di Carlo Panella
Tratto da Il Tempo del 12 settembre 2010
Tramite il blog di Carlo Panella

Tutti ricordiamo ogni istante di quel maledetto pomeriggio dell’11 settembre, soprattutto l’orrore sbalordito di quella virata così elegante del secondo aereo per schiantarsi nella seconda torre.

In quel momento tutto fu chiaro, ogni illusione non fu più possibile: un attentato. Il più grande, clamoroso, odioso, infernale della storia umana. Però, se proviamo a ricordarci il 12 settembre, il giorno dopo, tutto si sfuma. Un senso corale di sdegno, tutti che si sentono americani, le condanne senza se e senza ma, quell’istrione senz’anima di Arafat che si fa riprendere mentre si va cavare il sangue da donare ai superstiti, l’urgenza di una risposta. L’Islam. Il 12 settembre del 2001 tutto il mondo, capisce che deve fare i conti con qualcosa di terribile che è nata dentro l’Islam, dentro una religione. E qui, il ricordo si fa confuso. Perché il 12 settembre, sin dalle prime ore, solo una piccola parte di leader politici, di analisti, di giornalisti, di coscienze, comprende la terribile complessità del tema: si deve combattere un’atroce organizzazione, completamente ammantata di una veste religiosa. La stragrande maggioranza, invece, esorcizza il tema, si rifiuta di prenderne atto, parla d’altro. Ancora oggi, con Obama che pensa che al Qaida non c’entri nulla con l’Islam e il suo inaffidabile Consigliere per la Sicurezza, Brennan, che sostiene che “non si può fare guerra al terrorismo, perché pè una tattica” e pensa che il “Ihioad, sia solo uno sforzo dell’anima e non una guerra santa contro gli infedeli. Quel giorno, il 12 settembre 2001, sottotraccia, inizia il dramma che oggi, nove anni dopo, è divenuto epocale. Perché i primi a rifiutarsi di accettare l’evidenza, le profonde radici islamiche di quella strage furono e sono proprio i musulmani. George W. Bush, con la sua cultura evangelica, ebbe la geniale capacità di afferrare questo nesso e parlo di “Asse del Male”, comprendendo chedoveva fronteggiare un nemico che aveva l’Apocalisse come dimensione e come mira. I terroristi islamici di Atocha, la stazione di Madrid, emuli di quelli delle Twin Towers, completarono questa definizione con la loro testimonianza di fede, icastica: “Perderete, perché voi amate la vita; noi amiamo la morte”. Ma il mondo musulmano rifiutò di accollarsi la responsabilità di una paternità religiosa che pure era nei fatti, indiscutibile. E aggiunse a questo rifiuto la viltà. Perché in nove anni mai ha sfidato apertamente il terrorismo, lo ha contrastato, anche ferocemente, ma sempre in modo sotterrraneo. I regimi musulmani hanno epurato moschee e madrasse (quando l’hanno fatto, in Pakistan, invece, le hanno favorite), hanno imprigionato, torturato, ucciso, terroristi. Mai, mai, hanno lanciato una sfida chiara e aperta al terrorismo islamico. Peggio, quando il terrorismo kamikaze colpiva gli ebrei, l’hanno sempre esaltato, aiutato, incensato. Dopo l’11 settembre Arafat fece deflagrare l’Intifada delle stragi e tutto il mondo musulmano dedicava canzoni e trionfi ai kamikaze che uccidevano donne, bambini, vecchi (e anche un superstite dell’11 settembre), non nei Territori Occupati, ma in Israele, sugli autobus, nelle pizzerie, al Delfinario. Questa ambiguità, questo non farsi carico del contrasto del terrorismo islamico da parte degli islamici, si condensa in un dato di fatto inequivocabile: in Afganistan, nella guerra a al Qaida legittimata dall’Onu, in nove anni solo Indonesia, Malaysia e Turchia (stato laico), hanno inviato poche decine di soldati, pro forma; i 53 stati musulmani del mondo invece di essere alla guida del contingente, invece di impegnarsi allo spasimo nel contrasto, sul terreno al terrorismo islamico, si sono dati latitanti. Qui, è la vera ragione delle difficoltà della guerra al terrorismo, in Afghanistan, qui i suoi veri, insuperabili limiti. I soldati americani e europei possono solo stendere uno scudo difensivo, tentare sortite, vincere qualche battaglia. Ma la guerra al terrorismo islamico, quella si può vincere solo se l’Islam si impegna in toto. Putroppo non lo fa.