I Vescovi argentini sul dibattito sulla legge per il matrimonio omosessuale

di Nieves San Martín

BUENOS AIRES, venerdì, 13 novembre 2009 (ZENIT.org).- Il dibattito al Parlamento argentino sulla possibilità di modificare il Codice Civile affinché coppie dello stesso sesso possano contrarre matrimonio ha spinto la Commissione Esecutiva dell’Episcopato a emettere una dichiarazione al riguardo, in cui ribadisce l’atteggiamento ecclesiale sul matrimonio.

Nella prima sessione del dibattito, svoltosi in una plenaria congiunta delle commissioni per la Legislazione Generale e per Famiglia, Donna, Infanzia e Adolescenza della Camera dei Deputati, sono stati analizzati due disegni di legge. L’obiettivo delle due iniziative è modificare l’articolo 172 del Codice Civile, sostituendo i termini “uomo” e “donna” con “contraenti”.

Sul dibattito legislativo, i Vescovi affermano in primo luogo che “il matrimonio come relazione stabile tra un uomo e una donna, che nella loro diversità si complementano per la trasmissione e la cura della vita, è un bene per lo sviluppo sia delle persone che della società”.

Per questo, dicono, “non siamo di fronte a un fatto privato o a un’opzione religiosa, ma a una realtà che ha la sua base nella natura stessa dell’uomo, che è maschio e femmina”.

Questo fatto, aggiungono, “nella sua diversità e reciprocità, diventa anche la base di una sana e necessaria educazione sessuale”.

“Non sarebbe possibile educare la sessualità di un bambino o di una bambina senza una chiara idea del significato o del linguaggio sessuale del suo corpo – sottolineano –. Questi aspetti, che si riferiscono alla diversità sessuale come alla nascita della vita, sono sempre stati considerati come fonte legislativa al momento di definire l’essenza e la finalità del matrimonio. Nel matrimonio si trovano e si realizzano sia le persone nella loro libertà che l’origine e la cura della vita”.

Per i Vescovi, queste affermazioni non devono essere considerate “un limite che sminuisce, ma l’esigenza di una realtà che per la sua stessa indole naturale e per il suo significato sociale deve essere tutelata giuridicamente. Siamo di fronte a una realtà che precede il diritto positivo, e per questo ne è fonte normativa”.

“Affermare l’eterosessualità come requisito per il matrimonio – insistono i Vescovi – non è discriminare, ma partire da un elemento oggettivo che è il suo presupposto. Il contrario sarebbe disconoscere la sua essenza”.

Richiamando il Catechismo della Chiesa Cattolica, i presuli ricordano quindi che “il matrimonio non è un’istituzione puramente umana, nonostante le molte variazioni che ha potuto subire nel corso dei secoli nelle varie culture, strutture sociali e atteggiamenti spirituali”.

Il matrimonio “si basa sull’unione complementare dell’uomo e della donna”, le cui nature “si arricchiscono con l’apporto di questa diversità radicale”. La realtà, del resto, mostra che “ogni considerazione fisica, psicologica e affettiva dei sessi è espressione di quella diversità, che non si spiega in un senso antagonistico, ma di complemento reciproco”.

La nuova realtà formata dall’uomo e dalla donna, la famiglia, “sin dagli inizi dell’umanità è stata difesa dalle società civilizzate con l’istituzione del matrimonio”.

Conferma questa realtà, indicano i Vescovi, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che chiede di “riconoscere il diritto dell’uomo e della donna di contrarre matrimonio e formare una famiglia”.

“E’ responsabilità di tutti difendere questo ‘bene dell’umanità’ (come Giovanni Paolo II chiamava la famiglia) – concludono i presuli argentini –. Da ciò deriva il desiderio che ci spinge a unire le presenti riflessioni in un dialogo sincero con la società e come apporto a quanti hanno il difficile compito di legiferare su questi temi”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]