Salviato: no ai ghetti per la responsabilità
«La Caritas in veritate rappresenta una svolta per l’economia. Ora va costruito un  nuovo modello di sviluppo, partendo dalla persona, e il terzo settore non può restare con le mani in mano»
di Massimo Calvi
Tratto da Avvenire del 9 agosto 2009

«La Caritas in veritate è un’enciclica fortemen­te innovativa, di porta­ta storica per quanto si discosta dal pensiero fino a ora dominan­te nell’economia. Il Papa indica la strada e contribuisce a delineare un nuovo pensiero economico che sia fondato sulla centralità della persona umana, su un’etica ami­ca dell’uomo e non separata dal­l’economia, con il bene comune come fine ulti­mo. Ma se è e­vidente la ne­cessità di rifondare l’e­conomia, ora la società civi­le deve fare la sua parte».

Fabio Salviato, 51 anni, presi­dente di Banca Etica – l’istitu­to di credito popolare nato dieci anni fa sulla spinta di alcune tra le anime più rappre­sentative del non profit italiano – è un ‘ uomo del fare’, uno dei pro­tagonisti dell’economia sociale e della finanza etica in Italia. Sfoglia l’enciclica di Papa Benedetto, e l’o­puscolo è consumato da sottoli­neature, evidenziature, appunti a margine: «In queste pagine – dice – ci si sente a casa».

Quali insegnamenti sente di aver tratto dall’enciclica, quali sono i passaggi che più hanno acceso il suo interesse?
Nel dire che l’economia ha biso­gno dell’etica per il suo corretto funzionamento, il Papa compie un passo avanti molto ampio rispet­to al pensiero comune. La Caritas in veritate ci insegna che le di­mensioni dell’etica e della re­sponsabilità non vanno confinate in settori marginali del mercato. Che si deve passare da un sistema basato sulla massimizzazione del profitto a uno nel quale il ‘ giusto’ profitto viene utilizzato per inve­stire nella direzione di uno svi­luppo equilibrato. Ci dice anche che il nuovo modello di sviluppo ha bisogno della gratuità e del do­no come espressione di fraternità. Sono concetti innovativi. Sottoli­neano la necessità che tutte le di­mensioni che contribuiscono allo sviluppo devono essere caratte­rizzate da una tensione etica nel­la direzione del bene comune.

L’enciclica suggerisce di dare «ampio sostegno» alle iniziative di finanza etica, e tuttavia evi­denzia il rischio di ricorrere alla parola «etica» in modo «ideologi­camente discriminatorio» nei confronti di altre proposte pur va­lide. Come accoglie queste osser­vazioni?
Negli ultimi dieci anni l’intero si­stema bancario italiano ha avvia­to una riflessione sui temi della re­sponsabilità e ha via via offerto sempre più prodotti finanziari con il bollino etico. Il processo è stato incentivato dall’emergere di una nuova sensibilità nella società ma anche dalla presenza di iniziative come Banca Etica, che hanno sti­molato e favorito il contagio. Ora, però, credo che il Papa inviti a fa­re un salto di qualità. L’etica non può più essere confinata in un ghetto, non può essere un’isola nella quale ci si sente a posto men­tre altrove tutto funziona come prima. L’intera attività economi­ca e finanziaria deve essere per­meata da una sensibilità nuova, di responsabilità circa quello che si produce e come lo si produce.

L’universo della finanza alterna­tiva come può, concretamente, recepire questo messaggio?
Il movimento della finanza etica ha avuto e ha tuttora un ruolo im­portantissimo. Ha dimostrato che è possibile operare nel mercato se­guendo princìpi che il mercato non ha mai considerato degni di attenzione. Bene, oggi dobbiamo lavorare per fare in modo che in tutta l’economia vengano inseriti elementi forti di responsabilità. Credo che nelle parole del Papa vi sia una sollecitazione a non resta­re chiusi, a non accontentarsi nel­l’essere ‘ duri e puri’, ma a com­piere un ulteriore passo in avanti.

Nell’enciclica il Papa propone di superare la tra­dizionale di­stinzione tra imprese profit e organizzazio­ni non profit e parla di «una «nuova ampia realtà» che coinvolge il privato e il pubblico, che non esclude il profitto, ma lo considera stru­mento per rea­lizzare finalità umane e sociali.
L’idea che Stato, mercato e società civile siano tre soggetti con pari dignità rappresenta un riconosci­mento forte al settore non profit, e allo stesso tempo il Papa indica chiaramente come guardare al profitto per finalità sociali, abbat­tendo gli steccati. Per questo la so­cietà civile non può più restare con le mani in mano. Dobbiamo mobilitarci e impegnarci per pro­muovere un dibattito molto am­pio su come tradurre in pratica le indicazioni di questa enciclica. C’è la necessità di elaborare un nuo­vo concetto di sviluppo, che non coincida solamente con lo svilup­po economico e tecnologico ma tenga conto di indicatori di be­nessere sociali più ampi, come l’i­struzione, la sanità, l’indice di na­talità e mortalità, l’inquinamento ambientale, lo sviluppo armoni­co. Il Papa chiede di fare uscire i poveri dalla fame, dalla miseria, dalle malattie e dall’analfabeti­smo, parla di un nuova autorità politica mondiale per governare la globalizzazione al servizio del bene comune. Sono tematiche troppo importanti per lasciare che siano affrontate agli alti livelli, e il Papa ha usato parole che non pos­sono lasciarci indifferenti.

Da che cosa partire?
Nella Caritas in veritate sono in­dicate alcune opzioni molto pre­cise delle riflessioni in corso nel mondo dell’economia. È da que­sto che dobbiamo ripartire. Penso a convegni, dibattiti, seminari… Il mio auspicio è che nella società civile si apra una nuova stagione di impegno, come fu quella avvia­ta a metà degli anni Novanta, che portò alla nascita del Forum del Terzo settore e vide fiorire molte i­niziative nel campo dell’economia sociale, tra le quali anche la Ban­ca Popolare Etica. Purtroppo ne­gli ultimi anni un’ampia fetta di società civile invece di essere mo­tore di idee è stata al traino della politica e in questo momento si trova disorientata perché è venu­to a mancare il punto di riferi­mento. Occorre uno scatto, un nuovo impegno, perché termina­ta questa crisi economica, non si potrà certo ripartire con le regole di prima.

«Acquistare è sempre un atto mo­rale, oltre che economico» e – di­ce il Papa – esiste una «responsa­bilità sociale del consumatore». Come può rispondere il singolo cittadino?
È un messaggio importante. Il Pa­pa chiama in causa i consumato­ri e, per esteso, anche i risparmia­tori, attribuendo loro responsabi­lità precise. Perché ogni cittadino ha la possibilità di incidere, con le proprie scelte, e di orientare il mercato nella giusta direzione. Troppo spesso ci si dimentica che le imprese e le banche non sono buone o cattive per natura, e che se agiscono in un certo modo è an­che perché, spesso, rispondono al­le esigenze manifestate dai con­sumatori. In questi anni sono na­te molte iniziative di consumo re­sponsabile o di acquisto solidale, che hanno anche il merito di co­struire relazioni tra le persone. Si tratta di esperienze importanti, perché contribuiscono a far cre­scere e ad alimentare quella «fi­ducia» di cui si parla anche nella Caritas in veritate come elemen­to fondamentale del mercato.

Il Papa invita anche a un’azione di «discernimento» di fronte all’a­buso dell’aggettivo «etico», con­tro il rischio della diffusione di falsi valori. Come vede questo ri­schio?
L’enciclica indica una serie di op­zioni e di strumenti attraverso i quali operare guardando al be­nessere della collettività, della «fa­miglia umana», per realizzare una società più giusta. Ma al centro di tutto viene posta la persona con i suoi reali bisogni. Il punto forte del messaggio di Papa Benedetto è nella centralità della persona u­mana, perché è attorno a questa che vanno costruiti gli strumenti per una nuova economia. Senza questo cambiamento radicale ri­schiamo di andare incontro alla distruzione dell’uomo.