I vescovi mettono in guardia. E un americano su due è convinto che le norme non saranno a favore della vita
di Lorenzo Schoepflin
Tratto da Avvenire del 10 settembre 2009

Se si pensa che la Conferenza epi­scopale degli Stati Uniti ha aperto, sul proprio sito Internet, una sezio­ne monotematica sulla riforma sanitaria, che nelle intenzioni del presidente Oba­ma dovrebbe segnare una svolta epocale per il popolo americano, non è difficile capire quanto l’argomento sia attuale e dibattuto oltreoceano.

Se poi si approfondisco­no i punti che gli stessi vescovi statunitensi ri­tengono fondamentali per una buona riforma, emergono con chiarez­za le insidie che si na­scondono dietro di essa: non è un caso, infatti, che il «rispetto della vita e della dignità umana» e la «libertà di co­scienza» siano considerati elementi im­prescindibili. Sono proprio le questioni relative all’aborto e al suo finanziamento e all’obiezione di coscienza che agitano il mondo prolife americano.

Da un sondaggio Nbc/Wall Street Journal dell’agosto scorso è emerso che il 50% de­gli americani è convinto che la riforma, così come sarà approvata, prevederà l’u­so di soldi pubblici per il finanziamento dell’aborto. Segno che le promesse fatte da Obama durante il colloquio col Papa del 10 luglio scorso a proposito della vo­lontà di ridurre gli aborti sono un passo in avanti rispetto alla campagna elettora­le, durante la quale il presidente si era im­pegnato per l’approvazione del Freedom of Choice Act (una legge che avrebbe im­pedito ogni restrizione all’aborto sull’in­tero territorio statunitense), ma non cer­to un anestetico per il po­polo prolife. Già in tempi non sospetti, il primo lu­glio scorso, il cardinale Ri­gali, presidente della com­missione prolife della Con­ferenza episcopale degli Stati Uniti, a proposito di una legge che stabiliva la possibilità del sovvenzio­namento pubblico dell’a­borto nel District of Columbia, quello del­la capitale Washington, aveva registrato l’incompatibilità tra tale provvedimento e la promessa di ridurre gli aborti.

Successivamente, è stato il cosiddetto Capps Amendment ad accendere il di­battito: con tale integrazione al testo del­la riforma, apportata durante le discus­sioni in sede di Commissione energia e commercio della Camera, il finanzia­mento pubblico all’aborto diveniva par­te integrante della riforma sanitaria. Se­condo l’emendamento, il piano pubblico di assicurazione sanitaria «deve» preve­dere, in alcuni casi, la copertura finan­ziaria per l’«aborto», parola fino ad allora mai contenuta esplicitamente nel testo della riforma.

Una modifica poco digeribile per le asso­ciazioni prolife e che è stata usata per smentire Obama quando, il 19 agosto, a­veva accusato coloro che denunciavano lo stretto legame tra aborto e riforma sa­nitaria di fare disinformazione.

La questione dell’aborto e del suo finan­ziamento si interseca inevitabilmente con quella dell’obiezione di coscienza, torna­ta ora alla ribalta delle cronache, ma già di stretta attualità a partire da marzo, quando l’Amministrazione Obama fornì l’input per annullare un provvedimento voluto da George W. Bush per tutelare gli operatori sanitari che agiscono secondo le proprie convinzioni morali o religiose. E proprio su questo tema, l’Associazione medici cattolici Usa, in un commento uf­ficiale sulla riforma sanitaria, lamenta l’as­senza di un esplicito riferimento alla li­bertà di coscienza, aggravata dal voto con­trario dei democratici in Commissione sanità al Senato per un emendamento che proibiva di forzare gli operatori sanitari a partecipare ad un aborto.