«Credere non è affare privato»: parla il giornalista francese Patrick Kéchichian, che dopo la conversione è passato a «La Croix»
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 24 ottobre 2009

Si può elogiare il cattolicesimo nella Francia dei Lumi del XXI secolo? Lo ha fatto, in un piccolo, grazioso testo, il giornalista transalpino Patrick Kéchichian, a lungo critico letterario del ‘laico’ Le Monde (ora scrive su La Croix). Per il quotidiano parigino questo intellettuale di origine armena ha curato, dal 1985 al 2008, le recensioni sul supplemento Le Monde des Livres, dove dal 1992 ha rivestito la carica di caporedattore.

Nel suo lavoro di recensore ha avuto un occhio particolare alla realtà italiana: son da ricordare alcuni suoi articoli di grande favore su Erri De Luca e Mario Luzi. Convertitosi alla fede cristiana in età adulta dopo una fase di lontananza dalla Chiesa, nel suo recente saggio Petit éloge du catholicisme (‘Piccolo elogio del cattolicesimo’; Gallimard, pagine 130, euro 2, 00) Kéchichian spiega perché oggi è ancora meritevole di ragione essere cattolici.

«La fede non è, non può essere un affare anzitutto e unicamente privato», scrive nel suo libro. Quale posto occupa la fede cattolica nel suo impegno di uomo di cultura?
«Voglio sottolineare l’importanza della dimensione universale del cattolicesimo. Vi è in esso qualcosa di visibile e una testimonianza a voce alta. In questo io sacrifico la mia singolarità personale e narcisistica per guadagnare una vera identità in Cristo. Non si tratta di negare l’interiorità. Il dogma della comunione dei santi figura perfettamente in questa armonia.

Prima che un aggettivo, inoltre, cattolico è un sostantivo. Io non sono un critico o uno scrittore cattolico. Sono un critico, uno scrittore e un cattolico. Le identità sociologiche non mi interessano.

Detto questo, evidentemente la fede penetra tutti i settori della mia vita, compreso quello professionale. Ma detesto gli atteggiamenti militanti. La mia fede non è per forza visibile in ogni riga di ciò che scrivo».

A suo avviso, nel credere «la ragione non abdica a niente, semplicemente non si rivendica come sovrana». Riecheggia Pascal: «L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano».
«Io non amo opporre fede e ragione. Questo porta generalmente a concezioni troppo irrazionali e astratte della fede.

Sulla via della pura sensibilità le derive di tipo pietistico possono essere catastrofiche o ridicole. La terza Persona della Santissima Trinità è lo Spirito. Ora, questo Spirito ‘abita nei nostri cuori’. La nostra dignità di uomini implica dunque il pieno esercizio della ragione, anche quando questa ragione esplora zone che sembrano allontanarci dalla vera fede. L’’ultimo passo’ è un compito immenso che apre a questa altra immensità, quella di Dio, di fronte alla quale la nostra ragione si inchina».

Lei cita spesso i ‘grandi’ cattolici della cultura francese: Claudel, Bernanos, De Lubac. E ha grande riverenza per il cardinale Lustiger: come mai?
«Sono sempre stato affascinato dalla ricchezza della cultura e, soprattutto, dalla letteratura cristiana francese dei secoli XIX e XX. Per non dire delle epoche precedenti: Bousset, san Francesco di Sales… Quando si accostano autori come quelli si comprende la vastità della loro diversità, che talvolta arrivava all’opposizione, sempre dentro il cattolicesimo.

Siamo in presenza di una delle conseguenze, felice e feconda, di questa inaudita libertà di cui parlavo rispetto all’unica fede. Quando, in tutta coscienza – questo va evidenziato – viene accettata la totalità del dogma, ai nostri passi si apre una moltitudine di cammini possibili. Nel mio itinerario il cardinale Lustiger ha giocato un ruolo essenziale.

L’ho sentito spesso predicare e ho letto i suoi libri. Le sue affermazioni sull’ebraismo sono fondamentali: non si può appartenere a Cristo senza aver meditato sul mistero di Israele».

Lei ha parole molto belle sulla Chiesa: «Essa è la figura e anche la realtà, la realizzazione di questo essere-insieme». Perché tanta avversione, oggi, verso la Chiesa?
«La nostra epoca vive, con colpevole compiacenza, sotto il regno dell’opinione e non del pensiero, che abbiamo liquidato come ‘un buono a niente’.

L’obbedienza, la fiducia, la mancanza di sospetto appaiono debolezze dello spirito. La ribellione, la critica e la denigrazione vengono considerati prove del nostro affrancamento.

Tutta l’istituzione ecclesiale, con il Santo Padre in testa – in un’esposizione che ai nostri giorni è quasi sacrificale –, è stata fondata da Dio per essere aperta, da un lato sul mondo, e dall’altro sulla vita eterna. Questo è il Mistero della Chiesa, non meno essenziale di quello di Israele».

«Oggi si avversa la Chiesa perché trionfa la cultura della cieca ribellione, della critica e della denigrazione costante»