Guerrini • La «rivoluzione» proposta dal presidente della Confartigianato per avvicinare i giovani al lavoro: «L’apprendistato entri nelle scuole» • Il paradosso italiano: la disoccupazione aumenta mentre 150mila posti «manuali» restano vacanti
di Giuseppe Matarazzo
Tratto da Avvenire del 2 febbraio 2011

«Serve una rivoluzione cul­turale che educhi i giova­ni al lavoro, alla fatica, che faccia capire che i mestieri manuali costano sudore, ma danno grandi soddisfazioni. Altrimenti dovremo rassegnarci a un Paese che non cre­sce, con la disoccupazione che au­menta e i giovani che prendono la va­ligia e vanno via». Giorgio Guerrini, presidente di Confartigianato, dà la «scossa». Di fronte ai dati dell’Istat che confermano livelli d’allarme del­la disoccupazione giovanile, il rap­presentante di 700mila im­prese artigiane italiane, pun­ta il dito contro la «demoniz­zazione» del lavoro che ha al­lontanato i giovani da quelle figure professionali – sarti, fa­legnami, tessitori, panettieri – che poi restano vacanti. Sono 150mila i posti liberi.

Il 26,7% del fabbisogno oc­cupazionale delle imprese nel 2010 è rimasto insoddi­sfatto. Invece la disoccupa­zione sale. Com’è possibile?
Sembra assurdo. Con un giovane su tre disoccupato in Italia, e uno su due al Sud ci permettiamo il lusso di la­sciare questi posti vacanti. Eppure è il risultato di un gap di formazione, di un divario fra scuola e mondo del la­voro che rende difficile da parte del­le aziende trovare personale qualifi­cato. C’è un inammissibile errore e­ducativo che ha reso i lavori più fati­cosi – per orario o impegno fisico – poco attrattivi.

Meglio il call center che fare il falegname?
Esattamente. Il giovane che fini­sce il percorso scolastico prefe­risce stare in un call center con uno stipendio basso che tendenzialmente resterà quello senza possibilità di carriera, rispetto a un contratto di apprendistato in u­na impresa artigiana che può aprire livelli retributivi più alti e un avanza­mento di mansioni. L’85% dei con­tratti di apprendistato infatti vengo­no trasformati in tre anni a tempo in­determinato.

Serve una nuova mentalità?
Di più, una rivoluzione culturale. In questi anni si è diffuso e sostenuto fra i giovani il disvalore della manualità, come se certi lavori fossero di serie B. Così le iscrizioni agli istituti tecnici o alle università scientifiche sono bas­sissime rispetto a quelle umanistiche. Una cultura che ha demonizzato l’im­presa e l’imprenditore. Si è diffusa l’i­dea del guadagno facile e del mito della scrivania. Non è così. È un mondo che non esiste. Il lavoro è fatica, è sudore. Insegniamo que­sto ai nostri ra­gazzi. Il nostro è un Paese mani­­fatturiero. Allora, o riportiamo al cen­tro il lavoro quello vero, in fabbrica, o non andiamo da nessuna parte.

Quali sono le vostre proposte per av­vicinare i giovani al lavoro?
Un percorso in tre passaggi. Il primo: è necessario prevedere nel percorso scolastico di base, una fase formati­va parificata di sei mesi, un anno di apprendistato nelle imprese. Il se­condo: l’orientamento, offrire ai no­stri ragazzi e alle loro famiglie un qua­dro chiaro del mercato del lavoro. È inutile stimolare professioni ormai sature mentre restano completa­mente scoperte altre. Terzo: il con­tratto di apprendistato, che va rilan­ciato e sostenuto. L’esempio tedesco è illuminante. In Germania il tasso di disoccupazione giovanile è un quar­to del nostro. E non si spiega solo con una situazione economica più favo­revole. C’è un sistema formativo che porta l’impresa a scuola da subito. C’è un contatto diretto fra mondo della scuola e quello del lavoro.

Una questione non solo economica ma anche sociale?
Soprattutto sociale… Perché i giovani che a 28, a trent’anni si ritrovano an­cora senza lavoro e senza prospetti­ve, nonostante i sacrifici che hanno fatto per studiare, è un problema che tocca l’aspetto sociale e umano. Per­ché sono giovani demotivati, sfidu­ciati, per non dire depressi. E un Pae­se senza fiducia è un paese senza fu­turo. Per questo, la scommessa di chi governa, dei politici e di tutta la no­stra generazione è tutta su di loro.