Conclusa l’ostensione del santo

«Non è necessario vedere per credere». Quando all’alba l’ultimo pellegrino ha lasciato la cripta, l’arcivescovo Michele Castoro apre la liturgia delle Lodi incoraggiando chi teme, ora che le spoglie di san Pio non saranno più visibili, di sentirsi più solo. «Si chiude il periodo dell’ostensione ma continuerà – scandisce il presule di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo – il pellegrinaggio di quella incalcolabile folla di fedeli che si recherà in questo luogo per pregare».

È ancora l’alba quando il canto delle Lodi riempie il silenzio di questo santuario ipogeo. Toccherà a un pool di medici e biochimici predisporre la definitiva deposizione del cappuccino. Un’operazione a tratti complessa. Padre Pio viene prima adagiato all’interno di una teca di plexiglass. Il corpo ora riposa su un grande cuscino di velluto chiaro, imbottito di grani di silice, così da non alterare il livello dell’umidità. La maschera di silicone è stata sostituita da un sudario in lino bianco. Poi quella che appariva come una bara in plastica trasparente è stata saturata con gas inerte, allo scopo di prevenire la formazione di batteri.

«Le spoglie verranno sottratte ai nostri occhi ma – ha osservato Castoro – rimangono qui, dove i fedeli arrivano e si inginocchiano con uno sguardo carico di sentimenti, di richieste, di preghiere, di lacrime». Quelle che alcuni tra i presenti non riescono a trattenere non appena san Pio viene liberato dalla teca di cristallo che lo ha ospitato in questi mesi, consentendo ai pochi presenti di avvicinarsi alle spoglie del frate. In tutto una quarantina di persone: i cappuccini, sei degli otto pronipoti del santo di Pietrelcina, le autorità locali, alcuni devoti e una mezza dozzina di giornalisti.

Per una volta padre Pio può essere visto da pochi centimetri di distanza. C’è chi lo bacia, chi crolla in ginocchio, chi estrae un rosario e con quello accarezza le mani che un tempo ricevettero le stigmate. Per ultimi, e inaspettatamente, vengono chiamati i cronisti.

Sotto alle tre arcate bianche ci sono solo un paio di telecamere e un fotografo. Nessuna concessione alla spettacolarizzazione mediatica. Fuori intanto i pellegrini che il giorno prima avevano potuto vedere per l’ultima volta le spoglie del santo, attendono di poter tornare nella cripta, per pregare ai piedi del nuovo sarcofago dentro al quale è stata calata la bara trasparente. L’urna, interamente ricoperta di tessere d’argento punzonate una ad una, è stata realizzata da Guy Georges Amachoukeli, detto Goudji, orafo della Georgia naturalizzato francese. «Anche rinchiuso dentro un’urna – avverte Castoro – il corpo di padre Pio continuerà a parlarci». Per ricordare che anch’egli è stato «un uomo del nostro tempo, che ha avvertito i limiti e la debolezza della condizione umana». Ostacoli che ha saputo superare «trovando la forza nell’amore».

In alto, alla base delle volte, la cripta è percorsa dal «Laudato si’» del Poverello d’Assisi, il padre fondatore. A san Pio è capitato di stare sotto a queste parole: «Laudate e benedicete mi Signore et ringraziate e servitaeli cum grande humiltate». Forse il mistero e la grandezza di Pio sta tutta qua.
Diciassette mesi sono passati dal quel 24 aprile 2008, quando si aprì l’ostensione. Nella memoria ritornano i volti dei quasi nove milioni di pellegrini accorsi in cima a questa isolata collina del Gargano. E adesso che lo sguardo può spingersi oltre il riflesso argenteo del sarcofago, sembra di rivederlo san Pio, che fa posto a ciascuno: «Quando il Signore mi chiamerà – promise una volta –, io gli dirò: Signore, io resto alla porta del paradiso; vi entro quando ho visto entrare l’ultimo dei miei figli». A San Giovanni rotondo è accaduto qualcosa del genere.


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