di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Nell’udienza generale del 15 giugno Benedetto XVI ha ripreso la sua «scuola della preghiera» dedicata alle «pagine difficili» dell’Antico Testamento e alla loro rilevanza per la nostra vita spirituale.

L’attenzione del Papa si è portata stavolta sulla misteriosa figura di Elia, il cui nome significa «il Signore è il mio Dio». «Ed è in accordo con questo nome – ha detto il Pontefice – che si snoda la sua vita, tutta consacrata a provocare nel popolo il riconoscimento del Signore come unico Dio. Di Elia il Siracide dice: “E sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola” (Sir 48, 1)».

Elia è una figura misteriosa, sul cui conto sia tra gli ebrei sia tra i cristiani hanno sempre avuto corso leggende e anche interpretazioni eterodosse. Come per Giobbe, Giacobbe e Mosè, oggetto di precedenti catechesi, il Papa insiste sul fatto che la Scrittura presenta anzitutto Elia come un uomo che prega: «invoca il Signore perché riporti alla vita il figlio di una vedova che lo aveva ospitato (cfr 1Re 17, 17-24), grida a Dio la sua stanchezza e la sua angoscia mentre fugge nel deserto ricercato a morte dalla regina Gezabele (cfr 1Re 19, 1-4), ma è soprattutto sul monte Carmelo che si mostra in tutta la sua potenza di intercessore quando, davanti a tutto Israele, prega il Signore perché si manifesti e converta il cuore del popolo. È l’episodio narrato nel capitolo 18 del Primo Libro dei Re»: ed è precisamente in questo episodio che il Pontefice vede la chiave per comprendere Elia.

Il Papa parte, come fa spesso, dal contesto storico: «ci troviamo nel regno del Nord, nel IX secolo a. C., al tempo del re Acab, in un momento in cui in Israele si era creata una situazione di aperto sincretismo. Accanto al Signore, il popolo adorava Baal, l’idolo rassicurante da cui si credeva venisse il dono della pioggia e a cui perciò si attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita agli uomini e al bestiame. Pur pretendendo di seguire il Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità in cambio di sacrifici. Israele stava cedendo alla seduzione dell’idolatria, la continua tentazione del credente, illudendosi di poter “servire a due padroni” (cfr Mt 6, 24; Lc 16, 13), e di facilitare i cammini impervi della fede nell’Onnipotente riponendo la propria fiducia anche in un dio impotente fatto dagli uomini».

Come per l’episodio del vitello d’oro, oggetto della precedente «scuola della preghiera», il Papa nota che cercare un Dio ridotto alla misura dell’uomo è una tentazione molto attuale. Ed è «proprio per smascherare la stoltezza ingannevole di tale atteggiamento che Elia fa radunare il popolo di Israele sul monte Carmelo e lo pone davanti alla necessità di operare una scelta: “Se il Signore è Dio, seguiteLo. Se invece lo è Baal, seguite lui” (1Re 18, 21)». Questa scelta non è affidata al sentimento o alla mera preferenza. Elia propone un «segno che rivelerà la verità: sia lui che i profeti di Baal prepareranno un sacrificio e pregheranno, e il vero Dio si manifesterà rispondendo con il fuoco che consumerà l’offerta. Comincia così il confronto tra il profeta Elia e i seguaci di Baal, che in realtà è tra il Signore di Israele, Dio di salvezza e di vita, e l’idolo muto e senza consistenza, che nulla può fare, né in bene né in male (cfr Ger 10, 5). E inizia anche il confronto tra due modi completamente diversi di rivolgersi a Dio e di pregare».

Al di là delle legittime curiosità che riguardano la sua vita e il suo destino, sta qui l’essenziale per noi della missione di Elia. Egli ci mette di fronte, ancora oggi, a una scelta drammatica: o con Dio o con Baal, o con la preghiera autentica o con la sua contraffazione. «I profeti di Baal, infatti, gridano, si agitano, danzano saltando, entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi incisioni sul corpo, “con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue” (1Re 18, 28). Essi fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell’idolo: esso è pensato dall’uomo come qualcosa di cui si può disporre, che si può gestire con le proprie forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e dalla propria forza vitale».

Ha una religione sbagliata e prega in modo sbagliato chi pensa di potere costringere il Divino a manifestarsi grazie ai propri sforzi, magari scomposti ed estremi. È propriamente l’errore della magia, ma si ritrova anche in tanti vecchi errori religiosi, specie orientali, che oggi seducono di nuovo l’Occidente ma che Elia ha già smascherato nella sua disputa con i sacerdoti di Baal. «L’adorazione dell’idolo invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé. E l’inganno è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte».

Se dunque è chiaro qual è il modo sbagliato di entrare in relazione con Dio e di pregare, qual è quello giusto? La risposta emerge dall’atteggiamento di Elia, il quale «chiede al popolo di avvicinarsi, coinvolgendolo così nella sua azione e nella sua supplica. Lo scopo della sfida da lui rivolta ai profeti di Baal era di riportare a Dio il popolo che si era smarrito seguendo gli idoli; perciò egli vuole che Israele si unisca a lui, diventando partecipe e protagonista della sua preghiera e di quanto sta avvenendo. Poi il profeta erige un altare, utilizzando, come recita il testo, “dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: ‘Israele sarà il tuo nome'” (v. 31)». Il simbolismo di questo gesto va compreso correttamente. «Il gesto liturgico di Elia ha una portata decisiva; l’altare è luogo sacro che indica la presenza del Signore, ma quelle pietre che lo compongono rappresentano il popolo, che ora, per la mediazione del profeta, è simbolicamente posto davanti a Dio, diventa “altare”, luogo di offerta e di sacrificio».

Si potrebbe credere che i simboli di Elia siano semplicemente più potenti di quelli dei sacerdoti di Baal: ma sarebbe un errore. Invece«è necessario che il simbolo diventi realtà, che Israele riconosca il vero Dio e ritrovi la propria identità di popolo del Signore. Perciò Elia chiede a Dio di manifestarsi, e quelle dodici pietre che dovevano ricordare a Israele la sua verità servono anche a ricordare al Signore la sua fedeltà, a cui il profeta si appella nella preghiera». Nei gesti di Elia c’è la memoria di tutta la storia d’Israele come «alleanza che ha indissolubilmente unito il Signore al suo popolo». Infatti Elia si rivolge al «Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele».

La formula non è consueta, e il Papa ci ha già avvertito che, ogni volta che la Scrittura si esprime in modo non convenzionale, l’espressione nuova vuole insegnarci qualcosa. «Il coinvolgimento di Dio nella storia degli uomini è tale che ormai il suo Nome è inseparabilmente connesso a quello dei Patriarchi e il profeta pronuncia quel Nome santo perché Dio ricordi e si mostri fedele, ma anche perché Israele si senta chiamato per nome e ritrovi la sua fedeltà. Il titolo divino pronunciato da Elia appare infatti un po’ sorprendente. Invece di usare la formula abituale, “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, egli utilizza un appellativo meno comune: “Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele”. La sostituzione del nome “Giacobbe” con “Israele” evoca la lotta di Giacobbe al guado dello Yabboq con il cambio del nome a cui il narratore fa esplicito riferimento (cfr Gen 32, 31)», oggetto come Benedetto XVI ricorda di una sua precedente «scuola della preghiera».

Ma sostituire «Giacobbe» con «Israele» per Elia non ha solo un senso storico. «Tale sostituzione acquista un significato pregnante all’interno dell’invocazione di Elia. Il profeta sta pregando per il popolo del regno del Nord, che si chiamava appunto Israele, distinto da Giuda, che indicava il regno del Sud. E ora, questo popolo, che sembra aver dimenticato la propria origine e il proprio rapporto privilegiato con il Signore, si sente chiamare per nome mentre viene pronunciato il Nome di Dio».

La lezione che Elia vuole impartire ha a che fare, ultimamente, con la verità. «Il popolo per cui Elia prega è rimesso davanti alla propria verità, e il profeta chiede che anche la verità del Signore si manifesti e che Egli intervenga per convertire Israele, distogliendolo dall’inganno dell’idolatria e portandolo così alla salvezza. La sua richiesta è che il popolo finalmente sappia, conosca in pienezza chi davvero è il suo Dio, e faccia la scelta decisiva di seguire Lui solo, il vero Dio. Perché solo così Dio è riconosciuto per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo negherebbero come assoluto, relativizzandoLo».

Ci sono dunque due aspetti molto attuali e da tenere a mente nella vicenda di Elia. Il primo è che la fede ci mette di fronte a una scelta drammatica e alternativa: o Dio o Baal, o verità o menzogna. Il secondo è che – a differenza di quanto avveniva e avviene in altre religioni – la preghiera cristiana non è un esercizio più o meno estremo che rimane nel cerchio chiuso dell’immanenza, ma è un dialogo con la Trascendenza libera di Dio che interviene e risponde.

E per Elia la risposta arriva: venne un fuoco, e «consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: “Il Signore è Dio, il Signore è Dio” (vv. 38-39)». «Il fuoco – commenta il Papa -, questo elemento insieme necessario e terribile, legato alle manifestazioni divine del roveto ardente e del Sinai, ora serve a segnalare l’amore di Dio che risponde alla preghiera e si rivela al suo popolo. Baal, il dio muto e impotente, non aveva risposto alle invocazioni dei suoi profeti; il Signore invece risponde, e in modo inequivocabile, non solo bruciando l’olocausto, ma persino prosciugando tutta l’acqua che era stata versata intorno all’altare. Israele non può più avere dubbi; la misericordia divina è venuta incontro alla sua debolezza, ai suoi dubbi, alla sua mancanza di fede. Ora, Baal, l’idolo vano, è vinto, e il popolo, che sembrava perduto, ha ritrovato la strada della verità e ha ritrovato se stesso».

Non è, insiste il Pontefice, solo una «storia del passato». Ha un «presente». Ammonisce anzitutto ognuno di noi, ancora nel secolo XXI, a rispettare «la priorità del primo comandamento: adorare solo Dio. Dove scompare Dio, l’uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l’uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano». La seconda lezione di Elia è che «lo scopo primario della preghiera è la conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio e di vivere per l’altro.».

Ma c’è anche una terza lezione, ed e il preannuncio del mistero di Gesù Cristo nel mistero di Elia: «i Padri ci dicono che anche questa storia di un profeta è profetica, se – dicono – è ombra del futuro, del futuro Cristo; è un passo nel cammino verso Cristo. E ci dicono che qui vediamo il vero fuoco di Dio: l’amore che guida il Signore fino alla croce, fino al dono totale di sé. La vera adorazione di Dio, allora, è dare se stesso a Dio e agli uomini, la vera adorazione è l’amore. E la vera adorazione di Dio non distrugge, ma rinnova, trasforma. Certo, il fuoco di Dio, il fuoco dell’amore brucia, trasforma, purifica, ma proprio così non distrugge, bensì crea la verità del nostro essere, ricrea il nostro cuore. E così, realmente vivi per la grazia del fuoco dello Spirito Santo, dell’amore di Dio, siamo adoratori in spirito e in verità».