Intervista al direttore di “Hispanidad”, Eulogio López

MADRID, giovedì, 23 luglio 2009 (ZENIT.org).- L’enciclica “Caritas in veritate” insegna a politici, imprenditori, economisti e sindacalisti che ogni crisi economica nasconde una crisi morale, sostiene il direttore di Hispanidad (www.hispanidad.com).

Eulogio López, con la sua pubblicazione, una delle prime su Internet, non solo offre informazioni economiche approfondite, molto richieste e citate, ma rappresenta anche un punto di riferimento sull’etica nella vita pubblica.

In questa intervista concessa a ZENIT, illustra alcune delle novità contenute nella terza enciclica di Benedetto XVI.

Lei dirige una pubblicazione letta soprattutto da imprenditori, economisti e sicuramente anche sindacalisti. Questa enciclica ha qualcosa da dirvi?

Eulogio López: Tutto! Persino troppo. “Caritas in veritate” è un’enciclica molto originale, perché va all’origine delle cose, è profonda. L’unico difetto è che appare un po’ disordinata, forse perché troppo ampia. La sua virtù principale? A mio avviso, la capacità di proporre qualcosa che l’imprenditore, il banchiere o il sindacalista non sentono se non da lontano: che carità è amore, che amore è solidarietà e che solidarietà è giustizia sociale. Stiamo parlando della stessa cosa detta in termini diversi. In altre parole: con lo stesso cuore con cui amiamo i nostri figli, amiamo la collettività, il bene comune o, come direbbero i francesi sempre così cartesiani, la questione sociale.

Il bene comune, uno dei quattro principi non negoziabili di Benedetto XVI, non è altro che una diversa forma di amore, di carità, di donazione di sé. E senza questo amore non vi è politica economica che tenga.

In questo senso, una delle originalità dell’enciclica è la gratuità. Benedetto XVI formula (al punto 38) affermazioni del tutto sorprendenti come queste: “senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia”, o “l’attività economica non può prescindere dalla gratuità”, oltre ad accennare ad altri argomenti più familiari al mondo economico come: “La solidarietà non può essere delegata solo allo Stato”.

Come lei dice, l’enciclica introduce la “carità” come categoria della dottrina sociale. Fino ad oggi sembrava che questo ruolo spettasse alla giustizia, mentre la carità rimaneva circoscritta alla scelta personale, privata, soprattutto per risolvere gli squilibri propri di ogni sistema sociale. La “carità” come intesa dal Papa può entrare nel vocabolario degli economisti?

Eulogio López: È difficile, ma è per questa ragione che è stata scritta l’enciclica. Gli economisti tendono a fermarsi al “do ut des”, che il Papa chiama “giustizia commutativa”, meramente contrattuale. L’enciclica dice che occorre arrivare alla giustizia distributiva – per così dire, una volta realizzato legittimamente il bene, redistribuirlo tra i più bisognosi – ma fa anche un sorprendente passo in avanti: la gratuità. E questo è ciò che gli economisti chiamano, a denti stretti – dobbiamo dirla tutta –, responsabilità sociale delle imprese. Il fondatore di El Corte Inglés, Ramón Areces, lo diceva a modo suo: “Ho il dovere di restituire alla società una parte di ciò che la società ha dato a me”.

Il Papa afferma che la crisi demografica finisce per provocare la crisi economica. Crede che i professori di economia sottoscriverebbero questa affermazione?

Eulogio López: E lo ha anche ricordato all’abortista Barack Obama, durante l’udienza del 10 luglio. Il Papa ripropone continuamente la relazione tra aborto ed economia, soprattutto ai punti 15 e 28 – un qualcosa che gli imprenditori non hanno mai sentito – con due conclusioni. Senza il diritto alla vita, il resto dei diritti umani, tra cui quelli economici, risultano impossibili, perché se non si rispetta la vita, questa non può svilupparsi.

La seconda conclusione è che tutte le crisi economiche sono crisi demografiche: l’Occidente non è più il motore dello sviluppo economico del mondo, non perché ha perso il treno tecnologico, ma perché non ha figli. Avere figli è un precetto morale, ma è anche una legge economica. Senza figli non ci sono persone, non ci sono contribuenti che sostengano lo Stato di benessere. È l’assioma tautologico secondo cui senza vitalità le società muoiono. Pertanto, l’aborto e l’insieme delle politiche di controllo della natalità sono le termiti di un’economia sana.

Le diverse righe che il Papa dedica al diritto alla vita risultano del tutto pertinenti in un’enciclica “economica”. Tutte le crisi economiche sono crisi demografiche e crisi della famiglia, che costituisce una cellula di resistenza all’oppressione e la grande diga di contenimento della povertà.

Uno Stato che non imita la famiglia si costruisce la propria rovina. O, che è lo stesso: ciò che dice il Papa è che non esistono crisi economiche, ma solo crisi morali, crisi di egoismo. L’aborto non è altro che un puro egoismo, una pura comodità, puro inborghesimento. E il cosiddetto controllo di natalità è la soppressione di ogni tipo di autocontrollo di se stessi.

Il Papa parla più volte della “democrazia economica”, parlando del ruolo dei consumatori. Nuovi protagonisti della dottrina sociale?

Eulogio López: Sì. La frase più famosa nella “city” finanziaria occidentale nell’ultimo decennio è stata: “bisogna creare valore per l’azionista”, un argomento usato per molte barzellette e cattiverie tra i giornalisti specializzati in economia. La storia è questa: Giovanni Paolo II ricorda che l’impresa lavora anche per i suoi dipendenti perché il lavoro non è un altro fattore in più della produzione, ma – come ricorda Papa Wojtyla – è “un fattore umano”. Ma il Papa polacco aggiungeva un altro punto: bisogna anche generare valore per il consumatore, per il pubblico, per il cliente, vero elemento costitutivo dell’impresa.

Adesso arriva Benedetto XVI e ci sorprende con un altra aggiunta: l’impresa deve anche tutelare gli interessi dei fornitori (n. 40). In effetti, anche i fornitori dei fattori di produzione fanno parte dell’impresa. E la menzione di questo nuovo elemento non può risultare più opportuna, perché il tessuto oligopolistico delle multinazionali sopravvive grazie a due pratiche deprecabili: tirare la cinghia ai lavoratori e tirarla ai fornitori (quando ciò non si estende anche ai consumatori). Su questo, molte grandi imprese, basano i propri miglioramenti di produttività.

Cosa ci vuole perché questa enciclica arrivi – oggi chiedere alla gente di leggere è chiedere troppo – ai responsabili dell’economia e della politica?

Eulogio López: Che venga letta attentamente. Sono rimasto sorpreso quando il Presidente degli Stati Uniti ha detto che l’avrebbe letta nel suo viaggio da Roma a Ghana. Per me non gli basterà il tempo. Questa enciclica non può essere letta dandogli un’occhiata. Quando gli imprenditori e – occhio – i politici si renderanno conto – se ne renderanno conto? – di ciò che realmente Benedetto XVI predica, si metteranno a tremare. Ciò che gli sta dicendo è che non basta la solidarietà – che tra l’altro praticano con i soldi degli altri – ma che occorre arrivare alla gratuità. E che quando ci arrivino, ripetano le parole di Cristo: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

Il Papa parla di speculazione finanziaria…

Eulogio López: Meno male, perché è un termine tabù, dallo scoppio della crisi economica, nell’agosto del 2007, a oggi, dopo due anni. Durante questo periodo le borse valori hanno perso 22 miliardi (europei, con dodici zeri) a causa di due forme di egoismo. Quello della speculazione e quello del leveraggio, ovvero dell’eccessivo indebitamento, di chi vive al di sopra delle possibilità, soprattutto i ricchi, che nel XXI secolo non sono quelli che hanno un maggior patrimonio, ma quelli che hanno un maggior potere, inteso come maggiore possibilità di indebitamento, di usare la leva dei soldi presi in prestito. Il Papa fa risorgere un termine che nessun broker vuole usare – speculazione – unito ad un altro la cui stessa esistenza vorrebbe essere negata da ogni intermediario finanziario: economia reale.

Lo spiego in altro modo: la crisi dei titoli sub-prime non ha nulla a che vedere con i sub-prime stessi, che sono mutui immobiliari concessi a chi non possiede garanzie sufficienti, ad un costo maggiore. Ma veramente qualcuno crede che il cataclisma attuale, un’autentica crisi economica permanente, avrebbe potuto derivare dalla forma di credito più sicura che esiste, il credito con garanzia reale, concesso ai privati, che sono quelli che pagano meglio, in un Paese come gli Stati Uniti, non in un altro, non in Europa, per esempio, dove la banca è più controllata? No! La crisi attuale deriva dalla cartolarizzazione e riemissione – pura speculazione finanziaria – di questi crediti spazzatura, convertiti in attivi finanziari del tutto slegati dal bene comune che era quello di offrire denaro a chi non aveva altro modo per comprarsi una casa.

Questi titoli di credito basati sui sub-prime non portavano alcun  beneficio al debitore, ma solo al creditore che riceveva meno soldi ma li riceveva prima, e all’intermediario che speculava con questi crediti-spazzatura basati su un’ipoteca spazzatura. In sostanza, ciò che ha provocato la crisi è lo speculatore di Wall Street e delle altre borse mondiali, con le banche di investimento in prima fila. Alla fine questa speculazione finanziaria, scollegata dall’economia reale ha finito per distruggere l’economia reale… ancora una volta. E la cosa grave è che in due anni, tutto ciò che hanno fatto i leader mondiali è stato di pagare i cocci rotti degli speculatori, perché potessero continuare nella loro velenosa opera speculativa. Per questo siamo entrati in una crisi permanente.