Polemica sui pazienti con QI inferiore a 70

Il Veneto finisce sott’accusa. La Regione: nessuna discriminazione

ROMA – È uno dei problemi cruciali della donazione d’organo: la priorità con cui «assegnarli». I malati in lista di attesa sono tre volte più numerosi e rispetto alla disponibilità di reni, fegato e cuori. E allora bisogna scegliere, con il rischio di discriminare.

L’accusa di ingiustizia e discriminazione viene mossa da tre docenti universitari alla delibera con cui la Regione Veneto avrebbe previsto l’esclusione delle persone con ritardo mentale dalle liste dei trapianti. In un articolo pubblicato su American Journal of Transplantation, Nicola Panocchia e Maurizio Bossola, del servizio di emodialisi del Policlinico Gemelli, e Giacomo Vivanti, psicologo californiano, passano in rassegna la letteratura giuridica e costituzionale. Concludono che non esiste un motivo razionale per negare un organo a pazienti non in grado di intendere e volere.

«L’incapacità di migliorare la qualità di vita e la presunta scarsa aderenza alla terapia sono le giustificazioni» avanzate da chi è favorevole alla selezione, scrivono Bossola e Panocchia. E aggiungono che queste tesi non sono sorrette dai dati scientifici. Intervistato dall’Ansa Bossola insiste: «Tutte le regioni prevedono come unici criteri di esclusione la malattia psichiatrica grave, le psicosi, invece in Veneto c’è una controindicazione assoluta che riguarda tutte le malattie mentali». L’assessore alla Sanità Luca Coletto respinge le critiche: «Le nostre linee guida non indicano priorità ma raccomandano anzi la valutazione caso per caso. Questi pazienti sono semplicemente definiti come persone cui porre speciale attenzione. Il nostro è un sistema d’avanguardia. È bene riflettere su questi interrogativi per non utilizzare in modo improprio le risorse».

Ma cosa c’è scritto nella delibera in questione (è la 851 del 31 marzo 2009)? Si parla di «controindicazioni assolute al trapianto d’organo» in caso di, tra l’altro, «danni cerebrali irreversibili» e «ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 50». Tra le «controindicazioni relative» figura invece il «ritardo mentale con quoziente intellettivo inferiore a 70». La convinzione del direttore del Centro Nazionale Trapianti Alessandro Nanni Costa è che «nessuno in Italia sia mai stato penalizzato a priori». In ogni caso, la polemica mette in risalto uno dei maggiori scogli della bioetica dei trapianti e della medicina in generale. Se è innegabile la limitatezza di organi disponibili, i cittadini sono tutti uguali? Oppure devono prevalere altri principi, ad esempio il rispetto di chi ha donato e dunque la necessità di dare il suo rene o il suo fegato ad una persona che potrà averne il massimo giovamento sul piano della qualità della vita? E ancora. Non potrebbe configurarsi come accanimento terapeutico il fatto di imporre un trapianto, e le pesanti conseguenze dei farmaci antirigetto, a un malato che non è capace di comprendere la cura?

Anni fa fece scalpore l’avvio di un programma di trapianti su pazienti sieropositivi. Non erano ancora arrivare le terapie che oggi consentono di sopravvive all’Aids molto a lungo, quasi fosse una malattia cronica. E ci si chiese se rispondesse a criteri di giustizia sprecare organi e tanto denaro pubblico per chi non avrebbe potuto godere pienamente di quella nuova possibilità di vita. Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica della Cattolica, sostiene il principio dell’universalità dei trattamenti: «Non devono essere ignorati i diritti dei disabili.

Margherita De Bac

da Corriere.it