Quella che segue è una parte della relazione che il giurista Pietro Barcellona ha tenuto al recente convegno di Medicina & Persona sul tema «Un minuto in più per sé e per il malato», apparsa sull’inserto E’ Vita dell’Avvenire di oggi.

E’ veramente un segno dei tempi che oggi, a distanza di tanti anni, il tema della sofferenza e del dolore nel rapporto tra medico e paziente venga posto al centro dell’attenzione di un convegno di medicina, di quel campo cioè in cui gli apprendisti stregoni del nostro tempo stanno sperimentando le tecniche più sofisticate per intervenire e manipolare i processi di «malattia» che affliggono le nostre menti e i nostri corpi. (…)

Chi fa l’esperienza di una malattia fa concretamente l’esperienza dello scarto tra la promessa pubblica di salute e guarigione infinita e la quotidiana dimensione della lotta contro la malattia che ti penetra dentro il corpo come un nemico senza nome e senza volto.

Tre anni fa mi hanno diagnosticato quasi all’improvviso una forma di linfoma sistemico follicolare e sono stato sottoposto per sei mesi ad una terapia chemioterapica presso il reparto di ematologia della mia città. Debbo confessare impudicamente di non aver avuta nessuna paura ma di essermi disposto alla terapia come un’occasione per capire meglio che cosa mi sta a cuore e che cosa la malattia provocava negli altri che mi stavano accanto. Mi sono trovato per ore ed ore nella saletta delle terapie insieme a giovani e vecchi, ragazze e ragazzi che, con diagnosi diverse, facevano tutti più o meno la stessa cura e che stavano come me per ore ed ore attaccati all’ago della flebo. Ho visto una ragazza in gravissime condizioni per una leucemia acuta leggere con grande interesse testi universitari di sociologia per prepararsi agli esami che forse non avrebbe mai sostenuto.

Ho sentito un ragazzo, che aveva già subito l’asportazione della milza e che aveva frequentemente degli attacchi di nausea incontenibili, parlarmi con fiducia della sua guarigione e del suo desiderio di fare un viaggio in bicicletta.(…)

l rischio che corriamo nell’epoca attuale è che ogni malato sia considerato poco più che una macchina bloccata nel suo funzionamento automatico che ha bisogno di un meccanico e dei suoi strumenti per essere riportata alla funzionalità. E in effetti, il corpo umano, sottoposto ai saperi specialistici, che provano di ricostruirne il suo funzionamento sulla base di un esame assolutamente obiettivo dei circuiti sistemici che lo compongono, tende a diventare sempre più oggetto di una scienza delle costruzioni che tratta le varie componenti dell’esistenza di una persona come i Lego che compongono un qualsiasi costrutto artificiale.

Nella medicina contemporanea, fondata appunto sullo sviluppo delle nanotecnologie e delle neuroscienze, attraverso in particolar modo la diagnostica per immagini, è scomparsa l’idea che tutte queste componenti chimiche, elettriche e molecolari prendano poi la forma di un essere umano con una personalità specifica e un modo assolutamente originale di partecipare alla vita. Nessuno pensa più che una sommatoria di informazioni morfologiche sui vari organi del corpo umano non consente di spiegare come tutto ciò diventi una persona che parla ed esprime emozioni e sentimenti. Siamo giunti al paradosso che la cura dell’uomo e della sua malattia ha talmente scomposto in frammenti il suo oggetto che alla fine lo ha dissolto nel nulla. La realtà, tuttavia, non si lascia assoggettare dalle nostre pretese di spiegare razionalisticamente ogni cosa, giacché contro questa neutralizzazione della persona umana insorge l’esperienza quotidiana della sofferenza e del dolore a ricordare a ciascuno che, nonostante gli incredibili progressi della scienza e della tecnica, abbiamo ancora la necessità di rispondere alla domanda dei greci e di Leopardi: «Se la vita è sventura, perché da noi si dura?».

Perché l’uomo deve essere consolato di essere nato? E perché da questo bisogno di consolazione acuto, radicato nell’animo di ciascuno, si sviluppa poi questa storia di tentativi immani di trovare la risposta al mistero del perché l’uomo è l’unico essere vivente che si pone il problema del suo esistere e del suo morire? Perché dall’esperienza della sofferenza e del dolore nasce la coscienza del proprio essere mortali, del proprio poter in ogni momento precipitare in quella «crisi della presenza» che Ernesto De Martino ha così drammaticamente descritto?

E’ in questi momenti estremi, a cui finora nessuno si è potuto sottrarre, che l’uomo sperimenta ciò che sta alla base del proprio senso di sofferenza e dolore: la solitudine del morente è ciò che sin dalla nascita segna il percorso vivente di ogni essere umano. (…)

Siamo arrivati ad un punto estremo di questa domanda dopo il grande autoinganno della modernità progressista che continua a tentarci con l’illusione di una meccanica immortalità destinata a trasferire in un computer i nostri pensieri e le nostre emozioni. Chi nella sofferenza prova la solitudine fa l’esperienza terribile che Cristo ha fatto sulla croce. (…) Nessuno riesce ad immaginare il dolore dell’altro e tuttavia nessuno senza un altro che lo guardi e lo ascolti, riesce a vivere i momenti più duri e penosi della propria esistenza.