. Solo come frutto di questa elezione, dell’esperienza dell’amore con il quale Dio lo ha liberato, salvato, curato, custodito mantenendo ogni promessa, solo quando, in questa alleanza d’amore quel gruppo di uomini ha scoperto di essere diventato un Popolo, ciascuno di loro ha potuto alzare lo sguardo e scoprire la fonte di tanto amore e consegnargli la propria vita. “Se volessimo esprimere il senso originale del dialogo sulla base di Es 34,10 poremmo dire che il popolo aderisce ad un rapporto non con Jhwh, ma davanti a Jhwh che è il protagonista e l’attore principale” (G. Ravasi). L’Alleanza del Sinai è il paradigma nel quale Israele ha letto la sua nascita e l’intera sua storia successiva. Essa è proprio un giuramento unilaterale e gratuito di Dio che, come un innamorato, ha rivelato all’amata ogni sua dote, ogni suo fascino, ogni sua capacità pur di farla innamorare. “Anche i verbi che sostengono il termine berit stanno su questa linea: Dio dà (ntn) l’allenza, giura (shb’) l’alleanza, pone stabilmente (qùm) l’alleanza, taglia (krt) l’alleanza con l’allusione all’automaledizione simboleggiato negli animali squartati (Gen 15,7 ss; cfr Es 34,10.27). Dio, il “fedele” per eccellenza (1 Tess 5,24), restaurerà sempre il rapporto d’alleanza, raccogliendo le debolezze dell’uomo purificato attraverso il suo giudizio (Noè e il diluvio in Gen 6-9) e il suo intramontabile amore” (G. Ravasi) .

Alleanza dunque è molto più che un contratto, è un legame sponsale, un divenire l’uno parte dell’altro: l’Alleanza è amore! Anche la traduzione che ne è derivata, testamento, rimanda all’idea di una eredità. Ma, compresa nel contesto nuziale, l’eredità acquista i connotati della dote, del dono che, in questo caso lo sposo, fa alla sposa per le nozze nozze. Quante pagine nella Scrittura descrivono la tenera relazione tra due fidanzati per esprimere l’Alleanza di Dio con il suo Popolo. Il Cantico dei Cantici è un Cantico dell’Alleanza, al punto che per Israele lo stesso matrimonio è detto berit.

Nel Libro dell’Esodo leggiamo come avvenne concretamente l’Alleanza del Sinai: “Mosè quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo ascolteremo!». Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero” (Es. 23). Il Signore ha parlato, ed era la Parola creatrice, quella che aveva tratto il Popolo dalla schiavitù e lo aveva condotto sino alle falde del monte. Era la voce dell’innamorato che, sulla sommità del Sinai, aveva rivelato il suo tesoro più prezioso, regalandolo alla sua amata: la Torah, la gioia e la vita, il cammino da intraprendere per essere proprietà dell’Amato, la Parola da fare e ascoltare per essere sua sposa. Fare ed ascoltare, la contraddizione è solo apparente, come quella che traspare nella domanda del Dottore della Legge, fare per avere l’eredità: il fare è amare, e amare è la condizione per ascoltare. 


Si comprende allora perchè Gesù inviti il suo interlocutore ad aprire la Torah e a cercarvi la risposta: il facendo cosa è tra quelle pagine. E, subito, di getto, il Dottore della Legge proclama un versetto tratto dallo Shemà unendolo ad un altro del Levitico, dal cosiddetto codice di santità. Ha risposto bene, è questo amore la sintesi della Torah, il fare per ereditare. Ma, abbiamo visto, nell’Alleanza e nella stessa parola dello Shemà, il fare è legato indissolubilmente all’ascoltare. Si ascolta quando si ama, altrimenti le parole di chi ci parla non ci coinvolgono, restano suoni lontani, che non hanno nulla da dirci. Amare Dio è ascoltarlo, perchè la sua Parola ha il potere di compiere e rinnovare l’Alleanza; ascoltarlo è accogliere il suo amore. E’ stata questa l’esperienza di Israele, e per questo il Signore ripete al Dottore della Legge le stesse parole dello Shemà: “Fa questo e vivrai!”.


Ma proprio in questo si rivela l’inciampo dell’interlocutore di Gesù: egli lo mette alla prova, non lo ama. Non comprende di essere dinanzi all’Amato, all’Autore dell’Alleanza, all’eredità fatta carne, alla stessa vita eterna che cercava di ottenere. Esperto della Torah non aveva riconosciuto di trovarsi, in quel momento ed in quel luogo, al cospetto di quel Profeta che sarebbe dovuto arrivare e annunciato proprio da Mosè: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Dt. 18,15 ss). Ora quel profeta annunziato era lì, davanti a lui, e lui scappa cercando di giustificare se stesso, di farsi giusto continuando a mettere alla prova il Signore con la domanda “e chi è il mio prossimo?”.

“I Farisei tendevano ad escludere i non farisei; gli esseni pretendevano che si odiassero tutti i “figli delle tenebre”; i rabbini dichiaravano che si dovevano “sotterrare” tutti gli eretici, i delatori e gli apostati e non estrarli da sotto terra, e un proverbio popolare molto conosciuto escludeva dal comandamento dell’amore il nemico personale” (J. Jeremias, Le parabole di Gesù). Nell’antropologia giudaica il prossimo (reah) era chiunque non faceva parte del proprio nucleo familiare; Per il Libro del Levitico il prossimo sono “i figli del tuo popolo” (Lv. 19, 18). Il concetto viene poi esteso ai ger, agli stranieri avventizi residenti sul territorio. Nella traduzione della LXX ger è reso con proselito, e così si comprende quanto il concetto di prossimo fosse ristretto. Inoltre “era dato per scontato che i samaritani, che a Gerusalemme, pochi anni prima (tra il 6 e il 9 dopo Cristo) avevano contaminato la piazza del tempio proprio nei giorni della Pasqua spargendovi ossa umane, non erano «prossimi»” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, vol. I). Il Dottore della Legge tende una trappola a Gesù per vedere chi egli consideri come prossimo: se segue la tradizione di Israele oppure trasgredisce, allarga i confini minando così l’unità e la specificità del Popolo. In altre parole il Dottore della Legge per mostrarsi giusto (giustificarsi, che non significa discolparsi), osservante della Legge e quindi in diritto di ereditare la vita eterna, sembra dire a Gesù, esattamente come il giovane ricco che, non a caso, sottopone al Signore la stessa questione circa l’eredità della vita eterna: “Io ho compiuto la Legge. Amo Dio e il mio prossimo, quindi l’eredità è mia…”, per poi aggiungere tra le righe: “ma tu Maestro? Chi è il prossimo per te? Quello che dice essere la Legge o anche qualcun altro?”. Per farsi giusto cerca di rendere ingiusto Gesù, di metterlo fuori dal Popolo, di farne un eretico.

Così si comprende il senso profondo della parabola con la quale il Signore risponde. Ed è un midrash, una catechesi sullo Shemà nella sua completezza, e non solo sull’amore del prossimo. Gesù si identifica con il samaritano, con l’eretico, e prepara così la risposta che spiazzerà l’interlocutore. Gesù fa una rivelazione di se stesso, e, nel contesto proprio dello Shemà e dell’Alleanza, si presenta come Dio e, follia estrema, presenta Dio come un eretico! La domanda che fa al termine del racconto è la chiave di tutto il brano: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Non dobbiamo dimenticare che questa costituisce la risposta alla domanda precedente su chi fosse il mio prossimo. Il prossimo è proprio il samaritano, è Lui da amare come se stessi! E non si tratta di una contraddizione. Il samaritano eretico è il prossimo! Sì, Gesù rompe gli schemi, e risuonano in questo le parole del discorso della montagna sull’amore al nemico. Nella domanda-risposta di Gesù dobbiamo leggervi queste stesse parole: “Hai udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, fate del bene a quelli che vi maltrattano….”. Il Rabbino “Neusner afferma che un tale insegnamento non concorda con la Torah perché “è un dovere religioso resistere al male, combattere per il bene, amare Dio e combattere quelli che diventeranno nemici di Dio… La Torah richiede sempre dall’Eterno Israele di combattere per la causa di Dio; la Torah ammette la guerra, riconosce l’uso legittimo della forza”. Più in generale, le antitesi del discorso della montagna appaiono intollerabili al Rabbino: “La frase di Gesù ‘voi avete inteso che fu detto… ma io vi dico’ si pone in aperto contrasto con la frase di Mosè sul monte Sinai”. “Solo Dio può esigere da me quello che sta chiedendo Gesù… In discussione è la rivendicazione di autorità da parte di Gesù”. Il nocciolo della questione è dunque questo: “Cristo prende il posto della Torah”. La conclusione del Rabbino Neusner è tranciante: “Un grande maestro non è colui che dice qualcosa di nuovo, ma colui che dice quello che è vero”. Perciò Gesù non è per lui un maestro credibile e la differenza con la fede del popolo eletto è radicale: “Il messaggio della Torah riguarda sempre l’Eterno Israele, mentre il messaggio di Gesù riguarda quelli che lo seguono” (B. Forte).

In queste parole del Rabbino possiamo intravvedere le obiezioni del Dottore della Legge. In questione è l’autorità di Gesù, il suo farsi Dio, e, per giunta, facendo di Dio un eretico. Ma è proprio questo il punto centrale, la Buona Notizia che nè il Dottore della Legge, nè il Rabbino Neusner hanno colto: Se Dio si è fatto samaritano, eretico, è per puro amore. E’ per pura compassione, quella che illumina tutta la parabola. Senza compassione la Legge rimane lettera morta, un rivestimento, un timbro sul passaporto che decreti un’appartenenza che giustifichi e legittimi l’eredità. Ma questo, in ultima analisi, sconfessa la stessa Torah, il cui frutto più squisito sono proprio le viscere di misericordia di Dio, viscere materne capaci di rigenerare. Il Dottore della Legge non comprende che il Popolo cui appartiene, e quindi egli stesso, è rappresentato da quell’uomo gettato mezzo morto dai briganti. Israele aveva tutto, ma, come il figlio prodigo, ha voluto per sè l’eredità e l’ha dilapidata prostituendosi e adulterando. E’ la storia che emerge dalla stessa Torah, ed è, per questo, storia di amore testardo, di un’Alleanza invincibile, sempre rinnovata, ogni volta che il Popolo si è fatto eretico. I samaritani, oggetto di predilezione del Signore non a caso, sono una parola di Dio per Israele. Si può sempre dimenticare l’amore di Dio e infrangere l’Alleanza in nome della propria ragione allontanatasi dalla fede. Si può essere infedeli.

Per questo Gesù, identificando il samaritano con il prossimo da amare, sta dicendo al dottore della Legge e a ciascuno di noi, che Dio ci ha amato al punto da farsi maledizione, e morire come un bestemmiatore ed eretico. Lo ha fatto per amore nostro, incappati nei briganti e spogliati di tutto, lasciati mezzo morti sul ciglio della avita. Per noi che abbiamo perduto l’eredità a causa dei nostri peccati. “Questo Samaritano non discende da Gerusalemme a Gerico, come il sacerdote e il levita, e se discende, discende per salvare il moribondo e vegliare su di lui. A lui i Giudei hanno detto: «Tu sei un samaritano e un posseduto dal demonio»; e Gesù, mentre ha negato di essere posseduto dal demonio, non ha voluto negare di essere samaritano, in quanto sapeva di essere buon «guardiano» (significato della parola «samaritano»)” (Origene). “All’uomo che giaceva in tali condizioni portò aiuto il nostro Samaritano, cioè Gesù, che i Giudei chiamarono Samaritano, che significa «custode»; egli che mosso da misericordia, discendeva per quella via, cioè si è incarnato per morire lui giusto per i nostri peccati, sollevò da terra l’uomo giacente” (S. Agostino).

Il sacerdote ed il levita, guide del popolo, non si avvedono delle sofferenze dei propri fratelli. Loro, che dovrebbero custodire, formare, condurre il popolo non riconoscono lo stato in cui è ridotto. Non comprendono che quell’uomo è immagine di ogni loro fratello, straziato dai soprusi dei romani, ma molto più quasi ucciso dall’inganno del demonio. Sono dei mercenari, utilizzano il loro stato, e le cose sante, e la Legge per se stessi; quando vedono il lupo scappano, quando vedono il male avventarsi e ferire il popolo loro affidato non hanno forza, nè spirito per farsi prossimo a quel dolore; non hanno parole, non sanno ascoltare il grido, nè amore per chinarsi e portare in salvo.

Il samaritano invece sì, conosce il dolore dal di dentro, sa che cosa significa essere rifiutato, percosso, gettato fuori mezzo morto. Conosce il dolore ed il male, per averlo sperimentato. E’ Lui, è Gesù il Samaritano che si è fatto peccato, che ha conosciuto sino in fondo le conseguenze del male e può avere compassione, essendo stato provato in tutto. Per questo “gli si spezza il cuore; il Vangelo usa la parola che in ebraico indicava in origine il grembo materno e la dedizione materna. Vedere l’uomo in quelle condizioni lo prende «nelle viscere», nel profondo dell’anima. «Ne ebbe compassione», traduciamo oggi indebolendo l’originaria vivacità del testo. In virtù del lampo di misericordia che colpisce la sua anima diviene lui stesso il prossimo, andando oltre ogni interrogativo e ogni pericolo” (Benedetto XVI, ibid.). E’ Lui dunque che si china come il buon pastore, conosce la sua pecora e se la carica sulle sue spalle, e la riconduce all’ovile, la locanda della parabola, e si prende cura di lui, attraverso le sue stesse ferite, le piaghe dalle quali siamo stati redenti: il vino, il sangue sgorgato dalle sue membra crocifisse, e l’olio, il suo Spirito vivificante effuso spirando sulla Croce. E’ Lui che paga il prezzo del nostro riscatto con la sua stessa vita, i suoi averi, le sue grazie, le monete lasciate al locandiere. E’ Lui che ci affida alle cure della Chiesa, la madre premurosa che ci accompagna nel cammino di conversione e risurrezione. E’ Gesù, il samaritano che ha visto il Popolo schiavo in Egitto, che ha udito il suo grido, ed è sceso a liberarlo. E’ solo Lui, l‘unico Dio, in mezzo a tanti dei stranieri falsi e ingannatori, identificati, con la durezza della verità, nel sacerdote e nel levita: sono loro i veri eretici, le monete false che non salvano nessuno, i mercenari che le pecore del Signore non seguiranno, i falsi profeti che nessuno amerà. E’ Gesù che ha visto l’uomo, ogni uomo della storia, come Adamo gettato fuori dalla Vita: “I Padri vedono la parabola in dimensione di storia universale: l’uomo che lì giace mezzo morto e spogliato ai bordi della strada non è un’immagine di «Adamo», dell’uomo in genere, che davvero «è caduto vittima dei briganti»? Non è vero che l’uomo, questa creatura che è l’uomo, nel corso di tutta la sua storia si trova alienato, martoriato, abusato?… La teologia medievale ha interpretato i due dati della parabola sullo stato dell’uomo depredato come fondamentali affermazioni antropologiche. Della vittima dell’imboscata si dice, da un lato, che fu spogliato (spoliatus); dall’altro lato, che fu percosso fin quasi alla morte (vulneratus). Gli scolastici riferirono questi due participi alla duplice dimensione dell’alienazione dell’uomo. Dicevano che è spoliatus supernaturalibus e vulneratus in naturalibus: spogliato dello splendore della grazia soprannaturale, ricevuta in dono, e ferito nella sua natura. Se la vittima dell’imboscata è per antonomasia l’immagine dell’umanità, allora il samaritano può solo essere l’immagine di Gesù Cristo. Dio stesso, che per noi è lo straniero e il lontano, si è incamminato per venire a prendersi cura della sua creatura ferita. Dio, il lontano, in Gesù Cristo si è fatto prossimo. ” (Benedetto XVI, ibid.).

Gesù, il Dio fattosi carne, fattosi l’unico ultimo, l’unico disprezzato, l’uno che doveva morire per il Popolo, è adonai ehad, adonai elohenu, l’unico Dio, l’unico Signore, che non si può non amare con tutto il cuore, con tutta la mente, e con tutte le forze. E perchè unico Dio e unico Signore si è fatto prossimo per salvarci pieno di compassione. Amando Lui nel suo amore si eredita la vita eterna, perchè essa non è altro che questo amore senza limiti, che supera le barriere della morte, che rende ogni istante, ogni pensiero, ogni moto del cuore, ogni opera delle nostre forze un frammento eterno incastonato nel suo eterno amore. In Lui ogni uomo diviene prossimo e l’amore a Cristo si traduce spontaneamente, per la nuova natura di chi è rinato in Cristo, in amore all’uomo. “Il grande tema dell’amore, che è l’autentico punto culminante del testo, raggiunge così tutta la sua ampiezza. Ora, infatti, ci rendiamo conto che noi tutti siamo «alienati» e bisognosi di redenzione. Ora ci rendiamo conto che noi tutti abbiamo bisogno del dono dell’amore salvifico di Dio stesso, per poter diventare anche noi persone che amano… ogni persona è «alienata», estraniata proprio dall’amore (che è appunto l’essenza dello «splendore soprannaturale» di cui siamo stati spogliati); ogni persona deve dapprima essere guarita e munita del dono” (Benedetto XVI, ibid.). Il dono di un amore senza distinzioni, senza barriere, che raggiunge anche il nemico. Perchè l’amore che eredita la vita eterna è pura gratitudine che sgorga da un cuore amato senza condizioni e senza limiti, quello di un’amata che, stordita da tanto amore, apre il suo cuore e lo consegna all’amato innamorato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”(1 Gv. 4, 19-21).

Gesù è il samaritano ebbro d’amore che scende nel suo giardino alla ricerca dell’amata. “Mentre il Re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo” (Ct 1,12). Il famoso Rabbi Juda ben Ilai, verso il 150, interpretava così questo versetto: “Mentre il Re dei re, il Santo – benedetto egli sia! – sedeva alla sua mensa nel firmamento, Israele emise la sua fragranza davanti al monte Sinai e disse: Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Cantica Rabah 1,12.1). E’ paradossale, ma da quelle ferite e da quella estrema debolezza vicina alla morte, quell’uomo ha emesso la sua fragranza davanti al Re dei Re: di quella povertà Egli si è innamorato, di quell’uomo sfinito e incapace di tutto si è caricato. E lui, proprio perchè mezzo morto, ha potuto fare e ascoltare, perchè caricato sull’unico che ha compiuto sino in fondo lo Shemà realizzando la Nuova ed eterna Alleanza. Sulle spalle di Gesù possiamo amare, spandere le fragranze della nostra esistenza e vederle trasformate nel buon profumo di Cristo. Come la peccatrice che, all’estremo dei suoi peccati, schiava incapace di uscirne, ha effuso la fragranza delle sue lacrime sui piedi di Gesù: ed è diventata l’unica dalla quale, nel Vangelo, Gesù riconosce di essere amato: ” le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco” (Lc. 7,47). Rispondendo alla domanda «Chi è Gesù per me?» Madre Teresa rispondeva: “Gesù è la parola da pronunciare, è la vita da vivere, è l’amore da amare, è la gioia da condividere, è il sacrificio da offrire, è la pace da portare, è il pane di vita da mangiare. Gesù è l’affamato da saziare, l’assetato da dissetare, il nudo da vestire, il senza tetto da accogliere, l’ammalato da curare e la persona sola da amare”. Gesù è il prossimo ed il prossimo è Gesù, e l’amore con amor si paga, come diceva San Giovanni della Croce.

Sant’Efrem (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Commento sul Diatessaron, XVI, 9-23 ; SC 121

Cristo viene in soccorso dell’umanità ferita

« Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge? »  Gesù gli rispose : « Amerai il Signore Dio tuo…e il prossimo tuo come te stesso » (Mt 22,36-39). L’amore di Dio ci risparmia la morte, e l’amore dell’uomo il peccato,  poiché nessuno pecca contro la persona amata. Ma qual è il cuore che possa possedere la pienezza di amore per i suoi?  Qual è l’anima che possa far crescere in essa, sotto gli occhi di tutti, l’amore seminato in lei da questo precetto: « Ama il prossimo tuo come te stesso»? I nostri mezzi non possono, da soli, essere gli strumenti di questa volontà rapida e ricca di Dio : basta solo il frutto della carità seminato da Dio stesso.

Dio può, grazie alla sua natura, compiere tutto ciò che vuole; ora Egli vuole dare la vita agli uomini. Gli angeli, i re e i profeti… sono passati, ma gli uomini non sono stati salvati fino a quando non è sceso dai cieli Colui che ci tiene per mano e che ci risuscita.

Benedetto XVI. La parabola del buon samaritano. Da “Gesù di Nazaret” Vol. I

Al centro della storia del buon samaritano vi è la domanda fondamentale dell’uomo. È un dottore della Legge, quindi un maestro dell’esegesi, che la pone al Signore: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» (10,25). Luca aggiunge che il dottore avrebbe fatto quella domanda a Gesù per metterlo alla prova. Egli personalmente, in quanto dottore della Legge, conosce la risposta che a essa dà la Bibbia, ma vuole vedere che cosa dice al riguardo quel profeta digiuno di studi biblici. Il Signore lo rimanda molto semplicemente alla Scrittura che questi, appunto, conosce e lascia che sia lui stesso a dare la risposta. Il dottore della Legge risponde con esattezza mettendo insieme Deuteronomio 6,5 e Levitico 19,18: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10,27). Riguardo a questa domanda Gesù non insegna cose diverse dalla Torah, il cui intero significato è unito in questo duplice comandamento. Ora, però, quest’uomo dotto, che da sé conosce benissimo la risposta alla sua domanda, deve giustificarsi: la parola della Scrittura è indiscussa, ma come essa debba essere applicata nella pratica della vita solleva questioni che sono molto dibattute nella scuola (e anche nella vita stessa).
La domanda, nel concreto, è: chi è «il prossimo»? La risposta abituale, che poteva poggiarsi anche su testi delle Scritture, affermava che «prossimo» significava «connazionale». Il popolo costituiva una comunità solidale, in cui ognuno aveva delle responsabilità verso l’altro, in cui ogni individuo era sostenuto dall’insieme e quindi doveva considerare l’altro, «come se stesso», parte di quell’insieme che gli assegnava il suo spazio vitale. Gli stranieri allora, le persone appartenenti a un altro popolo, non erano «prossimi»? Ciò, però, andava contro la Scrittura, che esortava ad amare proprio anche gli stranieri ricordando che in Egitto Israele stesso aveva vissuto un’esistenza da forestiero. Tuttavia, dove porre i confini restava argomento di discussione. In generale si considerava appartenente alla comunità solidale e quindi «prossimo» solo lo straniero che si era stanziato nella terra d’Israele. Erano diffuse anche altre limitazioni del concetto di «prossimo». Una dichiarazione rabbinica insegnava che non bisognava considerare «prossimo» eretici, delatori e apostati (Jeremias, p. 170). Inoltre era dato per scontato che i samaritani, che a Gerusalemme, pochi anni prima (tra il 6 e il 9 dopo Cristo) avevano contaminato la piazza del tempio proprio nei giorni della Pasqua spargendovi ossa umane (Jeremias, p. 171), non erano «prossimi».
Alla domanda, resa in questo modo concreta, Gesù risponde con la parabola dell’uomo che sulla strada da Gerusalemme a Gerico viene assalito dai briganti che lo abbandonano ai bordi della via, spogliato e mezzo morto. È una storia assolutamente realistica, perché su quella strada assalti simili accadevano regolarmente. Passano sulla medesima strada un sacerdote e un levita — conoscitori della Legge, esperti circa la grande domanda della salvezza di cui erano al servizio per professione — e vanno oltre. Non dovevano essere necessariamente uomini particolarmente freddi; forse hanno avuto paura anche loro e hanno cercato di arrivare più presto possibile in città; forse erano maldestri e non sapevano da che parte cominciare per prestare aiuto – tanto più che, comunque, sembrava che non ci fosse più molto da aiutare. Poi sopraggiunge un samaritano, probabilmente un mercante che deve percorrere spesso quel tratto di strada ed evidentemente conosce il padrone della locanda più vicina; un samaritano — quindi uno che non appartiene alla comunità solidale di Israele e non è tenuto a vedere nella persona assalita dai briganti il suo «prossimo».
Bisogna qui ricordare che, nel capitolo precedente, l’evangelista ha raccontato che Gesù, in cammino verso Gerusalemme, aveva mandato avanti dei messaggeri che erano giunti in un villaggio di samaritani e volevano preparare per Lui un alloggio: «Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme» (9,52s). Infuriati, i figli del tuono — Giacomo e Giovanni — dissero allora a Gesù: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Il Signore li rimproverò. Si trovò poi alloggio in un altro villaggio.
Ed ecco ora apparire il samaritano. Che cosa farà? Egli non chiede fin dove arrivino i suoi doveri di solidarietà e nemmeno quali siano i meriti necessari per la vita eterna. Accade qualcos’altro: gli si spezza il cuore; il Vangelo usa la parola che in ebraico indicava in origine il grembo materno e la dedizione materna. Vedere l’uomo in quelle condizioni lo prende «nelle viscere», nel profondo dell’anima. «Ne ebbe compassione», traduciamo oggi indebolendo l’originaria vivacità del testo. In virtù del lampo di misericordia che colpisce la sua anima diviene lui stesso il prossimo, andando oltre ogni interrogativo e ogni pericolo. Pertanto qui la domanda è mutata: non si tratta più di stabilire chi tra gli altri sia il mio prossimo o chi non lo sia. Si tratta di me stesso. Io devo diventare il prossimo, così l’altro conta per me come «me stesso».
Se la domanda fosse stata: «È anche il samaritano mio prossimo?», allora nella situazione data la risposta sarebbe stata un «no» piuttosto netto. Ma ecco, Gesù capovolge la questione: il samaritano, il forestiero, si fa egli stesso prossimo e mi mostra che io, a partire dalmio intimo, devo imparare l’essere- prossimo e che porto già dentro di me la risposta. Devo diventare una persona che ama, una persona il cui cuore è aperto per lasciarsi turbare di fronte al bisogno dell’altro. Allora trovo il mio prossimo, o meglio: è lui a trovarmi.Helmut Kuhn, nella sua interpretazione della parabola, va certamente oltre il senso letterale del testo e tuttavia individua correttamente la radicalità del suo messaggio quando scrive: «L’amore politico dell’amico si fonda sull’uguaglianza dei partner. La parabola simbolica del samaritano, invece, sottolinea la radicale disuguaglianza: il samaritano, che non appartiene al popolo d’Israele, sta di fronte all’altro, a un individuo anonimo, egli che aiuta di fronte alla vittima inerme dell’attacco dei briganti. L’agape, così ci fa intendere la parabola, attraversa ogni tipo di ordinamento politico in cui domina il principio del
do ut des, superandolo e caratterizzandosi in questo modo come soprannaturale. Per principio essa si colloca non solo al di là di questi ordinamenti, ma si comprende anzi come il loro capovolgimento: i primi saranno ultimi (cfr. Mt 19,30). E i miti erediteranno la terra (cfr. Mt 5,5)» (p. 88s). Una cosa è evidente: si manifesta una nuova universalità, che poggia sul fatto che io intimamente già divengo fratello di tutti quelli che incontro e che hanno bisogno del mio aiuto.L’attualità della parabola è ovvia. Se la applichiamo alle dimensioni della società globalizzata, vediamo come le popolazioni dell’Africa che si trovano derubate e saccheggiate ci riguardano da vicino. Allora vediamo quanto esse siano «prossime» a noi; vediamo che anche il nostro stile di vita, la storia in cui siamo coinvolti li ha spogliati e continua a spogliarli. In questo è compreso soprattutto il fatto che le abbiamo ferite spiritualmente. Invece di dare loro Dio, il Dio vicino a noi in Cristo, e accogliere così dalle loro tradizioni tutto ciò che è prezioso e grande e portarlo a compimento, abbiamo portato loro il cinismo di un mondo senza Dio, in cui contano solo il potere e il profitto; abbiamo distrutto i criteri morali così che la corruzione e una volontà di potere priva di scrupoli diventano qualcosa di ovvio. E questo non vale solo per l’Africa.
Sì, dobbiamo dare aiuti materiali e dobbiamo esaminare il nostro genere di vita. Ma diamo sempre troppo poco se diamo solo materia. E non troviamo anche intorno a noi l’uomo spogliato e martoriato? Le vittime della droga, del traffico di persone, del turismo sessuale, persone distrutte nel loro intimo, che sono vuote pur nell’abbondanza di beni materiali. Tutto ciò riguarda noi e ci chiama ad avere l’occhio e il cuore di chi è prossimo e anche il coraggio dell’amore verso il prossimo. Perché — come detto — il sacerdote e il levita passarono oltre forse più per paura che per indifferenza. Dobbiamo, a partire dal nostro intimo, imparare di nuovo il rischio della bontà; ne siamo capaci solo se diventiamo noi stessi interiormente «buoni», se siamo interiormente «prossimi» e se abbiamo poi anche lo sguardo capace di individuare quale tipo di servizio, nel nostro ambiente e nel raggio più esteso della nostra vita, è richiesto, ci è possibile e quindi ci è anche dato per incarico.I Padri della Chiesa hanno dato alla parabola una lettura cristologica. Qualcuno potrebbe dire: questa è allegoria, quindi un’interpretazione che allontana dal testo. Ma se consideriamo che in tutte le parabole il Signore ci vuole invitare in modi sempre diversi alla fede nel regno di Dio, quel regno che è Egli stesso, allora un’interpretazione cristologica non è mai una lettura completamente sbagliata. In un certo senso corrisponde a una potenzialità intrinseca del testo e può essere un frutto che si sviluppa dal suo seme. I Padri vedono la parabola in dimensione di storia universale: l’uomo che lì giace mezzo morto e spogliato ai bordi della strada non è un’immagine di «Adamo», dell’uomo in genere, che davvero «è caduto vittima dei briganti»? Non è vero che l’uomo, questa creatura che è l’uomo, nel corso di tutta la sua storia si trova alienato, martoriato, abusato? La grande massa dell’umanità è quasi sempre vissuta nell’oppressione; e da altra angolazione: gli oppressori — sono essi forse le vere immagini dell’uomo o non sono invece essi i primi deformati, una degradazione dell’uomo? Karl Marx ha descritto in modo drastico l’«alienazione» dell’uomo; anche se non ha raggiunto la vera profondità dell’alienazione, perché ragionava solo nell’ambito materiale, ha tuttavia fornito una chiara immagine dell’uomo che è caduto vittima dei briganti.
La teologia medievale ha interpretato i due dati della parabola sullo stato dell’uomo depredato come fondamentali affermazioni antropologiche. Della vittima dell’imboscata si dice, da un lato, che fu spogliato (spoliatus); dall’altro lato, che fu percosso fin quasi alla morte (vulneratus: cfr. Lc 10,30). Gli scolastici riferirono questi due participi alla duplice dimensione dell’alienazione dell’uomo. Dicevano che è spoliatus
supernaturalibus e vulneratus in naturalibus: spogliato dello splendore della grazia soprannaturale, ricevuta in dono, e ferito nella sua natura. Ora, questa è allegoria che certamente va molto oltre il senso della parola, ma rappresenta pur sempre un tentativo di precisare il duplice carattere del ferimento che grava sull’umanità. La strada da Gerusalemme a Gerico appare quindi come l’immagine della storia universale; l’uomo mezzo morto sul suo ciglio è immagine dell’umanità. Il sacerdote e il levita passano oltre — da ciò che è proprio della storia, dalle sole sue culture e religioni, non giunge alcuna salvezza. Se la vittima dell’imboscata è per antonomasia l’immagine dell’umanità, allora il samaritano può solo essere l’immagine di Gesù Cristo. Dio stesso, che per noi è lo straniero e il lontano, si è incamminato per venire a prendersi cura della sua creatura ferita. Dio, il lontano, in Gesù Cristo si è fatto prossimo. Versa olio e vino sulle nostre ferite — un gesto in cui si è vista un’immagine del dono salvifico dei sacramenti — e ci conduce nella locanda, la Chiesa, in cui ci fa curare e dona anche l’anticipo per il costo dell’assistenza.I singoli tratti dell’allegoria, che sono diversi a seconda dei Padri, possiamo lasciarli serenamente da parte. Ma la grande visione dell’uomo che giace alienato e inerme ai bordi della strada della storia e di Dio stesso, che in Gesù Cristo è diventato il suo prossimo, la possiamo tranquillamente fissare nella memoria come una dimensione profonda della parabola che riguarda noi stessi. Il possente imperativo contenuto nella parabola non ne viene infatti indebolito, ma è anzi condotto alla sua intera grandezza. Il grande tema dell’amore, che è l’autentico punto culminante del testo, raggiunge così tutta la sua ampiezza. Ora, infatti, ci rendiamo conto che noi tutti siamo «alienati» e bisognosi di redenzione. Ora ci rendiamo conto che noi tutti abbiamo bisogno del dono dell’amore salvifico di Dio stesso, per poter diventare anche noi persone che amano. Abbiamo sempre bisogno di Dio che si fa nostro prossimo, per poter diventare a nostra volta prossimi.
Le due figure, di cui abbiamo parlato, riguardano ogni singolo uomo: ogni persona è «alienata», estraniata proprio dall’amore (che è appunto l’essenza dello «splendore soprannaturale» di cui siamo stati spogliati); ogni persona deve dapprima essere guarita e munita del dono. Ma poi ogni persona deve anche diventare samaritano — seguire Cristo e diventare come Lui. Allora viviamo in modo giusto. Allora amiamo in modo giusto, se diventiamo simili a Lui, che ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4,19).