La ragazza pakistana, segregata dal padre perché troppo bella, ritrova la libertà La deputata Pdl: «Fosse successo a italiani il tribunale avrebbe allontanato la figlia»
di Pier Francesco Borgia
Tratto da Il Giornale del 17 aprile 2011

A poche ore dall’annuncio del cosiddetto lieto fine della vicenda che ha visto protagonista Jamila (nome di fantasia per rispetto della sua privacy), la giovane pakistana costretta in casa dalla famiglia per due settimane, abbiamo chiesto un commento a Souad Sbai, parlamentare del Pdl di origine marocchina e da sempre impegnata al fianco delle donne immigrate.

Onorevole Sbai è contenta del lieto fine?
«Ma quale lieto fine? Sono indignata. Altro che contenta. Qui si fanno le mediazioni; invece bisogna esigere il rispetto dei diritti. Altro che mediazioni, bisogna rispettare la legge. Punto e basta!»

E in questo caso non è stata rispettata?
«Se la stessa cosa fosse successa alla figlia di un italiano, l’assistente sociale avrebbe già provveduto a chiamare il tribunale per togliere il minore alla famiglia. Il solito doppiopesismo».

A proposito di doppiopesismo, le femministe che sono solite lamentare lo sfruttamento del corpo femminile qui hanno brillato per la loro assenza.
«E non solo qui. Per Rachida, Sanaa e le altre, non sono mai scese in piazza. Ma soprattutto non guardano al di là del loro naso. Comunque il femminismo proprio non mi interessa. Io mi occupo dei diritti delle persone».

Secondo lei casi limite come quello di Jamila stanno a dimostrare una carenza della nostra legislazione?
«Sicuramente. Ne parlerò quanto prima con il presidente Berlusconi. È inaccettabile che ragazze e ragazzi come Jamila non possano frequentare tranquillamente la scuola. Bisogna tutelare meglio chi non ha la cittadinanza italiana. Personalmente non sono favorevole al diritto di cittadinanza per nascita, ma chi ha frequentato tutte le scuole qui deve potersi considerare al sicuro. E così invece non è».

E perché?
«Quando non hai le carte in regola, quando non  hai il permesso di soggiorno, quando i tuoi stessi genitori lo fanno scadere per rimandarti in patria a subire un matrimonio combinato, sei assolutamente disarmata. Se invece hai la cittadinanza, puoi difenderti o essere difesa dalle istituzioni».

In altri paesi, come la Gran Bretagna, iniziano a prendere le distanze dal multiculturalismo. Secondo lei il modello della tolleranza a tutti i costi ha fallito?
«Secondo me non è mai stato valido. Il multiculturalismo è solo un segno di miope debolezza. Se la cultura “diversa” signica infibulazione, maltrattamenti e pratiche medievali, come si fa a tollerare? Sono pratiche inaccettabili. Per fortuna qui c’è il rispetto della persona e questo rispetto deve essere assoluto. E poi dietro questo multiculturalismo cova spesso l’integralismo più pericoloso».

In che senso?
«Lei citava l’Inghilterra. Ebbene lì sono già alla terza o quarta generazione di immigrati eppure l’integralismo fa proseliti. Segno che qualcosa non va».

E la sua battaglia contro l’integralismo passa anche dall’abolizione del burqa.
«Infatti. Chi fa mostra di tolleranza verso questa “usanza” non ha capito che è un espediente politico e che la religione non c’entra. Vogliono imporre il burqa come un marchio per far capire che anche qui possono fare come a casa loro. Ecco perché ho presentato un disegno di legge per abolirlo».