dal Vangelo secondo Mt 10,7-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, nè argento, nè moneta di rame nelle vostre cinture, nè bisaccia da viaggio, nè due tuniche, nè sandali, nè bastone, perchè l’operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi». 

Il Commento di don Antonello Iapicca

Il Regno dei Cieli è vicino. Gli Apostoli ne sono gli ambasciatori, e con loro, anche noi. Il Vangelo di oggi getta una luce di consolazione sulla nostra vita, sulla missione alla quale siamo chiamati. Essere quel che siamo. Come diceva Giovanni Paolo II, questo equivale ad incendiare il mondo. Un Giapponese in Italia, faccia quel che faccia, ovunque vada manifesta chiaramente la propria origine. La porta disegnata nei suoi occhi, se ne sente l’eco nell’accento, lo si intuisce dall’approccio alle cose della vita. Per gli Apostoli del Regno dei Cieli è esattamente lo stesso. Ovunque appaiano, si fa presente il Cielo. Lo recano impresso nelle loro vite, nel pensiero, nelle parole. Il Regno della Grazia, dove vivono coloro che hanno ricevuto tutto gratuitamente e gratuitamente lo donano: L’amore, la giustizia e la pace. Per questo non portano con sè alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola per la quale sono stati inviati.

La Parola che conferma le loro parole, che rende evidente la loro natura, quella di figli di Dio, cittadini del Cielo. La volontà di Dio si compie in loro per pura Grazia. Monete, sandali, bisacce non fanno parte del bagaglio. Questo, come per Davide dinanzi a Golia, è fatto solo di cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta delle cinque piaghe del Signore. Il potere di curare e guarire li accompagna, per mostrare il potere del Re vittorioso sul mondo e la corruttibilità della carne, e il Regno dove la vita è più forte della morte.

La vita celeste. Essa è un dono di Lassù, del Padre. Le virtù teologali, fede, speranza e carità, sono i connotati della Grazia battesimale. Vivere in questa Grazia, a questo sono chiamati e inviati gli Apostoli. A questo siamo chiamati ed inviati anche noi, ogni giorno sulle strade della nostra vita. Essere quel che siamo, con lo Spirito Santo che ispira, guida e compie in noi le opere di vita eterna che ogni uomo attende, che tutti hanno diritto di vedere, per credere, per essere salvati. La bellezza della vita cristiana, l’unica che salverà il mondo perchè è l’unica capace di ridestare nel cuore dell’uomo il desiderio originale di amore deposto dal Creatore. annunciare e mostrare la bellezza della vita di un cristiano, ecco il cuore della missione! La bellezza che risplende anche nel volto tumefatto dell’Uomo dei dolori, di Cristo crocifisso nella nostra vita. Nessun piano preventivo, nessun programma se non quello di Benedetto XVI: essere docile alla volontà di Dio, alla Sua Grazia.

Ad essa attingere ogni istante, come Maria ai piedi di Gesù, ascoltare la Sua Parola sussurrata tra le pieghe della vita. Anche ogi siamo dunque inviati ad accendere il mondo. Essendo quel che siamo, deboli, infarciti di difetti, peccatori, e per questo amati gratuitamente, istante dopo istante. Al lavoro, in famiglia, nella malattia, nella sofferenza o nella gioia, l’amore del quale siamo amati è la nostra manna, che non imputridisce. Per questo non portiamo due tuniche, non possiamo prendere e assicurarci il futuro. Ogni giorno dobbiamo uscire e attingere il Suo amore, nell’ascolto della Parola e nei sacramenti. Precari ma pieni di speranza. Non sappiamo che cosa concretamente Dio ha preparato per noi, non possiamo prevedere e quindi non possiamo premunirci; se così attuassimo, se così la Chiesa agisse, sarebbe preda della corruzione! Solo l’irruzione imprevista e travolgente dello Spirito Santo assicura l’incorruttibilità alla missione della Chiesa. Chi volesse ingabbiare lo Spirito resterebbe senza alimento, come gli ebrei che volevano conservare la manna per il giorno seguente. Per questo il Vangelo di oggi illumina la bellezza e l’unicità dell’avventura che è la nostra missione. Come genitori, come presbiteri, come dirigenti o impiegati, studenti, fidanzati, amici: senza nulla per il viaggio che ci attende perchè Cristo è il tutto della nostra vita!  Ad essere accolti oppure no, la pace, il dono messianico, l’aria del Cielo, nessuno potrà togliercela. Essa è con noi per sempre.

Giovanni Paolo II
Novo millennio ineunte, 29

« Essi partirono e predicarono dappertutto,

Ripartire da Cristo : « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Questa certezza, carissimi Fratelli e Sorelle, ha accompagnato la Chiesa per due millenni, ed è stata ora ravvivata nei nostri cuori dalla celebrazione del Giubileo. Da essa dobbiamo attingere un rinnovato slancio nella vita cristiana, facendone anzi la forza ispiratrice del nostro cammino. È nella consapevolezza di questa presenza tra noi del Risorto che ci poniamo oggi la domanda rivolta a Pietro a Gerusalemme, subito dopo il suo discorso di Pentecoste: « Che cosa dobbiamo fare? » (At 2, 37).
Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde : « Io sono con voi ! »
Non si tratta, allora, di inventare un « nuovo programma ». Il programma c’è già : è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste… È necessario tuttavia che esso si traduca in orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità… È nelle Chiese locali che si possono stabilire quei tratti programmatici concreti … che consentono all’annuncio di Cristo di raggiungere le persone, plasmare le comunità, incidere in profondità mediante la testimonianza dei valori evangelici nella società e nella cultura… È dunque un’entusiasmante opera di ripresa pastorale che ci attende. Un’opera che ci coinvolge tutti.

Benedetto XVI. San Barnaba, Apostolo 

Catechesi del 31 gennaio 2007.

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo il nostro viaggio tra i protagonisti delle origini cristiane, dedichiamo oggi la nostra attenzione ad alcuni altri collaboratori di S. Paolo. Dobbiamo riconoscere che l’Apostolo è un esempio eloquente di uomo aperto alla collaborazione: nella Chiesa egli non vuole fare tutto da solo, ma si avvale di numerosi e diversificati colleghi. Non possiamo soffermarci su tutti questi preziosi aiutanti, perché sono molti. Basti ricordare, tra gli altri, Èpafra (cfr Col 1,7; 4,12; Fm 23), Epafrodìto (cfr Fil 2,25; 4,18), Tìchico (cfr At 20,4; Ef 6,21; Col 4,7; 2 Tm 4,12; Tt 3,12), Urbano (cfr Rm 16,9), Gaio e Aristarco (cfr At 19,29; 20,4; 27,2; Col 4,10). E donne come Febe (cfr Rm 16, 1), Trifèna e Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside, la madre di Rufo – della quale S. Paolo dice: “È madre anche mia” (cfr Rm 16, 12-13) – per non dimenticare coniugi come Prisca e Aquila (cfr Rm 16, 3; 1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19). Oggi, tra questa grande schiera di  collaboratori e di collaboratrici di S. Paolo rivolgiamo il nostro interessamento a tre di queste persone, che hanno svolto un ruolo particolarmente significativo nell’evangelizzazione delle origini: Barnaba, Silvano e Apollo.

Barnaba significa «figlio dell’esortazione» (At 4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità vendette un campo di sua proprietà consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At 9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui trascorse un anno intero, dedicandosi all’evangelizzazione di quella importante città, nella cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni dei pagani, ha capito che quella era l’ora di Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo senso, ancora una volta l’Apostolo delle Genti. Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come collaboratore, toccando le regioni di Cipro e dell’Anatolia centro-meridionale, nell’attuale Turchia, con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14). Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la pratica della circoncisione dall’identità cristiana (cfr At 15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la fede in Cristo.

I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all’inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono “caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di S. Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come “il  mio collaboratore”. Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39) intorno all’anno 49. Da quel momento si perdono le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli Ebrei ci interpreta in modo straordinario il sacerdozio di Gesù. […]

Tutti e tre questi uomini (Barnaba, Silvano e Apollo) brillano nel firmamento dei testimoni del Vangelo per una nota in comune oltre che per caratteristiche proprie di ciascuno. In comune, oltre all’origine giudaica, hanno la dedizione a Gesù Cristo e al Vangelo, insieme al fatto di essere stati tutti e tre collaboratori dell’apostolo Paolo. In questa originale missione evangelizzatrice essi hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità. E ripensiamo, alla fine, ancora una volta a questa frase di S. Paolo: sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù, ognuno nel suo modo, perché è Dio che fa crescere. Questa parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa, sia per i Cardinali, i Vescovi, i  sacerdoti, i laici. Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo  per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa.




11 giugno. San Barnaba Apostolo. Liturgia e vita

«Voi dovete brillare come fonti di luce in questo mondo, impregnati della parola di vita».

“Giuseppe, chiamato dagli Apostoli Barnaba, che vuol dire figlio di consolazione, levita, nativo di Cipro, aveva un podere; lo vendette e, preso il prezzo, lo depose ai piedi degli apostoli”. Così ce lo presentano gli Atti degli Apostoli. Fonti antiche riferiscono che Barnaba, chiamato apostolo dagli stessi Atti, pur non appartenendo ai Dodici, sarebbe stato uno dei settantadue discepoli di cui parla il Vangelo. È comunque una figura di primo piano nella fervente comunità cristiana, fiorita a Gerusalemme dopo la Pentecoste. Barnaba era tenuto in grande considerazione dagli apostoli, che lo scelsero per l’evangelizzazione di Antiochia.
Barnaba è l’uomo delle felici intuizioni. Ad Antiochia avvertì immediatamente che quello era un terreno adatto alla semina della parola di Dio. Andò a riferire a Gerusalemme e domandò il benestare per prendere con sé il neoconvertito Saulo, prelevandolo nel suo ritiro di Tarso. Ebbe così inizio il loro straordinario sodalizio. Dopo un anno di lavoro, avevano operato tante conversioni da “far notizia”, come si direbbe oggi in gergo giornalistico. “Per la prima volta – si legge negli Atti – i discepoli presero il nome di cristiani in Antiochia”.
Saulo, che ora preferiva farsi chiamare col nome romano di Paolo, e Barnaba, paghi di aver aperto la breccia all’annuncio evangelico tra i pagani, partirono verso altri lidi. Prima tappa: Cipro, patria di Barnaba, che s’era portato dietro il giovane cugino Giovanni Marco, il futuro evangelista. Un’altra scelta felice, anche se più tardi, all’inizio del secondo e più rischioso viaggio missionario il giovane ebbe dei ripensamenti e Paolo non giudicò opportuno modificare il programma, preferendo separarsi dallo stesso Barnaba, che rimase a Cipro.
Paolo e Barnaba, due differenti personalità, che si completavano a vicenda. A Listri, in Licaonia, al termine del primo viaggio missionario, durante la predica Paolo aveva notato la presenza di un povero storpio. “Alzati e cammina”, gli aveva detto, operando il prodigio. “La folla nel vedere quello che Paolo aveva fatto si mise a gridare: Gli dèi in forma umana sono scesi tra noi! E Barnaba lo chiamavano Giove, e Paolo Mercurio, perché dei due era il più eloquente”. A Barnaba venne attribuita la paternità della Lettera paolina agli Ebrei e di un altro scritto, denominato Il Vangelo di Barnaba, ora perduto. Non si hanno notizie di lui dopo la separazione da Paolo. Scritti apocrifi parlano di un suo viaggio a Roma e del suo martirio, avvenuto verso il 70, a Salamina per mano dei Giudei della diaspora, che lo avrebbero lapidato.

1. Nota storico-liturgica

La memoria obbligatoria di san Barnaba, iscritto nel canone romano accanto a Stefano e Mattia, è già stata celebrata nei calendari della città di Roma alla data dell’ 11 giugno dal secolo XI, comune sia all’Oriente che all’Occidente, perché è il giorno del ritrovamento del suo corpo. Negli Atti degli Apostoli è denominato Giuseppe e soprannominato Barnaba, cioè «figlio della consolazione» (cioè atto a confortare i fratelli) o della profezia. Nativo di Cipro, levita, che in Atti (4,36) è chiamato anche «apostolo», Barnaba depose il prezzo del suo campo ai piedi degli apostoli (At 4,37);poi ad Antiochia, terza città dell’impero, sede del le-gato di Cesare per la provincia di Siria e di Cilicia, predicò il Vangelo. Insieme con Paolo, che si era rifugiato a Tarso da ormai una decina d’anni (Gal 1,18; 12,1) e fu da lui presentato agli apostoli (At 9,27), si dedicò per oltre un anno alla catechesi della neonata comunità di Antiochia (cfr. antifona alle lodi al Benedictus, nell’Ufficio) i cui abitanti ricevettero il nome di «cristiani» (At 11,26: che per sé significa «messianici», per l’equivoco del titolo di «Cristo», scambiato come nome proprio). Nel primo viaggio missionario di Paolo (At 13,2-4), egli fece la scelta di Cipro come primo terreno di evangelizzazione (e poi dell’Asia Minore); nel secondo viaggio missionario si separò da lui per unirsi al cugino Giovanni Marco e ritornare a Cipro. Partecipò al concilio di Gerusalemme per risolvere la controversia di Antiochia (riti ebraici e fede); e, da fonti antiche, sappiamo che è passato per Roma e che fu lapidato dai giudei a Salamina, dove il suo corpo sarebbe stato trovato nel secolo V. La leggenda lo annovera fra i settanta discepoli del Signore; dice che è autore della lettera agli Ebrei, come pure di una lettera di Barnaba, che pare provenga piuttosto da Alessandria. È certo solo che nella Chiesa primitiva si leggeva un Vangelo che portava il suo nome ma che non è giunto fino a noi.

2. Messaggio e attualità 

Le nuove orazioni della Messa riprendono la tematica biblica che ci descrive la fisionomia e l’attività di Barnaba. a) Anzitutto nella colletta c’è l’elogio di At 11,24 (cfr. antifona di ingresso), che lo proclama «pieno di fede e di Spirito Santo» (i due complementi di specificazione sono invertiti, rispetto al testo biblico: uomo virtuoso

poli pagani, annunziando fedelmente il Vangelo di Cristo con la parola e le opere, che egli testimoniò con coraggio apostolico. Anche negli inni della liturgia oraria sono cantate le glorie di questo discepolo di Cristo, scelto da Dio (secondo At 13,2-4) per quel disegno divino che lo ha associato a Paolo non solo nei successi ma anche nell’amarezza del rifiuto da parte dei giudei ad Antiochia di Pisidia e a Iconio (At 13,45-46) e nell’asprezza della persecuzione (At 13,50-51; 14,2-5), fino alla rea-zione coraggiosa (At 14,2-3: «ciò nonostante si intrattenne là per molto tempo, parlando con coraggio nel Signore») ma senza sfidare la sorte (At 13,51; 14,6). b) «La fiamma di carità che mosse Barnaba a portare alle genti l’annuncio del Vangelo», che noi invochiamo nell’orazione sulle offerte, ci invita a imitare due tratti di questo stile apostolico. Anzitutto il riconoscimento dei doni dello Spirito Santo, per cui, di fronte all’irrompere del fuoco apostolico di Paolo, non si fece da parte con falsa umiltà, ma a lui riservò come attività specifica il ministero della parola (At 14,12b), continuando a collaborare per la propria parte. In secondo luogo l’estrema disponibilità che 1o portò a difendere le nuove aperture ai pagani realizzate nella missione di Antiochia davanti all’assemblea di Gerusalemme (cfr. antifona al Magnificat, ai vespri). Ed ancora la sua capacità di mediazione paziente quando, in un nuovo viaggio missionario in contrasto con Paolo, il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro (At 15,36-38), perché Paolo non voleva prendere come compagno Giovanni detto Marco, che li aveva abbandonati a metà nel precedente viaggio, ed anche perchè non ne condivideva la linea pastorale intransigente. Barnaba allora non venne a compromessi poco chiari. L’inno delle lodi ricorda (quarta strofa) che «come buon pastore è stato provato, dopo aver effuso il sangue, con la palma del martirio».
Dall’ufficio di lettura, nel brano di Cromazio di Aquileia che esalta la predicazione dell’apostolo come una teofania di Cristo, possiamo raccogliere questo monito: «Voi dovete brillare come fonti di luce in questo mondo, impregnati della parola di vita». Anche se Bar-naba non riveste un ruolo di protagonista, rimane il modello di una sintesi equilibrata fra le doti di onestà umana, fino alla coerente generosità di privarsi dei suoi beni (At 4,37), e di un umile discernimento delle doti altrui (specie di Paolo), però senza alcuna debolezza o ipocrisia.

Di Barnaba si leggono quattro brani dalla Lettera a lui attribuita (XVIII dom. T.O.; lun. XVIII sett. T.O.; mart. XVIII sett. T.O.; merc. XVIII sett. T.O.).

Prefazio (Proprio dei Barnabiti)

La voce misteriosa del tuo Spirito scelse san Barnaba dalla Chiesa dei credenti in Cristo, lo associò a Paolo e al collegio degli apostoli, ordinandogli di annunziare la verità del Vangelo, perché la redenzione e la salvezza fossero predicate a tutti i popoli. Tutto questo, o Padre, è un miracolo della tua grazia e un dono del tuo amore.