Nei vespri di venerdì 4 novembre per l’inizio dell’anno accademico delle Università Pontificie di Roma, Benedetto XVI – che in analoghe occasioni in passato aveva parlato di cultura e di università – ha scelto di tornare con grande vigore sui temi dell’Anno Sacerdotale e del ruolo del sacerdote.

L’occasione – per un Pontefice estremamente sensibile agli anniversari, specie dei documenti del Magistero, che così ha modo di riproporre all’attenzione di tutta la Chiesa, mentre di solito i testi più antichi sono facilmente dimenticati – sono stati i settant’anni da quando il venerabile Pio XII (1876-1958), con il motu proprio «Cum Nobis» del 1941, istituiva la Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali. Certamente, ha ricordato Benedetto XVI, il motu proprio del venerabile Pio XII aveva lo scopo di «promuovere le vocazioni presbiterali», ma non si trattava soltanto di questo: più in generale, Papa Pacelli pensava a un’istituzione che potesse «diffondere la conoscenza della dignità e della necessità del ministero ordinato» e incoraggiare la preghiera dei fedeli per sacerdoti. E in effetti, ha ricordato il Pontefice, il motu proprio «Cum Nobis» «rappresentò l’inizio di un vasto movimento di iniziative di preghiera e di attività pastorali», tra cui il Papa ha voluto citare il Serra Club, «fondato da alcuni imprenditori degli Stati Uniti e intitolato a Padre Junípero Serra [1713-1784],

Frate francescano spagnolo, con lo scopo di incoraggiare e sostenere le vocazioni al sacerdozio ed assistere economicamente i seminaristi», sodalizio per cui il 2011 è pure un anno significativo in quanto celebra il 60° anniversario del riconoscimento da parte della Santa Sede.

Benedetto XVI, dunque, prendendo come guida il motu proprio «Cum nobis» del 1941, ha voluto nuovamente riaffermare il ruolo grande e indispensabile del sacerdozio nella Chiesa Cattolica. «Fin dagli albori della Chiesa è stato evidente il rilievo conferito alle guide delle prime comunità, stabilite dagli Apostoli per l’annuncio della Parola di Dio attraverso la predicazione e per celebrare il sacrificio di Cristo, l’Eucaristia. Pietro rivolge un appassionato incoraggiamento: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1 Pt 5, 1)». San Pietro rivolge tale appello ai sacerdoti «in forza della sua personale relazione con Cristo, culminata nelle drammatiche vicende della passione e nell’esperienza dell’incontro con Lui risorto dai morti. Pietro, inoltre, fa leva sulla reciproca solidarietà dei Pastori nel ministero, sottolineando la sua e la loro appartenenza all’unico ordine apostolico: dice infatti di essere “anziano come loro”, il termine greco è sumpresbyteros. Pascere il gregge di Cristo è vocazione e compito ad essi comune e li rende particolarmente legati tra loro, perché uniti a Cristo con un vincolo speciale».

L’immagine del pastore, naturalmente, è diffusa nella Chiesa delle origini perché si tratta di una metafora prediletta dallo stesso Signore Gesù. «E San Tommaso d’Aquino [1225-1274] commenta: “Sebbene i capi della Chiesa siano tutti pastori, tuttavia dice di esserlo lui in modo singolare: ‘Io sono il buon pastore’, allo scopo di introdurre con dolcezza la virtù della carità. Non si può essere infatti buon pastore se non diventando una cosa sola con Cristo e suoi membri mediante la carità. La carità è il primo dovere del buon pastore” […] (Esposizione su Giovanni, cap. 10, lect. 3)».

Il Papa ricorda che la grandiosa «visione che l’apostolo Pietro ha della chiamata al ministero di guida della comunità» è «concepita in continuità con la singolare elezione ricevuta dai Dodici. La vocazione apostolica vive grazie al rapporto personale con Cristo, alimentato dalla preghiera assidua e animato dalla passione di comunicare il messaggio ricevuto e la stessa esperienza di fede degli Apostoli». Ma è anche vero che «vi sono alcune condizioni» perché vi sia davvero una «consonanza a Cristo nella vita del sacerdote» e tutto non si riduca a retorica. Il Pontefice sottolinea tre di queste condizioni: «l’aspirazione a collaborare con Gesù alla diffusione del Regno di Dio, la gratuità dell’impegno pastorale e l’atteggiamento del servizio».

Molta letteratura oggi sottolinea gli aspetti funzionali del ministero sacerdotale e la relazione con la comunità dei fedeli, elementi che certamente non sono irrilevanti. Ma il Papa ricorda che «innanzitutto, nella chiamata al ministero sacerdotale c’è l’incontro con Gesù e l’essere affascinati, colpiti dalle sue parole, dai suoi gesti, dalla sua stessa persona. È l’avere distinto, in mezzo a tante voci, la sua voce, rispondendo come Pietro “Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68-69)». Senza questo incontro personale e travolgente con il Signore non c’è autentica vocazione al sacerdozio. «È come essere stati raggiunti dall’irradiazione di Bene e di Amore che promana da Lui, sentirsene avvolti e partecipi al punto da desiderare di rimanere con Lui come i due discepoli di Emmaus – “resta con noi perché si fa sera” (Gv 24, 29) – e di portare al mondo l’annuncio del Vangelo».

È importante non sbagliare la sequenza logica e teologica, che va dall’alto in basso, da Dio Padre al sacerdote passando per il Signore Gesù e per la Chiesa. «Dio Padre ha inviato il Figlio eterno nel mondo per realizzare il suo piano di salvezza. Cristo Gesù ha costituito la Chiesa perché si estendessero nel tempo gli effetti benefici della redenzione. La vocazione dei sacerdoti ha la sua radice in questa azione del Padre realizzata in Cristo, attraverso lo Spirito Santo». Se tiene sempre presente questa sequenza nel suo giusto ordine, «il ministro del Vangelo allora è colui che si lascia afferrare da Cristo, che sa “rimanere” con Lui, che entra in sintonia, in intima amicizia, con Lui, affinché tutto si compia “come piace a Dio” (1 Pt 5, 2), secondo la sua volontà di amore, con grande libertà interiore e con profonda gioia del cuore».

Il secondo aspetto che il Papa sottolinea è la gratuità. In effetti, «si è chiamati ad essere amministratori dei Misteri di Dio “non per vergognoso interesse, ma con animo generoso”, dice san Pietro». Dunque «non bisogna mai dimenticare che si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento, l’Ordinazione, e questo significa appunto aprirsi all’azione di Dio scegliendo quotidianamente di donare se stessi per Lui e per i fratelli, secondo il detto evangelico: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8)». Questo richiede che anche chi è sacerdote da molti anni continui a riflettere sulla sua vocazione, che non è una scelta privata per una carriera piuttosto che per un’altra ma è una risposta a una chiamata di Dio. «La chiamata del Signore al ministero non è frutto di meriti particolari, ma è dono da accogliere e a cui corrispondere dedicandosi non a un proprio progetto, ma a quello di Dio, in modo generoso e disinteressato, perché Egli disponga di noi secondo la sua volontà, anche se questa potrebbe non corrispondere ai nostri desideri di autorealizzazione».

Non senza severità, e forse con un’allusione a vicende recenti, il Pontefice ha sottolineato come «mai dobbiamo dimenticare – come sacerdoti – che l’unica ascesa legittima verso il ministero di Pastore non è quella del successo, ma quella della Croce».

Il terzo aspetto fondamentale del sacerdozio è il servizio alla Chiesa. Scegliere la strada della Croce vuol dire per il sacerdote essere sempre consapevole che non è chiamato ad annunciare le sue idee, le sue preferenze, le sue opinioni personali ma quelle della Chiesa. I sacerdoti hanno ricevuto grandi tesori e tuttavia «non ne dispongono a proprio arbitrio, ma ne sono umili servitori per il bene del Popolo di Dio». Tra gli esempi evocati dal Papa, la «celebrazione fedele della liturgia» è un segno evidente di questa docilità del sacerdote a essere servitore della Chiesa e non promotore di stili o idee personali e private.

Tutto questo, ha concluso Benedetto XVI, non vale solo per i sacerdoti. Anche le religiose, i religiosi, i laici secondo la loro vocazione propria sono chiamati a partire sempre da una relazione personale ed entusiasta con il Signore, a vivere l’apostolato in gratuità e a rimanere sempre obbedienti alla Chiesa. È «importante per tutti, infatti, imparare sempre di più a “rimanere” con il Signore, quotidianamente, nell’incontro personale con Lui per lasciarsi affascinare e afferrare dal suo amore ed essere annunciatori del suo Vangelo; è importante cercare di seguire nella vita, con generosità, non un proprio progetto, ma quello che Dio ha su ciascuno, conformando la propria volontà a quella del Signore; è importante prepararsi, anche attraverso uno studio serio e impegnato, a servire il Popolo di Dio», ciascuno nel proprio ambito. Anzitutto, ha detto il Papa «a Roma dove si respira, in modo del tutto singolare, la cattolicità della Chiesa». Ma, in un certo senso, dovunque c’è un vero cattolico, lì c’è Roma.

di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana