Per l’esperto, già responsabile dell’ufficio Onu contro il crimine internazionale, le potenziali vittime crescono in maniera esponenziale laddove il tessuto sociale si sfalda. Il rischio che gruppi terroristici lucrino sui poveri
di Paolo L Ambruschi
Tratto da Avvenire del 26 gennaio 2011

Alessandro Calvani è una delle persone che meglio conosce la realtà sommer­sa del traffico di esseri umani per a­verla combattuta per anni come di­rettore dell’Unicri, l’ufficio Onu che contrasta il crimine internaziona­le. Oggi vive a Bangkok dove dirige il Centro Asean per lo sviluppo. Se­condo le Nazioni Unite, sono 12 mi­lioni le vittime del lavoro forzato. Ogni anno sono tra 700. 000 e 900. 000 le nuove vittime del traffi­co internazionale che si aggiungo­no a 2, 5 milioni di persone già nel giro. Circa il 20% sono minorenni; quasi l’80% di sesso femminile. Il 79% è stato vittima di sfruttamen­to a fini sessuali.

Quali sono i volumi di affari dei nuovi mercanti di schiavi e i trend per i prossimi anni?
Abbiamo stime incomplete. Ad e­sempio oltre 70. 000 persone al­l’anno sono vittime della tratta tra l’Europa orientale e la Russia verso l’Europa occidentale, che crea un guadagno per i trafficanti di quasi tre miliardi di euro l’anno. Il valore della tratta di esseri umani a livel­lo globale corrisponde a circa 32 miliardi di dollari all’anno, di cui 9, 7 appartengono al mercato asia­tico, dove sono trafficate circa 1, 4 milioni di persone all’anno. E solo in Messico la tratta procura ai traf­ficanti tra i 15 e i 20 miliardi di dol­lari annui. Se nulla cambia, il trend sarà di crescita, pari almeno alla crescita dell’economia lecita.

Quali sono le caratteristiche del traffico in Asia?
Le vittime potenziali aumentano in fretta ovunque c’è distruzione dei tessuti sociali, delle famiglie so­prattutto, causati da conflitti e di- sperazione economica. Il governo thailandese continua il suo impe­gno per ridurre il fenomeno delle vittime nell’area dei paesi del Mekong. Ma in Myanmar la mise­ria è cronica soprattutto tra le mi­noranze etniche, che sono il 40% della popolazione. A volte sono le famiglie a vendere una bambina ai trafficanti per avere il riso per altri tre mesi. In Cambogia è diminuita la povertà ma è cresciuta la disu­guaglianza. Il Laos rimane uno dei paesi più poveri della regione. C’è una forte crescita del traffico verso il Sud-Est Asiatico da altre aree del mondo.

Come sono strutturate le reti dei trafficanti? C’è una regia unica?
Non c’è una Spectre globale di tipo piramidale come le mafie. C’è però una forte rete diffusa di collabora­zioni e collusioni che rende effi­cienti i traffici in termini di colle­gamenti tra domanda e offerta, si­stemi finanziari, impunità, corru­zione di ogni forma di resistenza. Ogni anello della catena del traffi­co conosce solo l’anello preceden­te e quello seguente e ottimizza so­lo quelle due relazioni. Questo me­todo minimizza anche l’impatto, peraltro scarso, delle investigazio­ni e della repressione.

Nella vicenda degli eritrei rapiti nel Sinai si sospetta vi sia la regia di Hamas e di Al Qaeda. I proventi del traffico di esseri umani vanno a fi­nanziare le attività terroristiche?
Il prodotto criminale mondiale è u­na specie di borsa mondiale dei ti­toli delle imprese di saccheggio glo­bale. Il capitale va dove è più re­munerato, dove le azioni crescono più in fretta e con meno rischi. Ov­vio che tutte le sinergie sono cer­cate dovunque possibile. Se un traf­ficante di persone paga per garan­tirsi che un camion passi un posto di frontiera o perché un pesche­reccio entri ed esca da un porto senza che nessuno ci guardi dentro, vuole che non venga massimizza­ta l’opportunità mettendoci den­tro anche soldi, e armi, oltre che es­seri umani? In trent’anni in prima linea nelle crisi umanitarie più gra­vi e nei conflitti più sanguinosi, non ne ho mai visto uno dove capitali il­leciti, conflitti e crimini non fosse­ro associati. Il terrorismo ha biso­gno di armi, soldi, risorse umane. Il crimine organizzato può fornire soldi e armi in cambio di copertu­ra dei suoi traffici, compresi i rifiu­ti tossici e i beni forestali. Le risor­se umane le forniscono invece l’as­senza di dialogo negli scenari di cri­si e gli stati falliti laddove l’econo­mia illecita funziona meglio di quella lecita.

È migliorata la collaborazione tra polizie per stroncare il traffico ci persone?
Le forze di polizia collaborano mol­to meglio di dieci anni fa. Ma non si può fermare un fenomeno so­ciale, economico e in qualche mo­do un’omissione politica solo u­sando le manette.

Che tipo di protezione va assicu­rata alle vittime della tratta?
Le vittime della tratta hanno dirit­to alla protezione come vittime, co­me testimoni del modus operandi di uno dei crimini più mostruosi del nostro tempo e, in molti casi, anche come rifugiati, visto che la loro vita sarebbe minacciata se tor­nassero nel paese di origine.

Secondo lei l’opinione pubblica è adeguatamente informata?
Mi pare di no. Se tutti sapessero quello che c’è dietro a queste rapi­ne di dignità umana parecchi si ri­bellerebbero all’ignavia delle auto­rità o sfonderebbero le porte di cer­ti postriboli per liberare le vittime.