La sua riflessione prosegue idealmente i discorsi dello scorso week-end in tema di nuova evangelizzazione, nel corso dei quali ha invitato a riflettere sul fatto che la storia non avanza in modo puramente irrazionale ma può e deve essere letta tramite una teologia. La memoria è la radice della speranza.

Il Salmo 136, conosciuto come il «Grande Hallel» «è tradizionalmente cantato alla fine della cena pasquale ebraica ed è stato probabilmente pregato anche da Gesù nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli». Riassume tutto il percorso dell’amore di Dio per il popolo d’Israele e della guida divina che accompagna tutta la sua storia, così come accompagna ogni storia. «Tutto il Salmo 136 si snoda in forma litanica, scandito dalla ripetizione antifonale “perché il suo amore è per sempre”. Lungo il componimento, vengono enumerati i molti prodigi di Dio nella storia degli uomini e i suoi continui interventi in favore del suo popolo; e ad ogni proclamazione dell’azione salvifica del Signore risponde l’antifona con la motivazione fondamentale della lode: l’amore eterno di Dio, un amore che, secondo il termine ebraico utilizzato, implica fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza». È questo «il motivo unificante di tutto il Salmo, ripetuto in forma sempre uguale, mentre cambiano le sue manifestazioni puntuali e paradigmatiche: la creazione, la liberazione dell’esodo, il dono della terra, l’aiuto provvidente e costante del Signore nei confronti del suo popolo e di ogni creatura».

La prima delle «grandi meraviglie» (vv. 1-4) di Dio è la creazione: il cielo, la terra, gli astri (vv. 5-9). «Il mondo creato non è un semplice scenario su cui si inserisce l’agire salvifico di Dio, ma è l’inizio stesso di quell’agire meraviglioso. Con la creazione, il Signore si manifesta in tutta la sua bontà e bellezza, si compromette con la vita, rivelando una volontà di bene da cui scaturisce ogni altro agire di salvezza». Non si può non mettere in relazione il Salmo, ha detto il Papa, con il primo capitolo della Genesi: anche qui «il mondo creato è sintetizzato nei suoi elementi principali, insistendo in particolare sugli astri, il sole, la luna, le stelle, creature magnifiche che governano il giorno e la notte. Non si parla qui della creazione dell’essere umano, ma egli è sempre presente; il sole e la luna sono per lui – per l’uomo – per scandire il tempo dell’uomo, mettendolo in relazione con il Creatore soprattutto attraverso l’indicazione dei tempi liturgici».

Subito dopo il Salmo ricorda la festa di Pasqua, passando dalla creazione dell’universo al diretto «manifestarsi di Dio nella storia» degli uomini, a partire dalla liberazione d’Israele dalla schiavitù egiziana e fino all’entrata nella terra promessa (vv. 10-20). Qui davvero «siamo nel momento originario della storia di Israele. Dio è intervenuto potentemente per portare il suo popolo alla libertà; attraverso Mosè, suo inviato, si è imposto al faraone rivelandosi in tutta la sua grandezza ed, infine, ha piegato la resistenza degli Egiziani con il terribile flagello della morte dei primogeniti». In seguito, «davanti ad un Israele spaventato alla vista degli Egiziani che lo inseguono, tanto da rimpiangere di aver lasciato l’Egitto (cfr Es 14, 10-12), Dio, come dice il nostro Salmo, “divise il Mar Rosso in due parti […] in mezzo fece passare Israele […] vi travolse il faraone e il suo esercito” (vv. 13-15)».

Questa immagine molto nota del «Mar Rosso “diviso” in due, sembra evocare l’idea del mare come un grande mostro che viene tagliato in due pezzi e così reso inoffensivo. La potenza del Signore vince la pericolosità delle forze della natura e di quelle militari messe in campo dagli uomini: il mare, che sembrava sbarrare la strada al popolo di Dio, lascia passare Israele all’asciutto e poi si richiude sugli Egiziani travolgendoli. “La mano potente e il braccio teso” del Signore (cfr Deut 5, 15; 7, 19; 26, 8) si mostrano così in tutta la loro forza salvifica: l’ingiusto oppressore è stato vinto, inghiottito dalle acque, mentre il popolo di Dio “passa in mezzo” per continuare il suo cammino verso la libertà». Quindi è ricordato, sia pure concentrandolo in una sola breve frase, «il lungo peregrinare di Israele verso la terra promessa: “Guidò il suo popolo nel deserto, perché il suo amore è per sempre” (v. 16). Queste poche parole racchiudono un’esperienza di quarant’anni, un tempo decisivo per Israele che lasciandosi guidare dal Signore impara a vivere di fede, nell’obbedienza e nella docilità alla legge di Dio».

Il Signore qui si presenta di nuovo come il pastore del Salmo 23, oggetto di una precedente catechesi del mercoledì, sempre parte di questo ciclo: «per quarant’anni ha guidato il suo popolo, lo ha educato e amato, conducendolo fino alla terra promessa, vincendo anche le resistenze e l’ostilità di popoli nemici che volevano ostacolarne il cammino di salvezza (cfr vv. 17-20)». Infine, ecco il dono vetero-testamentario più grande di tutti: «Diede in eredità la loro terra, perché il suo amore è per sempre; in eredità a Israele suo servo, perché il suo amore è per sempre» (vv. 21-22). «Nella celebrazione dell’amore eterno del Signore – commenta il Papa – si fa ora memoria del dono della terra, un dono che il popolo deve ricevere senza mai impossessarsene, vivendo continuamente in un atteggiamento di accoglienza riconoscente e grata». L’uso della parola «eredità» non è casuale. È «un termine che designa in modo generico il possesso di un bene ricevuto da un altro, un diritto di proprietà che, in modo specifico, fa riferimento al patrimonio paterno. Una delle prerogative di Dio è di “donare”; e ora, alla fine del cammino dell’esodo, Israele, destinatario del dono, come un figlio, entra nel Paese della promessa realizzata». Dovrebbe iniziare «il tempo felice della stabilità».

Ma raramente gli uomini sono riconoscenti a Dio, e dunque questo «è anche il tempo della tentazione idolatrica, della contaminazione con i pagani, dell’autosufficienza che fa dimenticare l’Origine del dono. Perciò il Salmista menziona l’umiliazione e i nemici, una realtà di morte in cui il Signore, ancora una volta, si rivela come Salvatore: “Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi, perché il suo amore è per sempre; ci ha liberati dai nostri avversari, perché il suo amore è per sempre” (vv. 23-24)».

Come al solito nella «scuola della preghiera» il Pontefice ci pone una domanda: che cosa significa per noi, oggi, questo Salmo, che sembra parlare di avvenimenti tanto lontani? Anzitutto, «importante è la cornice del Salmo, all’inizio e alla fine: è la creazione». Si tratta del primo «grande dono di Dio del quale viviamo, nel quale Lui si rivela nella sua bontà e grandezza. Quindi, tener presente la creazione come dono di Dio è un punto comune per noi tutti». Quanto agli altri eventi storici descritti dal Salmo, il Papa ammette che noi potremmo dire che «questa liberazione dall’Egitto, il tempo del deserto, l’entrata nella Terra Santa e poi gli altri problemi, sono molto lontani da noi, non sono la nostra storia». E tuttavia «dobbiamo stare attenti alla struttura fondamentale di questa preghiera. La struttura fondamentale è che Israele si ricorda della bontà del Signore».

Qui la storia d’Israele è, per così dire, il tipo anche della nostra storia, dove «ci sono tante valli oscure, ci sono tanti passaggi di difficoltà e di morte», e il popolo di Dio «può sopravvivere in questa valle oscura, in questa valle della morte, perché si ricorda. Ha la memoria della bontà del Signore, della sua potenza; la sua misericordia vale in eterno». Questo, appunto, vale anche per noi. «La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida. Anche noi abbiamo una memoria del bene, dell’amore misericordioso, eterno di Dio». La storia d’Israele, la vicenda terrena di Gesù Cristo, «duemila anni della storia della Chiesa», la storia della nostra vita individuale: tutto è memoria della bontà del Signore. Nello stesso secolo XX, per molti versi terribile per la Chiesa, «dopo il periodo oscuro della persecuzione nazista e comunista, Dio ci ha liberati, ha mostrato che è buono, che ha forza, che la sua misericordia vale per sempre».

Ritornando al Salmo, esso si conclude dove era cominciato, con la creazione. Il Signore «dà il cibo a ogni vivente, perché il suo amore è per sempre» (v. 25). Dunque lodiamo il Signore: «Rendete grazie al Dio del cielo, perché il suo amore è per sempre». Qui, afferma il Papa, il Salmista vuole ricordarci che lo stesso «Dio che ha creato i cieli e la terra e le grandi luci celesti, che entra nella storia degli uomini per portare alla salvezza tutti i suoi figli è il Dio che colma l’universo con la sua presenza di bene prendendosi cura della vita e donando pane. L’invisibile potenza del Creatore e Signore cantata nel Salmo si rivela nella piccola visibilità del pane che ci dà, con il quale ci fa vivere. E così questo pane quotidiano simboleggia e sintetizza l’amore di Dio come Padre, e ci apre al compimento neotestamentario, a quel “pane di vita”, l’Eucaristia, che ci accompagna nella nostra esistenza di credenti, anticipando la gioia definitiva del banchetto messianico nel Cielo».

di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana