di Elizabeth Lev*

ROMA, martedì, 2 marzo 2010 (ZENIT.org).- In generale, il “mormorio” che circonda un film di argomento cattolico suscita spesso cattivi presagi sul suo contenuto sacro. Ad eccezione de “La passione” di Mel Gibson nel 2004, quanta più attenzione riceve una pellicola sulla religione, tanto più è probabile che attacchi i cattolici.

Per questo, quando “Lourdes”, il film della regista austriaca Jessica Hausner, è stato proiettato al Festival del Cinema di Venezia e ha vinto un premio dell’Unione degli Atei (anche se credo che il premio ateo del cinema si chiami Palma d’Oro) ho pensato al peggio.

La Hausner, tuttavia, mi ha colto completamente di sorpresa con questo film caloroso e molto umano; non pietoso ma rispettoso, che non evangelizza ma non provoca neanche rifiuto.

La trama ruota intorno a una ragazza francese, Christine, costretta sulla sedia a rotelle da una malattia che potrebbe sembrare sclerosi multipla. Le sue braccia, bloccate, sembrano confinarla alla sedia. Eterea e con gli occhi grandi, non è un’immagine di pietà, ma quella di un altro mondo in un contesto sconosciuto.

Christine non è particolarmente devota ed è andata a Lourdes soprattutto per la compagnia e per cambiare ambiente, più che per la speranza di una cura miracolosa. E’ la prima a dire che “preferisce i luoghi culturali, come Roma, a quelli religiosi” (guadagnandosi immediatamente la mia simpatia). Per un semplice spirito di cameratismo, si unisce alle masse di gente di ogni colore, lingua e malattia – spirituale o fisica – riunite a Lourdes.

La Hausner non nasconde la commercializzazione dei luoghi sacri. Gli enormi negozi di souvenir e le massicce infrastrutture turistiche mostrano gli affari di Lourdes. Vivendo a Roma e dopo essere stata di recente in Terra Santa, la pellicola ha toccato una corda in me con le sue giustapposizioni di sacro e profano. Quando la Hausner permette però che la Basilica di Lourdes entri sulla scena, gli ornamenti di plastica lasciano spazio all’imponente maestà della chiesa.

L’impressionante edificio si oppone alle colline e al cielo, come un simbolo di qualcosa di molto superiore all’attività economica che lo circonda.

Il film porta lo spettatore a Lourdes attraverso gli occhi di Christine, che fa la fila per toccare le pareti della Grotta, bagnarsi nelle acque o ricevere l’unzione dei malati. La Hausner non ridicolizza mai i fedeli e le loro preghiere per avere la salute, ma fa entrare lo spettatore in un mondo in cui i malati sono la classe privilegiata e i sani sono i curiosi.

Il suono gioca un ruolo importante nell’opera, in cui il brusio delle voci sostituisce la colonna sonora e il rumore delle sedie e i piedi trascinati forniscono le percussioni. Gli aspri suoni della vita quotidiana si addolciscono solo quando si arriva alle scene che ritraggono delle cerimonie sacre, in cui il pubblico è alleviato dai canti, dal suono d’organo o dall’“Ave Maria”.

La Hausner aggiunge un moderno coro greco nei personaggi di due donne che oscillano tra dubbio e fede. Le loro domande sono pensate per suscitare un’eco in noi, soprattutto quando affrontano un potenziale miracolo. Perché a lei e non a un’altra? Forse è credente? Che cosa succede dopo un miracolo?

Il pacifico sacerdote dal volto rotondo che accompagna il gruppo è descritto in modo positivo, lungi dalle moderne caricature dei sacerdoti che infettano il cinema contemporaneo. Accentua il vero proposito di Lourdes: non curare il corpo, ma aiutare la gente ad accettare la volontà divina come ha fatto la Madre di Dio. Pone la domanda chiave: un corpo paralizzato dalla malattia è il dolore più grande o lo è l’anima paralizzata dal dubbio e dalla paura? La sua fede ha radici solide, ma anche lui non è immune dalla tentazione di gustare la luce di un miracolo.

In questo film, i cattolici apprezzeranno la figura di una anziana signora che intercede per la guarigione di Christine e si consuma dalla preoccupazione per lei. La sua fede semplice, la sua costante intercessione e, infine, la confessione di Christine avranno come frutto il fatto che la giovane paraplegica ricomincerà a camminare.

La “guarigione” è solo un punto nel mezzo del film. Le vere domande iniziano da lì. E’ una remissione della malattia? E’ un intervento divino? Durerà? Che cosa farà Christine? Dove termina l’opera di colui che intercede e quale costo avrà questa guarigione?

Se Christine sulla sedia a rotelle era come una bambina, una volta in piedi diventerà presto un’adolescente. Ora che la sua infermità fisica è scomparsa, è alla mercè della sua debolezza spirituale. Come i volontari dell’Ordine di Malta, che vengono rappresentati mentre flirtano, bevono o scherzano in modo scettico, cerca di partecipare ai divertimenti ai quali non ha avuto accesso negli anni della malattia.

Anche se si può leggere in questa vicenda dell’ipocrisia o un’affermazione della mancanza di senso nella religione, questi aspetti mi hanno colpito molto e li ritengo molto umani, calorosi, compassionevoli. C’è una sensazione di speranza per tutti noi.

Pur non trattandosi certamente di un film facile, la mancanza di blasfemia, di nudità o profanazione in “Lourdes” è stata molto confortante, e il racconto parla con successo a un pubblico moderno che vede i santuari come un affare lucrativo che vive sulle spalle dei creduloni, offrendo anche l’opportunità di un dibattito equilibrato e pacifico sulla fede.

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* Elizabeth Lev insegna Arte e Architettura Cristiane nel campus italiano della Duquesne University e nel programma di Studi Cattolici dell’Università San Tommaso. Può essere contattata all’indirizzo [email protected].