di Amy Rosenthal
Tratto da Il Foglio del 30 dicembre 2009

In gran parte  del mondo, donne musulmane di ogni  età indossano con sempre maggiore frequenza il velo.

Si tratta di un segnale che indica un crescente sentimento di devozione religioso o magari anche di un modo per affermare il proprio orgoglio musulmano? E, cosa ancora più importante, il velo garantisce veramente alle donne una libertà concreta e protezione da varie forme di molestie sessuali, come sostengono imam e accademici?

“No”, dice al Foglio l’algerina Marnia Lazreg, professoressa di sociologia alla City University di New York, autrice del saggio “Questioning the Veil: Open Letters to Muslim Women” (Princeton University Press). A suo giudizio, “pensare al velo come a una specie di fede in azione è semplicemente sbagliato”. E spiega: “In nessun passo del Corano si considera il velo come una condizione che le donne devono necessariamente rispettare per dimostrare la propria accettaziione della fede islamica. Un elemento essenziale della cultura islamica sta nel fatto che la fede è considerata una questione personale tra l’individuo e la divinità. Negli ultimi due decenni però è successo il contrario. Alle donne musulmane viene detto che devono dimostrare al mondo di essere musulmane e che il solo modo per farlo è quello di indossare l’hijab. Il velo è così diventato un simbolo obbligatorio per dimostrare la propria appartenenza alla religione dell’islam. Così si riduce un’articolata religione monoteistica a un feticismo in contrasto con i principi dell’islam”.

Il velo non favorisce la causa della liberazione delle donne. “Ha una lunga storia dietro di sé – dice Lazreg – una storia di discriminazione femminile che affonda le proprie radici nella sharia. Il velo è un riconoscimento dell’idea secondo la quale la biologia equivale al destino. Alla donna viene inculcato che il suo corpo è una fonte di vergogna e che deve essere occultato. Quando una donna indossa il velo, si pone in una condizione di inferiorità rispetto all’uomo. Inoltre le donne che indossano il velo in occidente non fanno che rendere la situazione ancora più difficile per quelle che lo devono portare per legge a Riad o Teheran, convalidando le forme di repressione cui queste sono sottoposte”.

Lazreg rispetta le donne musulmane convinte che la loro salvezza sia messa a rischio se non portano il velo, ma si oppone “all’utilizzo come mezzo per definire la propria identità da parte di donne musulmane nate e cresciute in occidente”. Spiega: “Queste donne usano il linguaggio dei diritti individuali per giustificare l’utilizzo del velo in occidente come criterio identificativo della fede islamica. Ma indossare il velo non significa affatto il trionfo dell’islam sui propri detrattori. Non soltanto degrada l’islam al livello di una rozza credenza, ma impoverisce anche il suo valore umano”.

Lazreg ritiene che “le donne abbiano il dovere storico di non portare il velo”, “il velo viene e va, a seconda dell’ascesa e del declino delle ideologie. Nel mio paese d’origine, l’Algeria, dopo avere dato un notevole contributo all’ottenimento dell’indipendenza dalla Francia nel 1962, molte donne smisero di portare il velo. Aveva perso il valore politico come forma di protesta e ribellione. Quell’epoca è oggi dimenticata; ciò che sta avvenendo è infatti l’affermazione di una concezione revisionista della storia delle donne nel mondo musulmano, in virtù della quale femministe e antropologi occidentali concludono che ‘non c’è nulla di sbagliato nel velo; fa parte della loro cultura e noi dobbiamo averne rispetto’. Bisogna tollerare le credenze e i costumi delle altre popolazioni, ma non si può prendere un capo d’abbigliamento come il velo e usarlo come criterio identificativo dell’islamicità delle donne”. Finché continuerà “a essere politicizzato e finché ci saranno stati che, come l’Iran, lo impongono per legge, o che invece, come la Francia, ne proibiscono l’uso, le donne musulmane non potranno esprimere indipendenza e autonomia di scelta. I loro diritti continueranno a essere discriminati”.