Bambini spontanei, creativi, capaci di esprimere se stessi, aiutati a crescere con affetto, stimolati e coccolati. Tanti sforzi pedagogici spesso non ottengono i risultati sperati generando, piuttosto, veri campioni di maleducazione che in nome della libertà creativa – guai a frustrarla – imperversano prepotenti e sguaiati a scuola e al supermercato, per la strada e al parco, in casa propria e altrui. Rimproverarli non si può perché ha un effetto deleterio sull’autostima (la loro) e sopportarli neppure perché ha un effetto devastante sul sistema nervoso (il tuo).

Confondere la spontaneità con la villania, l’esuberanza con la grossolanità, far passare per fantasioso quel che che è banalmente sgarbato è un’abitudine comune a molti genitori: i maleducati sono sempre i figli degli altri. È innegabile che volgarità e rozzezza siano dilaganti, che sopravanzino la cortesia e le buone maniere ormai passate di moda.

E non certo per colpa dei bambini senza educazione ma per merito esclusivo dei genitori, che quell’educazione non possono insegnarla perché non l’hanno imparata mai. Lo dimostra perfino – se non bastasse mezz’ora in un qualsiasi ipermercato – una sentenza recente della Corte di Cassazione: riprendere i figli a suon di parolacce è un atteggiamento generalmente ricorrente nei rapporti familiari, hanno sentenziato i giudici arrivando persino a stabilire che reagire alle intemperanze dei bambini a suon di ingiurie non sia un’abitudine passibile di severa punizione.

Educazione e buone maniere, poche regole che venivano impartire dai genitori attraverso l’esempio e la pratica quotidiana, sono sconosciute ai più, la lingua universale della gentilezza – arricchibile a dismisura con l’esercizio e la pratica – è da annoverare tra quelle in via di estinzione. Non dovrebbe stupire, quindi, che fiorisca una manualistica rivolta ai giovani genitori che spiega cos’è l’educazione e come la si insegna.

A partire dalle regole più banali, per esempio che si risponde ai saluti e che li si porge per primi quando si entra in una stanza dove ci sono già altre persone. Chi non lo sa?
«Ci sono genitori che hanno bisogno di questi libri – spiega Nessia Laniado, scrittrice ed esperta di terapia della famiglia, autrice di Bon ton per bambini (Red, pagine 93, euro 12.90), l’ultimo dei suoi libri dedicato all’educazione dei più piccoli – e in genere sono quelli che cercano il consenso dei propri figli, che vorrebbero essere loro amici piuttosto che loro educatori, che si cullano nell’errata convinzione che lasciare i bambini liberi di scegliere sia il modo giusto per crescerli autonomi e giudiziosi. Non è così».

Già il termine bon ton sembra appartenere a un’altra epoca: «Sì, se lo si intende come una questione di pura forma e non di sostanza. Va da sé che il galateo moderno – chiarisce Laniado – non può essere un noioso elenco di norme cervellotiche né un manuale di rituali oziosi o di frasi fatte. Piuttosto, serve un’etica del concreto, calata nelle manifestazioni quotidiane, nei piccoli gesti e nella sollecitudine, una via per affinare se stessi e avere un’autentica attenzione ai bisogni di chi ci circonda».

Non basta la cortesia, manifestazione esteriore che implica un certo formalismo e una buona dose di distacco; per stare al mondo – e trovarcisi a proprio agio – bisogna ricorrere alla gentilezza, un atteggiamento mentale: «Si tratta di instillare nel bambino alcuni principi basilari di comportamento come autentica espressione di attenzione nei confronti dell’altro. Imparerà così – spiega l’autrice – una lingua universale che gli permetterà di destreggiarsi in ogni situazione e renderà gli altri più disponibili nei suoi confronti».

Un’etica delle piccole cose, di gesti semplici ma significativi riflessa anche in altri due manuali sullo stesso tema – l’educazione – ma rivolti direttamente ai più piccoli: Giusi Quarenghi spiega ai diretti interessati come si diventa un «gentilbambino», una persona che non ha bisogno di farsi dire, ripetere, urlare un milione di no in Manuale di buone maniere per bambini e bambine (Rizzoli, euro 12.50). Interessante la parte dedicata agli esempi, spietata con gli adulti ma efficacissima: «Per diventare un gentilbambino si ha bisogno di esempi. Se un papà ha l’abitudine di insultare gli altri auotomobilisti quando è al volante – scrive l’autrice – è molto probabile che il suo bambino prenda l’abitudine di insultare gli altri bambini. Se una mamma è un’urlatrice, è facile che la sua bambina sia un’urlatrice».

E via così… In sintesi: i divieti devono essere coerenti, reciproci e rispettosi e – comunque – un buon esempio vale più di mille parole. Anche se qualche spiegazione ci vuole: perché bisogna cedere il posto in auto o sul metro a chi ha più bisogno di stare seduto? E come mai non si deve interrompere chi sta parlando? Davvero è necessario aprire la porta a chi non è in grado di farlo? A queste e a molte altre domande – trenta in totale – risponde Annie Grove con Leon e le buone maniere (Giralangolo, 11 euro), un libro destinato ai piccolissimi molto illustrato e con poche ma azzeccate parole che descrivono le buone maniere (e che potrebbero tornare utili ai genitori tempestati dai perché).

Nicoletta Martinelli

© Avvenire – 27 maggio 2010