Le strane scelte del Palazzo di vetro. Teheran entra nella commissione per i diritti femminili. Così il Paese dove violentare la moglie non è illegale, dove si può divorziare solo col consenso del marito e dove è vietato girare senza velo dovrà occuparsi del rispetto della parità
di Fiamma Nirenstein
Tratto da Il Giornale dell’1 maggio 2010

L’Onu ogni giorno produce un inverosimile distruzione della ragionevolezza occidentale, ogni giorno ci propone il tema del suo significato, quando meno ci pensiamo ci salta su una spalla come una soffice civetta pazza. Stavolta ci fa restare a bocca aperta il Csw, la Commission on status of women dell’Onu, ovvero l’organismo dedicato alle donne del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, secondo lo statuto «il principale corpo politico globale» delle Nazioni Unite. Il Csw dovrebbe essere dedicato esclusivamente «alla parità di genere e all’avanzamento delle donne» e ne da buone prove: infatti mercoledì ha cooptato per acclamazione l’Iran facendone un suo membro per un mandato di 4 anni con inizio nel 2011. Come si esaminino i candidati a questo alto seggio, è difficile capirlo dal momento che l’Iran, secondo gli standard che definiscono la condizione femminile nella nostra cultura, è davvero ai minimi immaginabili. Il suo ordinamento giuridico, cominciamo col dire, prevede la lapidazione dopo il seppellimento dalla vita in giù, riporta Anne Bayefsky sul suo sito di osservazione dell’Onu.

Nel 2009, un rapporto del dipartimento di Stato sull’Iran mette in luce altre bellurie al femminile: violentare la moglie non è illegale, e in generale la questione della violenza è messa in modo tale che la donna è quasi sempre violentabile e anche colpevole se denuncia l’accaduto. Infatti sono richiesti quattro testimoni maschi e due femmine per istruire un processo; una donna (o un uomo, bontà loro!) che sostengono di essere stati violentati senza le prove richieste, subiscono la pena di 80 frustate. La conseguenza è che le donne violentate preferiscono tacere, il fenomeno è di massa e praticamente impunito. Le donne in Iran sono soggette per strada a punizioni e arresti immediati se non si nascondono dentro un mucchio di stoffa e non si comportano secondo le regole del regime degli Ayatollah; un uomo che uccide la moglie scoperta in flagrante adulterio non viene condannato, nel 2008 in sette mesi sono stati riportati 70 casi di delitti d’onore.

In generale, secondo il rapporto del dipartimento di Stato, «la testimonianza di due donne vale quella di un uomo», la donna «ha il diritto di divorziare solo se suo marito firma un documento che glielo consente certificando che il marito è drogato, impotente, pazzo o che non può provvedere alla famiglia». La legge dell’Iran permette la poligamia, le leggi che regolano il reclutamento al lavoro favoriscono i maschi e e le leggi che regolano il diritto all’eredità danno alle donne la metà dei diritti di un maschio. In generale, l’Iran è per le donne un abisso di proibizioni e le ribelli pagano il doppio, basta pensare all’uccisione di Neda in piazza, su cui si legge benissimo nella pallottola a sangue freddo la vendetta delle Guardie Rivoluzionarie verso chi non si sottopone al loro volere. Le donne sono eversive in potenza proprio in quanto hanno un corpo e un volto negato: prima dell’ammissione al Csw il National iranian american council ha presentato all’Onu un suo disperato rapporto che testimonia come «nell’anno passato l’Iran ha accusato le donne alla ricerca di conferme nella sfera sociale di minacciare la sicurezza nazionale.. e in carcere le guardie hanno picchiato, torturato, assalito sessualmente e violentato dissidenti donne e uomini. Nelle università il governo bandisce le donne dai corsi chiave, i centri che si prendono cura dei bambini vengono chiusi per bloccare il lavoro femminile, il regime di sradicare decenni di battaglie per il progresso».

Eppure, ed è disperante quando si pensa all’immenso potere che l’Onu detiene e alla quantità di denaro che costa al contribuente in tutto il mondo, l’Iran è stato immesso nei ranghi dei 45 stati che formano il Csw. Perché? Non c’è niente di strano: gran parte della compagnia dei nuovi ammessi brilla, come tutte le organizzazioni per i diritti umani dell’Onu, per mancanza di interesse per la democrazia e per il ritegno civile. Alcuni altri Stati eletti nella commissione mercoledì sono la Repubblica Democratica del Congo, la Liberia, lo Zimbabwe. La Bielorussia, la Cina, Cuba e la Libia sono già parte dell’organismo. I blocchi di Paesi non allineati e dei Paesi della Conferenza islamica impongono di fatto il loro volere: è stata la lotta dura e lo scandalo eccessivo (il nostro Paese si è comportato molto bene) che ha impedito all’Iran di entrare nel Consiglio dei diritti umani: La richiesta era così imbarazzante da suscitare una rivolta internazionale, ma l’Iran è forte, e nessuno ha osato bloccare la sua pretesa, in cambio, di una porzione di legittimazione con l’entrata nel Csw. E ci si troverà bene dato che il Csw, per anni, riporta la Bayefsky, non ha adottato una sola risoluzione in cui si accusasse per nome un Paese violatore dei diritti delle donne, non l’Iran, non la Cina, non i Paesi in cui le donne vengono vendute come schiave… fuorché, indovinate!, Israele quando si è parlato delle donne palestinesi, che non soffrono, no, di delitti d’onore, di una posizione di enorme inferiorità sociale e culturale contro cui peraltro si battono, di problemi legati alla società islamica, ma della solita cattiveria degli israeliani. Il Csw è «molto preoccupato» per le vessazioni israeliane a quelle povere donne. Anche Ahmadinejad, com’è noto.