dal vangelo secondo Mt 10,7-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, nè argento, nè moneta di rame nelle vostre cinture, nè bisaccia da viaggio, nè due tuniche, nè sandali, nè bastone, perchè l’operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi». 

Il Commento di don Antonello Iapicca

“Il Regno dei Cieli è vicino”: l’annuncio della Chiesa è una sorta di “work in progress”, si compie “strada facendo”. Se gli apostoli non camminano, il Regno di Dio non si avvicina all’umanità. L’evangelizzazione infatti è legata indissolubilmente a una dinamica, ad un uscire da se stessi per mettersi in cammino alla ricerca degli “infermi”, dei “morti”, dei “lebbrosi”, dei “demoni” che si nascondono nella vita delle persone, per stanarli e “cacciarli”. L’evangelizzazione, dunque, non è questione da pianificare in un consiglio di amministrazione, perché essa è il frutto dell’amore, il più puro perché l’unico autenticamente gratuito: essa nasce dal cammino di Dio verso la pecora perduta, l’umanità, tu ed io, dispersi e schiavi del peccato. Il cammino della Parola fatta carne e giunta, attraverso la carne di Maria, ad ogni uomo. Come quel mattino sulle rive del Mare di Galilea, quando i passi di Gesù hanno recapitato la sua chiamata, muovendo così i passi di Giacomo e Giovanni, di Pietro e Andrea alla sua sequela. “Strada facendo” Gesù si è “avvicinato” ai peccatori, e, in una carne simile alla loro, ha annunciato e mostrato il “Regno dei Cieli” come il Destino possibile alla loro carne “inferma”, azzannata dalla “lebbra”, “morta” a causa dei “demoni” che se ne sono impossessati. In ebraico, la radice BSR del verbo “evangelizzare” è la stessa di “carne”: “La prima circostanza in cui nella Torah ricorre la parola carne non è insignificante. Essa è pronunciata dall’Adamo, al quale il Signore dà colei che Egli ha desiderato per porla di fronte a Lui. Il Signore l’ha creata con la “costola” o il “fianco” dell’Adamo. Allora, l’uomo che aveva chiamato per nome gli animali, pronuncia la parola carne. E, con tenerezza, dice: Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa. La Torah chiama l’uomo a essere due, uno di fronte all’altro. Ma allora bisogna parlarsi. Allora soltanto, avremo una comunicazione, una carne insieme, BSR. Questa relazione potrà essere chiamata evangelizzazione, Vangelo, BSR” (M. Vidal, Un ebreo chiamato Gesù).

Così, l’evangelizzazione riporta in luce l’origine, e per questo guarisce dalle malattie. “Questa volta” la moglie che ho di fronte, come il marito, il figlio, il salumiere, il collega, il compagno di scuola, anche e soprattutto quando mi sono nemici, “è carne della mia carne, osso delle mie ossa”; non sono più animali a cui dare il nome per dominarli, ma altri me stessi, ciascuno è il “tu” che mi è stato tolto dal petto e che manca al mio “io” perché sia completo, quel frammento unico e irripetibile nel quale riversare l’amore ricevuto, a cui donare la vita perché la mia vita sia finalmente pacificata, realizzata, compiuta. E’ esattamente quello che Gesù afferma quando dice: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”, e poi, durante l’ultima cena, “ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi”. L’evangelizzazione è dunque la Pasqua di Cristo che riverbera nei suoi fratelli, il battesimo della Croce che dà compimento al cammino di ricerca della pecora perduta, del “tu” che manca all’appello del suo cuore: per questo San Paolo afferma che non è un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere, un incarico, un imperativo che sgorga da un cuore mutilato e angosciato, capace di lasciare l’apparente successo, l’ingannevole sicurezza delle novantanove pecore nell’ovile e gettarsi a cercare ovunque l’unica perduta, la più tonta, ostinata, ribelle. Senza di lei, infatti, anche l’avere assicurato all’ovile le altre novantanove non ha alcun senso, perché la vita, senza quel “tu” a cui donarsi resterebbe comunque un fallimento. Così ogni relazione è illuminata dal “desiderio ardente di mangiare la Pasqua” con chi ci  è stato donato e affidato, con tutte le Eva che sono carne della nostra carne, offrendo loro noi stessi da mangiare, in una moltiplicazione di vita che solo l’amore di Dio può realizzare.

Il matrimonio,il fidanzamento, i rapporti con i figli, gli amici, i colleghi, ogni relazione è allora un passo mosso   dall’evangelizzazione; “strada facendo”, a casa come in ufficio, a scuola, al bar o al banco della frutta, insieme con noi si “avvicina il Regno di Dio”, la carne dalla quale è tratto chi ci è accanto, perché in essa, nelle Parole onnipotenti dell’annuncio del Vangelo, tutti possano ritrovare il proprio posto, quello lasciato vuoto proprio per loro, come quando in un puzzle, per ogni pezzo vi è una e una sola collocazione. Cristo vivo in noi suoi apostoli è lo spazio dove il prossimo può trovare la “Pace”; lo Spirito Santo ci guida da chi è “degno” del Regno, sino alla “casa”, alla vita di colui per il quale è stato preparato. Chi ci è accanto, infatti, ha la “dignità” di cittadino del Cielo; forse l’ha sepolta sotto i peccati, forse la sta rifiutando. Non è questo il problema della Chiesa e dei suoi figli; Dio, infatti, ama ogni uomo lasciandolo libero di rigettare perfino la propria dignità di “figlio della Pace”. A noi sono dati, per Grazia, occhi celesti per guardare chiunque con lo sguardo del Creatore, intercettando senza parzialità e pregiudizi, in tutti, la dignità.

Spinti dall’amore che ci ha raggiunti, siamo inviati, istante dopo istante, a “rivolgere il saluto”, che per un ebreo è sempre “shalom! Pace!”, il saluto di Cristo risorto. E’ la sintesi del Kerygma, dell’annuncio della Buona Notizia, le parole stupite e potenti che destano nell’altro la speranza e la fede, di fronte alla Verità che questo saluto trasmette: “Pace!”, che è come lasciar dire a Cristo attraverso le nostre parole: “tu sei carne della mia carne, tu sei fatto per Me, per il Regno che si è avvicinato a te; sono morto e risorto per te e ti ho preparato questo posto di Pace, di amore e misericordia”. Con noi Cristo torna da ogni suo fratello disperso, e ripete a ciascuno: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite!  Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste…  pronto per te, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli” (Da un’antica omelia per il Sabato Santo).

Per questo, la “strada” di ogni apostolo non può essere che quella percorsa da Colui che li ha inviati e del quale sono ambasciatori, la via della Croce. Sono crocifissi con Cristo perché in loro chiunque possa vedere chiaramente il perdono di Dio. Si comprende allora perché sono inviati senza portare con sé alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola da annunciare e che ha salvato loro per primi: “Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore – «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all’amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio” (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima, 2013). La missione sorge dunque dalla gratitudine per la gratuità con la quale gli apostoli hanno ricevuto tutto dal Signore. “Monete, sandali, bisacce” non fanno parte del loro bagaglio, come fu per per Davide dinanzi a Golia: solo cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta nelle cinque piaghe del Signore. In essa vi è il potere di curare e guarire che li accompagna, per schiudere il Cielo attraverso la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne, mostrando a tutti la vita più forte della morte. La Chiesa è il segno del Cielo: senza timore essa opera prodigi, non è inviata nel mondo che per questo. Non serve se perde il sapore della Croce, il sale che purifica, sana e scaccia i demoni, liberando chi è schiavo del peccato! La Chiesa compie ciò che annuncia sulle strade degli uomini, perché Cristo è vivo in Lei. Con la forza creatrice di questa Parola siamo inviati anche noi, per sconfiggere il gigante Golia, immagine del demonio che insidia la loro vita, per portare a tutti la “consolazione” di Dio, come Barnaba, che significa appunto “figlio della consolazione”, e aprire le porte di casa, del Regno dei Cieli, dove solo incontreranno Pace, libertà e felicità autentiche: “E’ importante ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v’è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: “l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio, è l’annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8) (Benedetto XVI, ibid.)

APPROFONDIMENTI

Benedetto XVI. San Barnaba, Apostolo