di Antonio Giuliano
Tratto da La Bussola Quotidiana il 19 febbraio 2011

«Sono seicento numeri questo mese. Esattamente il doppio dei “giovani e forti” di Carlo Pisacane…». Ma il mensile di attualità e cultura Studi Cattolici avrà ancora lunga vita assicura il suo direttore Cesare Cavalleri che da 45 anni regge il timone di questa rivista nata nel lontano 1957.

Lo spirito è rimasto quello battagliero di un tempo: «Una volta scrissi in un editoriale che Pannella, Faccio e Bonino in quanto sostenitori dell’aborto, erano moralmente assassini. Loro mi denunciarono, ma poi fui assolto con formula piena. E ancora oggi non mi pento. Quelli erano gli anni ’70, gli anni delle lotte contro l’aborto e il divorzio… Ma la difesa e la promozione della vita umana sono tuttora una preoccupazione costante del nostro lavoro».

Una missione scaturita all’inizio da un obiettivo ben preciso: «Siamo nati negli anni precedenti al Concilio, c’era l’esigenza di dare soprattutto ai laici un strumento di formazione e difatti la nostra era esplicitamente una “rivista di teologia pratica”. Bisognava far qualcosa per un’evangelizzazione ancora poco aperta al dialogo, trovando le parole migliori per farsi capire da tutti». La linea è molto chiara: «Noi non abbiamo mai avuto problemi d’identità, cerchiamo di essere sempre in sintonia con il magistero della Chiesa. Ma il nostro obiettivo è mettere in circolazione delle buone idee all’interno del circuito culturale italiano e internazionale. I nostri collaboratori non sono necessariamente cattolici. Anche Buzzati scrisse per noi una riflessione molto interessante. Oltre ad aver avuto firme del calibro di Mario Pomilio, Fortunato Pasqualino, e Luigi Sturzo sin dal primo numero».

Cavalleri, segnato dall’incontro con san Josè Maria Escrivà, custodisce però gelosamente un primato: «Siamo stati i primi a intervistare Karol Wojtyla quando era cardinale di Cracovia. Abbiamo raccolto i suoi interventi in un libro che uscì appena fu eletto papa: si chiamava “La fede della Chiesa”, andò a ruba perché era il primo testo di quest’uomo di cui non si sapeva nulla. Lui stesso lo regalò insieme con un panettone a tutti i dipendenti vaticani nel Natale del 1978». Una rivista che è pronta a smentire anche coloro più propensi a scorgere una certa seriosità: «Già negli Settanta avevamo una rubrica “Studi gattolici” con le vignette satiriche di Manoukian sul cattolicesimo. Uno sguardo auto-ironico, perché non bisogna mai prendersi troppo sul serio».

Fiore all’occhiello resta però la critica letteraria: «Sono convinto che se uno scrittore è bravo è anche cristiano. Non occorre che sia etichettato. Rientrano in questa Ennio Flaiano, Alessandro Spina, Pier Maria Fasinetti, Neri Pozza. Oltre ovviamente al grande Eugenio Corti di cui come direttore dell’edizioni Ares pubblicammo per primi “Il cavallo rosso”. Anche in letteratura il bello trascende l’essere e ha a che fare con il vero e con il buono: tutto ciò che non è autentico e non è buono, non vale. André Gide diceva che con “i buoni sentimenti si fa cattiva letteratura” e può essere anche vero. Ma non giustifica il contrario: non è che con i cattivi sentimenti si fa buona letteratura».

Con questo spirito Cavalleri si è ritagliato negli anni il ruolo di autorevole “stroncatore”: «Ritengo sopravvalutati Alberto Arbasino, spesso ripetitivo, ma soprattutto Umberto Eco che teorizza la menzogna e i suoi romanzi sono falsi. Non ho nessun pregiudizio verso i best seller, perché se si vendono molto non si può mai dare degli imbecilli ai lettori. Bisogna però distinguere tra i libri venduti e libri letti: Eco mi sembra proprio il caso di autore molto venduto ma meno letto. Ad ogni modo su Studi Cattolici siamo stati i pionieri della doppia classifica: da un lato i libri più venduti e dall’altro i testi che secondo noi vale la pena leggere». Quanto all’analisi dei fatti politici Cavalleri non si scompone: «Già 40 anni fa nella rubrica “Gli imperdonabili” denunciavamo lo scalfarismo, dal nome dell’allora direttore di Repubblica Eugenio Scalfari. Se cioè si toglie il riferimento trascendente e si riduce tutto a giochi di potere, si degrada anche il costume. Ma come direbbe Ennio Flaiano “la situazione è grave, ma non è seria”».

Il futuro digitale dell’informazione non spaventa affatto e anzi Studi Cattolici ha raddoppiato con il supplemento di costume Fogli: «Siamo gutenberghiani, affezionati al cartaceo, però siamo presenti anche sul web, e presto saremmo leggibili con tutti i nuovi apparati tecnologici: servono entrambi. Noi crediamo che ci sia ancora bisogno di una rivista che abbia un forte radicamento teologico, di alta divulgazione culturale. Non pretendiamo di raggiungere il grande pubblico ma quel vasto mondo di leader di opinione come giornalisti, insegnanti, studenti universitari sacerdoti che gradiscono una griglia interpretativa degli avvenimenti. Oggi il vero problema è l’eccesso d’informazione. Ma amo ripetere la frase di Rainer Rilke: “Bisogna attenersi al difficile”: non aver paura di affrontare argomenti complicati con linguaggio adeguato. I lettori ci seguono in tanti, quasi tutti sono abbonati, (il resto delle copie si vende in libreria). E all’estero è stata sempre nostra abbonata l’Accademia sovietica delle scienze: mi son sempre chiesto perché visto che non siamo mai stati teneri con il comunismo. Forse si vede che volevano conoscere i “nemici”…».