di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 29 agosto 2011

«Vostro figlio è autistico. Ha già dato tutto quello che poteva dare». Il pugno allo stomaco arriva di Gina Codovilli nel pieno fiorire della sua vita.

40 anni, sposata felicemente con Walter e orgogliosamente mamma di Simone e Gicomo, rimane impietrita di fronte al neuropsichiatra infantile che freddamente esamina il suo terzogenito, Andrea, di appena pochi mesi, e pronuncia una sentenza di morte, “ha già dato tutto”. Per questa madre è l’inizio del baratro. La disperazione e l’angoscia le tolgono il respiro e le offuscano i pensieri e prima ancora di capire cosa sta realmente accadendo al suo bambino, sente su di lei impietoso arrivare un grosso castigo, una punizione terribile e si chiede «Perché? Cosa ho fatto per meritare tutto questo?».

La maggioranza delle persone non ha un’idea precisa di cosa sia l’autismo. E’ così per tutte le patologie gravi, tendiamo ad allontanarle dalla mente, o semplicemente non ce ne occupiamo sperando che non ci riguardino mai. Così a malapena sappiamo che un bimbo autistico fatica a comunicare, non risponde agli stimoli, può arrivare ad essere violento. E se oggi questo concetto astratto e nebuloso è il più diffuso, possiamo immaginare quanto estranea dovesse risultare quella parola a Gina Codovilli nel 1987, per di più in un’epoca in cui le cause dell’autismo venivano rintracciate in un rapporto inadeguato del bambino con la madre, che era detta madre frigorifero.

La sensazione di smarrimento e la totale ignoranza rispetto alla malattia portano Gina a comprare una miriade di libri e a divorare bulimicamente tutto ciò che riguarda l’autismo. Negli anni Ottanta a farla da padrone erano le teorie di Bruno Bettelheim (Vienna, 28 agosto 1903 – Silver Spring, 13 marzo 1990), psicoanalista austriaco di origine ebraica il quale, oltre a colpevolizzare totalmente la madre, basava la terapia su una serie di sedute di psicoanalisi attraverso le quali il bambino si sarebbe dovuto “staccare” dai genitori, l’obiettivo era quello di annullare l’autorità eliminando regole e norme. Gina si rende presto conto che la psicoanalisi, fatta su un bimbo così piccolo, che per giunta non parlava, non avrebbe dato alcun risultato. Se ne rende conto molto prima della morte suicida di Bettelheim, prima che la sua pedofilia venisse alla luuce, prima che le sue teorie venissero finalmente abbandonate. Gina, nonostante le difficoltà e i sensi di colpa, ha subito chiara una cosa: avrebbe fatto di tutto per trovare la terapia giusta per Andrea.

La straordinaria vicenda di questa mamma che non si arrende e di un figlio che da malato da curare diventa “guarigione” per le persone che incontra è raccontata nel libro Il mio principe – soffrire crescere e sorridere con un figlio autistico che Gina Codovilli ha firmato per Itaca lo scorso anno e presentato al Meeting di Rimini 2011. «Dovevo questo libro ad Andrea, lui probabilmente non potrà mai parlare, perciò voglio raccontare la sua storia, raccontare quanto ha dato a tutti noi. E rompere questo muro di silenzio attorno all’autismo, voglio dire ai genitori nella mia stessa situazione che possono farcela».

Il volume è la testimonianza diretta e concreta di una madre che di punto in bianco si trova a lottare con quello che chiama “il terribile mostro” che tiene imprigionato il figlio. Gina racconta la totale incapacità di reagire dei primi tempi, il dolore lancinante, «come quello di un gancio ben piazzato» – scrive, che la lascia più volte accasciata sul pavimento. Un male che la trascina nella disperazione un giorno dopo l’altro fino a quando, inaspettatamente nella sua mente si affaccia una supplica «Signore aiutami», sussurra. Lei, che non aveva mai pregato perché non ne aveva bisogno, stava invocando Dio.

«Ammetto che se non mi fosse successo direttamente, non ci crederei – racconta oggi – Ma fin dalla prima volta, l’aver pronunciato quelle due parole, mi ha dato forza. L’energia sufficiente per affrontare la giornata con la mia famiglia. Non dico che all’improvviso il dolore sia sparito, ma ho scoperto che grazie alla preghiera riuscivo a reagire. Questo mi ha poi portato ad entrare in crisi perché mi sentivo vile, e codarda poiché pregavo solo perché ne avevo bisogno, eppure ho capito che quella era la strada».

Preso atto dei progressi quasi nulli della psicoanalisi, e recuperate un minimo le forze, per Gina inizia la sua grande avventura a fianco di Andrea: la ricerca della guarigione. Un viaggio insieme doloroso e affascinante, ricco di gioie inaspettate ma anche di abissi profondissimi, un viaggio che inizia con una decisione amarissima per Gina, quella di lasciare il suo lavoro da insegnante «Mai una scelta mi è pesata tanto, ma nemmeno per un momento mi sono pentita». Si apre una lunga serie di tentativi: idroterapia, omeopatia, delfinoterapia, musicoterapia, ippoterapia, incontri con persone dotate di poteri, fino a Monsignor Milingo (allora ancora celibe, allora ancora nella Chiesa, ma già border line) e poi ancora terapie comunicative, del linguaggio…

Il libro racconta Andrea attraverso l’approccio del bimbo con ognuna di queste terapie, racconta i suoi progressi e i suoi momenti di difficoltà, ma soprattutto è la storia di una guarigione: quella di sua madre.

Impietrita e ghiacciata nello studio del neuropsichiatra, piegata dal dolore negli angoli più bui della sua casa, Gina ha lottato con tutte le sue forze perché Andrea guarisse. Nel libro ricorda la tensione nell’attraversare piazze affollate, l’imbarazzo di quando Andrea come se nulla fosse vedendo una lattina di Coca cola in mano a sconosciuti se ne appropriasse per berla, il senso di inadeguatezza quando aveva reazioni bizzarre, ma racconta anche di come ha sopportato con coraggio gli sguardi, a tratti severi a tratti compassionevoli delle altri mamme al parco giochi, a scuola, in piscina, ha spronato i suoi figli maggiori a stare con Andrea pur leggendo nei loro occhi impotenza. Ripercorre i momenti che l’hanno portata a modellare la sua vita sulle esigenze di Andrea, dimenticando sé stessa e mettendosi a servizio del suo “principe”, parla di come ha messo in discussione la propria fede per poi finalmente capire che mentre lei si affannava senza sosta per cercare una guarigione miracolosa, la guarigione miracolosa era già in atto.

Andrea ha incontrato quelli che la sua mamma chiama “angeli” fin dai primi passi che ha mosso fuori casa, Lorenzo, il direttore della scuola per l’infanzia, i compagni di scuola che fanno a gara per stare accanto a lui, Anna, la maestra di sostegno, Fabio, il musicoterapeuta, la comunità del Monte Tauro, Barbara della delfinoterapia e tanti tanti altri. Dove Gina cercava una medicina per Andrea, Andrea trovava amore ed accoglienza e questa è stata la vera terapia miracolosa.

Oggi Andrea è una ragazzo di 23 anni, ha completato tutto il ciclo scolastico frequentando l’istituto alberghiero di Rimini, è zio di una nipotina bellissima, e il prossimo autunno probabilmente metterà a a frutto le sue capacità professionali aiutando la mensa della Comunità del Monte Tauro.

Gina sa che ci sarà ancora da combattere ma il futuro non la attanaglia più come in passato, perchè ha conosciuto la speranza. “Sono consapevole che tante saranno ancora le sfide da affrontare. Di sicuro mai e poi mai mi esimerò dal tentare tutto ciò che potrebbe risvegliare dal fatale incantesimo Andrea… il mio principe. Ma vorrei dire ai genitori dei bambini affetti da autismo che, passato il dolore inziale, si può tornare ad avere una vita serena, godere delle relazioni. Inoltre adesso fortunatamente, archiviato Bettelheim, i bibmi autistici possono contare su terapie ottime che li possono portare ad avere un buon grado di autonomia. Per conto mio Andrea è già guarito, anzi ha guarito tutti noi. Questi bambini non hanno qualcosa in meno degli altri, anzi hanno e danno qualcosa di più».