Pier Luigi Fornari da Avvenire
Una risoluzione che era entrata nell’emiciclo del Palazzo d’Europa per restringere l’obiezione di coscienza, diviene un documento che la tutela fin nel titolo. E, alla fine è approvata la stessa risoluzione (56 voti a 51 e 4 astenuti), ma non la raccomandazione per il Comitato dei ministri dei 47 Paesi membri perché non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi.

«Una giornata storica per il Consiglio d’Europa, sono passati tutti gli emendamenti che abbiamo proposto a favore della vita», commenta il capogruppo dei popolari, Luca Volontè, che con le sue proposte  molto ha contribuito a stoppare l’attacco all’obiezione di coscienza. «Una giornata di vergogna per il Consiglio d’Europa, la mia risoluzione è stata distrutta», ha lamentato la relatrice Christine McCafferty, che aveva condizionato il voto attribuendo la responsabilità a chi proponeva emendamenti al suo testo di mettere in pericolo la vita delle donne.

Peraltro la parlamentare inglese avrebbe potuto evitare la disfatta perché il polacco Ryszard Bender (Edg) aveva proposto il rinvio in commissione, ma sono stati i socialisti con la McCafferty e il capogruppo, lo svizzero Gross, in testa a respingere la proposta. La bocciatura del rinvio è avvenuta di stretta misura 51 voti contro 50. Poi i socialisti hanno riprovato a fermare la discussione, ma il presidente dell’assemblea ha opposto il regolamento. Poi è partita un’offensiva contro il testo iniziale per cui è saltato il paragrafo introduttivo della relazione che voleva una «regolamentazione completa» della obiezione di coscienza nei casi di aborto e eutanasia.

Nel paragrafo uno si esprimeva «profonda preoccupazione per il ricorso crescente non sufficientemente regolamentato alla obiezione di coscienza in molti Stati membri del Consiglio d’Europa, in particolare nel campo della salute riproduttiva», cioè dell’interruzione di gravidanza. Ma è stato completamente cancellato. Una avvisaglia di quanto stava accadendo si era avuta già in mattinata quando, in una riunione prima della seduta dell’assemblea, passava con 10 voti contro 7 un emendamento del capogruppo del Ppe, Luca Volontè, e della leghista Rossana Boldi, che aveva così corretto il testo: «Il diritto alla obiezione di coscienza è una componente fondamentale del diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione riconosciuto nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In materia di cure mediche, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo garantisce questo diritto tanto alle persone che alle organizzazioni regolate da determinati principi etici». Nel dibattito in aula è stata cancellata anche la norma che imponeva «l’obbligo all’operatore sanitario di fornire la cura prevista, se la paziente ne ha diritto in virtù della legge, nonostante l’obiezione di coscienza», in casi di emergenza, che vengono specificati come quelli del rischio di morte «o di pericolo per la salute della paziente».

È da ricordare che proprio questi ultimi casi sono stati alla base della introduzione dell’abortotout court in Italia. Da notare che è stato approvato anche un emendamento che punta a garantire la possibilità della obiezione di coscienza nelle istituzioni: «Nessuna persona, nessun ospedale o istituzione sarà costretta, ritenuta colpevole o discriminata in qualsiasi maniera per il rifiuto di effettuare o assistere a un aborto, di manipolazione umana, di eutanasia o qualsiasi atto che potrebbe causare la morte di un feto o un embrione, per qualsiasi ragione». Inoltre l’assemblea del Palazzo d’Europa sottolinea insommma la necessità di affermare a chiare lettere il diritto della obiezione di coscienza.