il caso Rossano • In seguito alla vicenda del bimbo abortito vivo e lasciato per 24 ore senza assistenza, interpellanza di Luisa Santolini (Udc) e risposta del sottosegretario alla Salute • Roccella: da vietare dopo la 22esima settimana
di Lucia Bellaspiga
Tratto da Avvenire del 19 maggio 2010

Angelo (lo chiameremo così), abortito vo­lontariamente il 24 aprile scorso all’o­spedale di Rossano Calabro quando era un feto già di almeno 22 settimane, «è soprav­vissuto senza alcuna cura per 24 ore, dodici del­le quali in gran parte notturne, in grave ipoter­mia», adagiato su una ciotola di metallo «pog­giata su di un carrello». Un fatto che non ha gran­ché scosso i media nazionali (mentre ha fatto scalpore su quelli internazionali), ma che nella ricostruzione del sottosegretario Eugenia Roc­cella – chiamata a ri­spondere a un’interpel­lanza urgente della de­putata Udc Luisa Santo­lini – suona ancora drammatico. Coperto da un telo in attesa di esse­re gettato tra i ‘rifiuti speciali’ dell’ospedale, Angelo è stato dimenti­cato lì, finché il giorno dopo una dottoressa passata per caso non ha «percepito un rumore. Rimosso il telo potè veri­ficare la presenza di un neonato» ancora capace di emettere gli ultimi gemiti. Dopo l’aborto – ha spiegato il viceministro alla Salute – «supponen­do la diagnosi di morte certa non è stato chiamato né il pediatra né il rianimatore. Il neonato è sta­to avvolto nel telo e adagiato su un fasciatoio in attesa di un suo trasporto nella camera mortua­ria, e in tale luogo è rimasto», continuando a ge­mere e lottare per la vita tutta la notte e il matti­no successivo. Non solo un evento umanamente e moralmen­te terrificante, ma anche una totale infrazione della legge 194 (‘Norme per la tutela sociale del­la maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza’) che così dice: dopo i tre mesi di gra- vidanza, è possibile abortire esclusivamente in due casi, ovvero quando la gravidanza compor­ti un grave pericolo di vita per la donna, e quan­do nel nascituro siano accertate anomalie non solo ‘rilevanti’ ma anche determinanti un ‘gra­ve pericolo per la salute fisica o psichica della donna’; non solo: quando ormai c’è la possibi­lità che il nascituro abbia già vita autonoma (e alla 22esima settimana questo avviene già con u­na certa frequenza) l’aborto può essere pratica­to esclusivamente nel primo caso (grave perico­lo per la vita della donna) e ‘il medico che ese­gue l’intervento deve adottare ogni misura ido­nea a salvaguardare la vita del feto’. Angelo non aveva alcuna ‘rilevante’ malformazione, solo u­na palatoschisi (il labbro leporino), eppure un medico del dipartimento di salute mentale di Cosenza ha dato il via libera, certificando in quel labbro leporino «un grave pericolo per la salute psichica» della madre. E di salvaguardare la sua vita nessuno si è comunque sognato.

«Non si è a conoscenza di cosa sarebbe succes­so se fosse stato subito soccorso adeguatamen­te in un ospedale attrezzato», ha rilevato la Roc­cella, ricordando l’inutile corsa alla terapia in­tensiva neonatale di Cosenza, «ma sicuramente ha dimostrato di aver avuto capacità di vita au­tonoma, nonostante il completo abbandono». Per un aborto così a ‘rischio sopravvivenza’ «e­ra necessario un ospedale e del personale at­trezzato per grandi prematuri», ha ricordato. Di qui l’impegno del governo «che sta valutando quale strumento utilizzare per vietare gli aborti oltre la 22esima settimana di gravidanza, come ormai conviene l’intera comunità scientifica» (al­la 24esima settimana il 50% dei feti ha già vita autonoma), «e affinché le interruzioni di gravi­danza tra la 20esima e la 22esima settimana sia­no effettuate solo presso unità ospedaliere con terapia intensiva neonatale». Perché se un altro feto sfuggisse alle maglie della morte e venisse al mondo vivo, riceva le stesse cure di qualsiasi bim­bo nato prematuro, uguale a lui ma non chia­mato aborto né rifiuto speciale.