Intervista a Paul Hinder, vicario apostolico titolare per il Sud Arabia: “Nei paesi del Golfo nessun musulmano può convertirsi a un’altra fede”. E’ un’anomalia, ma sono questioni che vanno affrontate “senza umiliare gli interlocutori”
di Andrea Tornielli
Tratto da Vatican Insider il 3 luglio 2011

«Più che sulla reciprocità, bisogna insistere sul rispetto della libertà religiosa, ma l’importante e farlo senza umiliare i nostri interlocutori…». Paul Hinder, 69 anni, frate cappuccino, è un vescovo svizzero che gira in lungo e in largo la penisola arabica per seguire i (pochissimi) fedeli cattolici in terre che sono tra le più sacre all’islam.

Vescovo vicario apostolico titolare per il Sud Arabia nel 2003, due anni dopo è stato nominato da Benedetto XVI vicario apostolico d’Arabia e Yemen e lo scorso maggio, con la decisione della Santa Sede di suddividere diversamente i territori di competenza, è diventato vicario apostolico per l’Arabia del Sud e lo Yemen. «Vatican Insider» lo ha incontrato a Venezia, in occasione dell’incontro del comitato scientifico della rivista internazionale «Oasis», fondata per favorire il dialogo con l’islam.

Hinder ci offre innanzitutto una panoramica sulla situazione generale dei paesi arabi a pochi mesi di distanza dalle proteste che hanno infiammato il Nord Africa: «Gli Emirati Arabi e il Quatar sono tranquilli, l’Arabia Saudita è un caso a parte – spiega – perché lì non permettono che capiti qualcosa, e hanno dimostrato di essere in grado di controllare e spegnere subito i primi focolai di rivolta. C’è poi il caso dell’Oman, dove ci sono state proteste, anche se ora, grazie a certe concessioni fatte dal sultano, la situazione appare sotto controllo. Un problema più grave è invece rappresentato dallo Yemen: nessuno può prevedere come andrà a finire, c’è il rischio che scoppi una guerra civile».

In Occidente si è parlato molto della recente protesta delle donne al volante, che hanno sfidato il tradizionale divieto di guidare. «Il fatto nuovo – spiega il vescovo Hinder – è rappresentato dal fatto che questa protesta è potuta avvenire senza che le donne siano state arrestate. La polizia religiosa non ha reagito, evidentemente c’era un ordine preciso del re…». Il vicario apostolico dell’Arabia del Sud è abituato a compiere visite un po’ clandestine nei Paesi che gli sono affidati, anche là dove l’esibizione di simboli cristiani è vietato e le religioni diverse dall’islam non hanno diritto ad alcuna espressione pubblica.

«Ogni anno – confida – ho potuto compiere la visita pastorale. Sanno chi sono, chi siamo, e ci tollerano perché non creiamo problemi. I cattolici nella penisola araba sono circa tre milioni, suddivisi in sette Paesi diversi. Nessuno di loro è autoctono…».

Difficile parlare con il vescovo di eventuali conversioni. «Non so se c’è qualcuno che si è convertito. In ogni caso non può praticare la sua fede pubblicamente. Nello Yemen ci sono dei cristiani che erano tali prima della proclamazione dell’indipendenza del Paese».

Spesso in Occidente, guardando all’esperienza dei cristiani in queste regioni, si pone il problema della reciprocità: perché costruire qui delle moschee se in alcune regioni a maggioranza islamica non è possibile costruire delle chiese o comunque non è garantita la libertà di cambiare religione? Chiediamo al vescovo Hinder se, e come, questo tema può essere posto. «Dipende da chi lo fa – risponde il vicario apostolico – Può avere senso che ne parlino i capi di Stato quando vengono in visita. In ogni caso, più che parlare di reciprocità, è importante insistere sul rispetto della libertà di culto e di religione».

«Analizzando la situazione dei paesi del Golfo, tutti islamici – osserva Hinder – vediamo che la libertà di religione esiste in forma limitata. Ciascuno può mantenere la propria appartenenza ad una determinata religione ma nessun musulmano può convertirsi ad un’altra religione. Un non-musulmano può invece convertirsi alla religione di sua scelta. La Chiesa cattolica del Golfo si attiene a queste restrizioni, per la sicurezza delle persone coinvolte e per mantenere la limitata libertà di azione dei suoi membri. È comunque ovvio che questa situazione non corrisponde alla Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite».

«È però altrettanto importante – conclude il vicario apostolico dell’Arabia del Sud – il modo con cui si dicono le cose, si pongono i problemi. Bisogna fare in modo che certe questioni vengano affrontate senza umiliare i Paesi arabi, i nostri interlocutori. E questo vale per tutti gli ambiti: ci troviamo di fronte a persone che sono orgogliose, che non vogliono essere accusate, che non ammettono di essere umiliate».