di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 18 agosto 2011 (ZENIT.org).-  “Quasi due secoli sono passati da quando Malthus è morto, ed è forse arrivato finalmente il tempo di lasciarlo riposare in pace. Archiviamo il suo pessimismo catastrofista e abbandoniamo l’idea di un equilibrio da raggiungere con la fine della transizione demografica”. Così si conclude il libro “Goodbye Malthus” (Rubbettino), scritto da Alessandro Rosina e Maria Letizia Tanturri.

I due autori sono valenti ed esperti demografi: Alessandro Rosina è professore di demografia presso l’Università Cattolica di Milano e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Statistica; mentre Maria Letizia Tanturri è ricercatore di demografia presso l’Università di Padova e membro del Consiglio Scientifico dell’AISP-SIS (Associazione italiana per gli studi sulla Popolazione).

“Dopo l’homo sapiens – scrivono i due autori –, il prossimo auspicabile salto evolutivo potrebbe essere quello della societas sapiens; un’entità pulsante, orientata alla sviluppo dell’intelligenza collettiva, per sua natura portata a massimizzare il bene comune”.

Il pastore anglicano più noto come economista, Thomas Robert Malthus (1766- 1834), pensava che “i suoi contemporanei fossero troppi e che un ulteriore incremento avrebbe portato a un drammatico scadimento delle condizioni di vita. Le cose sono andate molto diversamente e questo libro si occupa di raccontare cosa è accaduto”.

Quando Malthus ha scritto il suo libro più famoso “Saggio sul principio di popolazione”, nel mondo c’erano meno di un miliardo di persone, la mortalità infantile era molto alta  e le condizioni di vita erano per lo più misere, vincolate ad una economia di sussistenza e rese precarie dal ricorrente flagello delle epidemie. Inoltre, la maggior parte delle persone aveva un’esistenza stentata e breve.

E non era solo la condizione della Gran Bretagna. Quando si realizzò l’Unità d’Italia l’aspettativa di vita media era di 32 anni e il 25% dei bambini non arrivava al primo anno di età.

Per Malthus le condizioni di vita sarebbero peggiorate esponenzialmente con la crescita della popolazione. Ma la realtà ne ha smentito clamorosamente le teorie e i calcoli.

Oggi la popolazione mondiale ha appena superato i sette miliardi, l’aspettativa di vita media è di circa 80 anni in buona salute e per quanto riguarda le risorse, il Novecento è stato il secolo con la maggior crescita demografica e produttiva di tutta la storia dell’umanità.

Nel corso di questo secolo la crescita annua delle tre fondamentali variabili socioeconomiche è più che raddoppiata: il prodotto pro capite (1,5 per cento, rispetto a 0,8 nell’Ottocento), la popolazione (1,4 per cento, rispetto a 0,5), la produzione complessiva di beni e servizi (2,9 per cento, rispetto a 1,3).

Nel Novecento l’Europa è diventata il continente con la maggior densità demografica, raggiungendo la percentuale incredibile di quasi un europeo su quattro presenti nel mondo.

Poi però dalla fine degli anni Settanta è emersa una ideologia neomalthusiana che nonostante l’evidente fallacia delle teorie del pastore anglicano ha indicato nella crescita della popolazione la maggiore minaccia allo sviluppo e al progresso dell’umanità. Al punto di considerare la crescita della popolazione come una minaccia superiore a quella della bomba atomica (Population Bomb).

La massiccia diffusione di una ideologia per il controllo e riduzione delle nascite ha spinto le istituzioni internazionali a stanziare ingenti fondi per diffondere massicciamente sostanze contraccettive, favorire gli aborti e ridurre i nuclei familiari.

A distanza di soli 40 anni i risultati di queste politiche neomalthusiane hanno prodotto risultati devastanti. Le culle si sono svuotate, la popolazione è invecchiata  e mentre il Novecento verrà ricordato come il secolo del baby boom, il XXI secolo rischia di essere ricordato come quello con pochi giovani e molti anziani.

Un cambiamento demografico che ha generato una crisi drammatica per le enormi spese che crescono nel sistema sanitario e pensionistico e con una sempre più ridotta quota di giovani che si immette nel mercato del lavoro.

Attualmente in Italia ogni cento persone, 20 sono over 65 e appena 14 under 15. In Europa si prevede che nel 2030 ci sarà un anziano ogni tre persone, ed i giovani saranno sotto la percentuale del 15%. Si calcola, inoltre, che in Europa dal 2000 al 2030 il numero degli over 75 è destinato a crescere del 75% passando da 26 a 45 milioni.

Se non si troveranno incentivi per incrementare le famiglie e le nascite, il XXI secolo rischia di implodere.

Per correggere questa tendenza demografica, i due autori propongono politiche “family friendly”, a partire dal settore fiscale.

“Bisogna – affermano gli autori  – che il sistema riconosca il principio che chi ha più figli da allevare non può essere assoggettato a un prelievo fiscale, a parità di reddito, analogo a chi non ha minori a carico”.

Secondo Rosina e Tanturri, “l’esperienza del passato ci suggerisce di guardare con ottimismo oltre l’orizzonte, dove la nostra specie ha spesso trovato le risposte ai limiti del presente. (…) Da oltre un secolo e mezzo abbiamo messo in moto un processo di cambiamento continuo che ci espone a rischi ma anche inedite opportunità”.

“La fine del XXI secolo – concludono gli autori – è meno lontana di quanto si pensi. Più che temerla prepariamoci a raggiungerla nel modo migliore. Troveremo certamente molti ostacoli, ma alla fine il bilancio potrebbe essere largamente positivo”.