di Fabio Canessa
Tratto da Il Foglio del 2 ottobre 2010

Il mondo è uno scherzo e compito dell’uomo è prenderlo sul serio. Dall’umorismo nascerà la sacralità e dal ridicolo sorgerà l’epica.

La natura è una grande burlona e, se guardiamo la nostra esistenza con lo straniamento e il distacco disincantato di un osservatore esterno, la vita si rivela molto buffa: “Come possono le persone assumere un atteggiamento dignitoso e fingere che le cose abbiano importanza, quando tutto il grottesco della vita è dimostrato proprio dal metodo da cui è sostenuta? Un uomo suona la lira e dice: ‘La vita è vera, la vita è schietta’ poi entra in una stanza e si infila sostanze aliene in un buco che ha in testa. Io penso che la Natura avesse parecchio senso dell’umorismo in tali questioni… La Natura ha le sue farse, come l’atto di mangiare o la forma del canguro, per l’appetito più brutale. E riserva le stelle e le montagne per chi sa apprezzare qualcosa di più sottilmente ridicolo”.

Lo sguardo pieno di stupore e divertimento con il quale Gilbert Keith Chesterton osserva il mondo riesce a serbare intatta tutta la fragranza del vivere, travolgendo con il buonumore e l’energia ogni minima traccia di grigiore, routine, banalità o stanchezza. “Visto davanti Chesterton ha la figura di un vescovo, ” scrisse Emilio Cecchi, “ma il vescovo si rigira e visto di dietro ha la figura di un clown”. Questa fulminante definizione coglie a meraviglia la duplice natura del carattere chestertoniano, mettendone a fuoco l’aspetto fisico e insieme la fertile duplicità del pensiero. Un carattere che troviamo scisso nei due protagonisti del suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, finalmente pubblicato in una nuova traduzione dopo troppi anni di assenza nell’editoria italiana (Lindau, 240 pagine, euro 17): Auberon Quin è il clown, Adam Wayne il vescovo. Il primo diventa re d’Inghilterra, grazie a un sorteggio. In un’epoca che non crede più a nulla (la storia è ambientata nel futuro del 2004, un secolo esatto dalla pubblicazione del libro), la monarchia inglese, abbandonata la tradizione ereditaria, si affida alla sorte per scegliere chi la governi. E Auberon, guidato solo da un forsennato senso dell’umorismo, se la spassa un mondo a prendersi gioco di tutto e di tutti: la sua anima, dichiara egli stesso, “è stata svuotata di tutti piaceri eccetto la follia”. Convinto dell’assurdità dell’esistenza, si compiace di un linguaggio retorico e magniloquente, divertendosi a spiazzare i sudditi. Per puro gioco, fa rivivere le tradizioni medievali, con le corporazioni, i costumi, le insegne e i sindaci di quartiere, in clamorosa controtendenza rispetto a una società razionalizzata e frenetica. Quando incontra un bambino vestito da guerriero, con un elmo di carta e una spada di legno, il re lo esorta per scherzo a difendere sempre la sacra collina di Notting Hill fino a sacrificare la vita. Ma dieci anni dopo quel bambino, Adam Wayne, diventato sindaco di Notting Hill, si presenta al sovrano tutto infervorato di uno zelo patriottico degno di un don Chisciotte. Il re all’inizio si scompiscia dal ridere, scambiandolo per un mattacchione suo pari; quando capisce che quello fa sul serio, si spaventa. Il giovane ha preso per oro colato le parole del suo re e ha rivestito le vie del quartiere di tutti i valori che la sua anima gli ha messo a disposizione: “Sono nato in un punto della terra che amo perché lì ho giocato da ragazzo, e mi sono innamorato, e ho parlato con i miei amici per intere notti che erano le notti degli dei… Quei piccoli giardini dove parlavamo d’amore. Quelle strade dove trasportavamo i nostri morti. Perché dovrebbero essere luoghi comuni? Perché dovrebbero essere assurdi?… Perché qualcuno dovrebbe far ridere dicendo ‘la causa di Notting Hill?’. Notting Hill, dove migliaia di spiriti immortali ardono alternando speranza e timore”. Quando si dovrebbero abbattere alcune casette di quel quartiere per far posto a una strada, Adam, il sindaco di Notting Hill, rifiuta i soldi e sfodera la spada, minacciando sfracelli. Quella spada che è “una bacchetta fatata”, capace di “rendere magnifici paesaggi meschini, e le capanne più durature delle cattedrali”. Quella spada che può trasformare Notting Hill in Atene o Gerusalemme, perché è l’arma che conosce “il segreto della passione”.

Di fronte alle accuse di ridicolo, Adam si inorgoglisce: non è forse ridicola la crocifissione, soprattutto quella capovolta dell’apostolo Pietro? “Cosa ci potrebbe essere di più ridicolo di un rispettabile apostolo capovolto?”. Eppure, “capovolto o dritto, per l’umanità Pietro era Pietro. Capovolto è ancora sospeso sull’Europa e milioni di persone si muovono e respirano solo nella vita della Chiesa”. Ma vale davvero la pena scatenare una guerra “di religione”, con morti e feriti, per quattro casupole di quartiere? La risposta di Adam è perentoria: “Qui io dichiaro, e so bene di cosa parlo, che non ci sono mai state guerre necessarie se non le guerre di religione. Non ci sono mai state guerre giuste se non le guerre di religione. Non ci sono mai state guerre umane se non le guerre di religione. Perché quegli uomini hanno lottato per qualcosa che pretendeva, almeno, di essere la felicità di un uomo, la sua virtù”. La reazione del re Auberon dimostra lo sconcerto di chi vede il clown trasformarsi in vescovo: “Che ho fatto? Mio Dio, che ho fatto? Pensavo a uno scherzo e invece ho creato una passione. Ho cercato di comporre una farsa e pare che questa, strada facendo, si stia trasformando in un poema epico”.

L’esplosiva alchimia tra il buffonesco e il sacro ha prodotto “la deificazione del ridicolo”. Di fronte alla quale non c’è da sgomentarsi, anzi. Il fallimento e la sconfitta sono i necessari presupposti di una vittoria più ampia, come la storia e il cristianesimo insegnano. E l’eroe schernito e trucidato, come Gesù sulla croce o Ettore fuori dalle mura di Troia, detiene i crismi dell’immortalità. L’importante è avere, come Adam Wayne, “quell’inclinazione, razionale e deliberata, che turberà sempre fino alla fine la pace del mondo, l’inclinazione, razionale e deliberata, a una vita breve ma felice”.

Come il protagonista di questo suo primo romanzo, che raccomandiamo a tutti coloro che vogliano catturare il dna del papà di padre Brown, per come la sua tragica allegria risulta propedeutica alla lettura di qualsiasi cosa egli abbia scritto in seguito, Chesterton fu un “fanatico della gioia di vivere”, che unì passione e disincanto, senso del sacro e gusto dell’assurdo, rispetto per la tradizione e sfida alle convenzioni, ironia e speranza, buon senso e amore per il paradosso. E, nel bellissimo dialogo finale, ci ricorda che, per diventare immortali, nella letteratura come nella realtà, bisogna morire. Per qualcosa, con onore.