Sembra che i prossimi tre anni, giusto quelli che rimangono al governo Berlusconi, saranno caratterizzati da tagli e riduzioni di spesa, temo che saranno per gli italiani anni di lacrime e sangue, altro che riforme, e non per colpa di Berlusconi, ma della crisi economica europea, e mondiale. Non sarà come la Grecia ma poco ci manca.

Il mio amico onorevole Alessandro Pagano sul suo sito scrive che non siamo finiti come la Grecia grazie al presidente Berlusconi, e con i sacrifici di tutti, riusciremo a superare l’attuale congiuntura economica, ma per fare questo però bisogna cambiare registro, e soprattutto chiudere una volta per tutte con l’anacronistica politica dell’assistenzialismo soprattutto al Sud, sante parole.

Responsabilmente prende corpo l’idea di tagliare gli stipendi dei parlamentari, dei ministri, in un primo momento si è parlato del 5% oggi si prevede del 15%; intanto il nuovo governatore del Piemonte Roberto Cota, lo ha fatto subito, volontariamente la Giunta della regione si è ridotta del 5% gli stipendi, i 100 mila euro in meno saranno devoluti al fondo regionale per i lavoratori cassa integrati del Piemonte.

Non sono un esperto di problemi economici ma leggendo qualche intervento sulla stampa, ho compreso meglio la tragica realtà,  in particolare un intervento mi ha colpito ed è quello del professore Luca Ricolfi che stimo e seguo,  Quanto costa davvero la poltica, pubblicato su La Stampa. In questo editoriale il professore torinese ha detto che anche tagliando gli stipendi degli onorevoli e dei burocrati non risolveremo i nostri problemi economici. Era quello che anchio avevo intuito, nonostante la mia “ignoranza” sull’argomento.

Una misura del genere serve poco a contribuire alla manovra di 25 miliardi di euro, prevista dal governo. Infatti scrive Ricolfi il taglio anche se venisse estesa ai grandi dirigenti e funzionari pubblici riguarderebbe poche migliaia di persone. In secondo luogo perché andare al di là di questo è molto difficile, dal momento che proprio l’autonomia delle Regioni e degli enti locali rende praticamente impossibile far calare dall’alto (cioè dal centro) un provvedimento di contenimento di tutti gli emolumenti legati alla funzione politica. E infine, punto decisivo, perché anche se si riuscisse a colpire tutta la politica, e cioè amministratori locali, portaborse (ipotesi del tutto irrealistica), i risparmi sarebbero irrisori rispetto all’entità della manovra che ci attende. (Luca Ricolfi, Quanto costa davvero la politica, 17.5.2010 La Stampa).

Il professore snocciola alcuni numeri, quelli del costo complessivo del ceto politico, comprese consulenze, calcolando non supera i 4 miliardi di euro all’anno il che significa che un taglio del 5% frutterebbe 200 milioni di euro (sul punto si veda l’ottimo libro di Salvi e Villone, Il costo della democrazia, Mondadori, 2005). Rappresentano lo 0,2 miliardi di euro, ossia meno dell’1% di quello che ci serve (25 miliardi di euro),  dunque anche ammesso di cominciare subito, senza dilazioni e senza deroghe, colpendo tutti, ma proprio tutti, fino all’ultimo consigliere comunale, in 2 anni si potrebbero risparmiare circa 0, 5 miliardi di euro, ossia il 2% di quel che ci serve per tenere i conti pubblici in (relativo) ordine. E il restante 98%? Si chiede Ricolfi. Sarà richiesto a noi comuni cittadini, mettendo le mani sugli stipendi pubblici e le pensioni.

A questo punto subentrano le preoccupazioni degli italiani che lavorano e pagano le tasse, ed egoisticamente penso a tutti quelli che tra pochi anni devono, dovrebbero andare in pensione (tra questi chi scrive). Per appianare i conti si prevede blocchi di stipendi, rinvii di mesi, o di anni per i pensionamenti, ci dicono che ce lo chiede l’Europa, ah l’Europa, il solito ritornello che sento da alcuni anni. Tra l’altro, da tempo si pensa di elevare l’età pensionabile a 65 anni, anche perchè la vita media si è elevata, ma 60 anni sono sempre 60 anni.

Qualcuno potrebbe concludere che la proposta di tagliare gli stipendi ai parlamentari è un pura demagogia, come ha già detto la sinistra, invece a mio parere va sostenuta, incoraggiata e possibilmente rafforzata. Una riduzione degli emolumenti dei politici nazionali, specie se estesa agli alti dirigenti, sarebbe importante soprattutto per il suo significato simbolico, come un (minimo) segnale di serietà che la classe politica lancia al Paese. Un gesto accolto bene dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che si dichiara disponibile purchè il governo dia segnali chiari di voler intervenire sulle situazioni più scandalose.

Ci sono politici e manager pubblici che hanno stipendi privi di qualsiasi ragionevolezza – scrive Ricolfi – non solo in relazione a quelli dei comuni cittadini ma innanzitutto in relazione a quelli dei politici e funzionari di pari livello degli altri Paesi. Dare una robusta sforbiciata a tali stipendi non permetterà mai di raddrizzare i conti pubblici, ma è la condizione minima per rivolgersi ai cittadini in un momento difficile come questo. Ma in questo momento di forte difficoltà economica gli italiani devono avere chiaro un principio, che non basta affamare i politici per rimettere in sesto le finanze pubbliche.

I veri costi della politica – per Ricolfi – non sono quelli diretti, ossia l’ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese. A fronte di 4 miliardi di costi diretti, la politica ci costa ogni anno qualcosa come 80 miliardi per la sua incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico, per non parlare di quel che ci costa la sua timidezza nel combattere l’evasione fiscale. Su questo Bonanni ha perfettamente ragione: è di qui che si deve partire.

Gli italiani saranno pronti ai sacrifici ma questa volta c’è il governo Berlusconi, il centrodestra, che da sempre ha promesso l’ammodernamento delle istituzioni, l’eliminazione di privilegi e sprechi, la lotta all’evasione e, soprattutto, una riforma fiscale che legasse lo sviluppo economico alla riduzione delle tasse. Qualcosa è stato fatto ma ora bisogna veramente dare quel segnale forte, e anche se incide poco, come scrive Ricolfi,  iniziamo a ridurre  veramente le spese della politica: penso all’esercito di politici e politicanti locali e alla folta schiera di consulenti a tutti i livelli, spesso solo comparse e amici degli amici. Penso ancora, al numero eccessivo e inutile di parlamentari, sovente assenti dalle aule anche in momenti critici. Al problema delle province: enti inutili che, anziché essere eliminati, sono cresciuti di numero comportando lievitazione di costi. Penso a tutti quei piccoli comuni in Italia che devono mantenere amministratori superflui per i tempi che stiamo attraversando.

DOMENICO BONVEGNA