di Riccardo Cascioli
Tratto da La Bussola Quotidiana il 12 gennaio 2011

«Al momento non si può parlare di una crisi alimentare e l’aumento dei prezzi è già alle spalle. Gli allarmi della Fao sono controproducenti, e le preoccupazioni nei paesi del Maghreb sono più psicologiche che reali».

Giudizi decisamente controcorrente quelli del professor Dario Casati, economista agrario, rettore vicario dell’Università Statale di Milano, che tende a smorzare i recenti allarmi sull’impennata dei prezzi dei generi alimentari sui mercati mondiali.

Ma cominciamo dall’inizio: abbiamo vissuto già una crisi alimentare nel 2008, si disse allora che era dovuta in gran parte all’impennata del prezzo del petrolio (che raggiunse allora i 140 dollari per barile) e alla speculazione. Ma stavolta il prezzo del petrolio è ben lontano da quei livelli.
La crisi precedente, iniziata in realtà a metà del 2007, è stata causata da uno squilibrio domanda-offerta – dovuto a due anni e mezzo di raccolti negativi – che ha intaccato gli stock. La componente speculativa è entrata in gioco solo a un certo punto ed è stata di breve durata. Bisogna tener conto che la speculazione sui prodotti agricoli è necessariamente di breve durata, perché le aspettative di raccolto – su cui si scommette nei mercati a termine – si confrontano con la realtà molto presto: ci sono infatti due raccolti l’anno, tra emisfero nord e sud ogni sei mesi c’è un raccolto, quindi la speculazione non può durare molto. La caratteristica principale di quella crisi è stata l’intensità combinata però con la brevità. Infatti a metà 2008 i prezzi hanno cominciato a scendere velocemente, tanto che – cosa che nessuno fa rilevare – si sono attestati su valori più bassi di quelli precedenti la crisi e vi si sono mantenuti fino a inizio 2010.

Cosa ha permesso in quel caso di raddrizzare la situazione?
Decisivo è stato l’aumento della produttività agricola, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove c’è mediamente una bassa resa, grandi perdite post-raccolto e dove i margini di miglioramento sono quindi amplissimi.

Allora cosa sta succedendo ora?
La situazione è ben diversa rispetto a tre anni fa. Lo squilibrio offerta-domanda è molto ridotto, gli stock sono alti e non c’è quindi alcun problema quanto a disponibilità di generi alimentari. C’è stato un calo nei raccolti di cereali, soprattutto in Russia e Ucraina, ma questo rientra nella normalità. In questi mesi si è molto parlato della grande siccità in Russia, degli incendi di questa estate, ma non siamo di fronte a eventi così straordinari. In ogni caso la diminuzione dell’offerta è stata parzialmente coperta dalla diminuzione della domanda, dovuta soprattutto alla crisi economica. L’estate molto piovosa appena passata probabilmente causerà ulteriori cali nella produzione, ma è impossibile prevedere il futuro.

Quindi perché i prezzi si sono alzati?
In questo caso per effetto soprattutto della speculazione. Con la crisi economica la speculazione si è spostata da un mercato all’altro e dalla fine dell’estate 2010 ha cominciato a premere sui prodotti agricoli. Attualmente però i prezzi si sono già fermati.

Ma l’allarme della Fao è di pochi giorni fa.
La Fao è sempre intempestiva, non ultimo perché dalla raccolta dei dati alla loro elaborazione e pubblicazione intercorre un lasso di tempo in cui le cose sono già cambiate. Basti ricordare che nella precedente crisi la Fao organizzò una grande conferenza a Roma, che si tenne in giugno quando i prezzi erano già in calo da tre mesi. In questo caso è ancora peggio, perché generare l’aspettativa di un incremento dei prezzi favorisce la ripresa della speculazione.

In Tunisia e Algeria però l’aumento dei prezzi dei generi alimentari sta generando rivolte preoccupanti.
In questo caso l’aumento dei prezzi è la combinazione di diversi fattori, sia politici sia psicologici. E’ più la paura di perdere quanto ottenuto che non la mancanza effettiva.

Può spiegare meglio questo aspetto?
Da un punto di vista dell’accesso alle risorse alimentari possiamo dividere il mondo in tre fasce. Ci sono anzitutto i Paesi ricchi, che anche di fronte a una crisi seria, hanno la possibilità di comprare il cibo, per cui un aumento dei prezzi incide relativamente. C’è poi la fascia dei paesi più poveri, che campano soprattutto su quel che producono o eventualmente sugli aiuti. E anche qui una eventuale crisi sposta poco. La vera fascia critica è quella intermedia, come quella appunto dei paesi nordafricani e del Medio Oriente, paesi che hanno visto migliorate le loro condizioni in tempi recenti. Qui ogni accenno di crisi innesca meccanismi psicologici per cui si teme di perdere in poco tempo quello che si è così faticosamente ottenuto. Questo fattore si combina poi con le gravi difficoltà politiche ed economiche di questi paesi, che ben conosciamo, per cui l’aumento dei prezzi fa da detonatore a problemi ben più profondi. Peraltro, dobbiamo riconoscere che i problemi politici di questi paesi hanno fatto sì che la fascia nordafricana e mediorientale sia l’unica regione del mondo dove negli ultimi anni si è registrato un calo della produttività agricola.

In ogni caso non possiamo non vedere che nel mondo ci sono almeno un miliardo di persone sottonutrite, fatto ancora più scandaloso se si considera che già oggi la Terra è in grado di produrre cibo a sufficienza per ben oltre i quasi 7 miliardi di persone che la popolano. Cosa si deve fare?
Occorre maggiore attenzione agli aspetti produttivi, ovvero si deve produrre di più e meglio soprattutto nei paesi maggiormente a rischio. Anche qui dobbiamo tenere conto del panorama produttivo mondiale. Ci sono due aspetti fondamentali che incidono sulla produzione.

Il primo è quello climatico: la fascia temperata ben difficilmente avrà problemi, che invece si concentrano nella fascia tropicale e subtropicale, dove non a caso alla bassa produttività si combinano grandi perdite post-raccolto, dovute proprio alla duplice difficoltà di conservare il cibo in certi climi e di trasformarli, viste le condizoioni di sottosviluppo. Si è calcolato che se nell’Africa sub-sahariana si riducessero le perdite post-raccolto al dato medio mondiale, questo equivarrebbe a un incremento di produttività pari a quello garantito da 15-20 anni di progresso scientifico-tecnologico. E’ poi fondamentale investire nella ricerca e nella tecnologia, ad esempio selezionando varietà maggiormente produttive, coltivabili in climi siccitosi.

L’altro aspetto è quello politico-economico. In Africa, perché poi alla fine è soprattutto questa l’area che maggiormente soffre di malnutrizione, una grave ipoteca sul futuro alimentare è data dall’instabilità economica, politica, sociale. La conflittualità tra clan, le guerre tribali e regionali impediscono un serio sviluppo. Troviamo paesi che per qualche anno cominciano ad andare bene poi precipitano di nuovo nel disastro. Uno sforzo di stabilizzazione di queste realtà è dunque fondamentale se si vuole risolvere il problema alimentare.

Ma i paesi ricchi in che modo possono aiutare questo processo?
Sicuramente è importante trasferire tecnologie che aiutino le capacità produttive e valorizzino le potenzialità agricole di questi paesi, che finora sono inespresse. Ma ci sono anche due errori che bisogna assolutamente evitare.

Quali?
Primo non si deve cadere nella trappola delle soluzioni protezionistiche, e questo riguarda tutti. Il panico generato dalla crisi del 2008 ha prodotto tantissime misure di questo genere che sono un clamoroso boomerang. Ricordiamo l’Ucraina che bloccò nei propri porti le navi cariche di cereali, quando i prezzi erano già in fase di stabilizzazione, o la Thailandia che bloccò l’export di riso mettendo in crisi – senza motivo – i paesi della regione. Bisogna essere consapevoli che le misure protezionistiche provocano l’aumento dei prezzi. In secondo luogo non si deve assolutamente abbassare la produzione agricola dei paesi ricchi, seguendo le ideologie oggi di moda. Annate di raccolti ridotti sono la normalità, e bisogna avere una produzione abbondante per farvi fronte. La tavola del mondo è unica: se noi riduciamo la produzione, in caso di crisi andiamo a comprare sui mercati dove vanno anche i paesi poveri, con il duplice perverso risultato che aumentiamo i prezzi per noi e togliamo il cibo a chi ne ha più bisogno.