«Semplicemente si riduce il numero delle gravidanze invece di migliorare le cure mediche e i servizi»
di Elena Molinari
Tratto da Avvenire del 23 settembre 2010

Solleva forti perplessità nel mondo cattolico e tra le associazioni di difesa per la vita lo scopo dichiarato nel documento finale del summit anti-povertà dell’Onu di voler «eliminare» 33 milioni di gravi­danze nei prossimi cinque anni. Un approccio cinico al proble­ma della mortalità materna e in­fantile, secondo Terrence McKeegan, vicepresidente del “Catholic Family & Human Ri­ghts Institute” (Cfam), a New York per seguire i lavori del Pa­lazzo di Vetro.

Qual è a suo dire la motivazione razionale delle Nazioni Unite per voler ridurre il tasso di fer­tilità nei Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo?
È una logica secondo la quale il modo migliore di ridurre le mor­ti per parto e le morti di infanti non è di migliorare le cure che le madri e i bambini hanno a di­sposizione, o la qualità e il nu­mero dei dottori, o le strade per arrivare agli ospedali, ma sem­plicemente di ridurre il numero delle gravidanze attraverso a­borti e anticoncezionali. Non af­fronta la vera causa del proble­ma.

Quali dati o prove vengono usati nel documento per spiegare che un approccio del genere, per quanto cinico, possa funzionare?
L’unico dato che viene ripetuto da anni nei documento Onu è quello dell’esistenza di 200 mi­lioni di donne al mondo i cui bi­sogni di pianificazione familiare non vengono soddisfatti. È un numero arbitrario, perché a de­finire questo “bisogno” sono gli esperti delle Nazioni Unite, non le donne stesse, che in molti Pae­si poveri, per cultura o fede reli­giosa, non desiderano avere maggiore disponibilità di anti­concezionali o di aborti.

Nei documenti che emergono dal Palazzo di Vetro o dalle sue agenzie è ormai diventato co­mune l’uso della frase «salute riproduttiva», che viene guardata con scetticismo dalle associa­zioni di difesa della vita. Perché questo scetticismo?
Perché la qualità della salute ri­produttiva viene misurata in un solo modo: quantificando la «prevalenza dei contraccettivi» in un Paese. Se questo indicato­re è basso, si dice che in quel Pae­se vi è una povera salute ripro­duttiva. Ogni volta che si parla dell’obiettivo numero 9 degli O­biettivi del Millennio, «ridurre la mortalità materna», si parla di «prevalenza dei contraccettivi». Noi non crediamo a questa e­quivalenza, che non tiene in con­siderazione i veri bisogni di sa­lute delle donne in età fertile.

È mai stata dimostrata una cor­relazione fra la «prevalenza di contraccettivi» e la riduzione della mortalità materna?
No. I Paesi che hanno ridotto drasticamente la mortalità di donne e bambini lo hanno fatto aumentando la presenza di per­sonale qualificato ai parti, la pu­lizia degli ospedali e la qualità delle strade. Ma le risorse sono limitate, e ogni dollaro investito in profilattici e aborti toglie de­naro a questo tipo di investi­menti.

L’esperienza della sua associa­zione è stata ascoltata all’Onu durante la fase di preparazione del documento finale?
L’abbiamo fatta sentire. Abbia­mo organizzato conferenze di al­to livello invitando ginecologi, medici e volontari che operano in Paesi poveri. Durante una pre­sentazione ai delegati dell’Onu, la scorsa settimana, una gineco­loga ha spiegato ad esempio co­me la semplice istituzione del medico di base in Nigeria più che dimezzerebbe la mortalità ma­terna e infantile.