Il presidente della Società di diagnosi prenatale Giorlandino rompe un tabù e denuncia: una coppia su tre chiede l’analisi genetica, ma i genitori pensano più a se stessi che al figlio che deve nascere e abortiscono anche per lievi anomalie Dallapiccola: è una presa di coscienza importante Ora i medici scoraggino i test inutili
di Antonella Mariani
Tratto da Avvenire del 21 maggio 2009

«Egoismo». «Edonismo». «Ossessione del figlio perfetto». Ecco cosa c’è sempre più spesso dietro la scelta delle coppie di affidare il destino dei propri figli alla diagnosi prenatale: se il responso è sufficientemente buono, il bambino nascerà, mentre sarà condannato all’aborto se si scopre che è portatore «di difetti anche lievi».

Niente di nuovo, si dirà, se non fosse che a gettare il sasso nello stagno e a puntare il dito contro un uso distorto di amniocentesi e villocentesi come strumenti di selezione del ‘ bambino perfetto’ è nientemeno che il presidente della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno- fetale, la Sidip. Claudio Giorlandino di analisi prenatali sul Dna sul feto ne esegue diverse migliaia all’anno, e sa perfettamente che dall’esito può dipendere se un bambino verrà al mondo oppure no.

Colpisce, dunque, che una critica così pesante venga da chi comunque nella diagnosi prenatale crede, e anzi la sostiene per la ricerca di un’infinità di malattie genetiche, dalla sordità alla fibrosi cistica, dalla distrofia muscolare alle varie trisomìe, al ritardo mentale nei feti maschi (X fragile).

Eppure Giorlandino lo scorso weekend, aprendo a Roma il congresso della Sidip, ha ammesso di notare una tendenza spiccata «da parte di coppie che si preoccupano più per se stesse che per il bambino».

«Ci soffro, sì – ragiona ora il medico con è vita –. Sento un senso di fastidio quando la coppia rifugge le difficoltà e interrompe la gravidanza di fronte a problemi superabili o comunque lievi. Capita nel 90 per cento dei casi in cui l’analisi genetica riscontra qualche anomalia. Poi c’è l’estremo opposto: quello di coppie che hanno fatto di tutto per avere un figlio, magari sono avanti con gli anni e dunque decidono di tenere il bambino comunque, anche se ha patologie molto serie, perché sanno che è l’ultima possibilità di procreare.

Sono due estremi della stessa visione edonistica della vita, del figlio in funzione dei propri bisogni e come celebrazione della propria perfezione».

Tutto giusto, ma allora bisognerebbe interrogarsi anche sull’utilità della diagnosi prenatale, sulla reale necessità del suo impiego di massa, sul fatto che essa sia nella maggior parte dei casi una ingiusta spada di Damocle sul diritto di ogni concepito a nascere… Il dottor Giorlandino certifica che in Italia vi ricorre una coppia su tre. Ma è sempre necessario?

Non varrebbe la pena che il medico scoraggiasse le coppie che non presentano un particolare rischio genetico? «La diagnosi prenatale non è mai necessaria. Però è innocua e può salvare molti bambini, attraverso la medicina prenatale… », risponde Giorlandino, che smentisce i rischi legati all’invasività di tecniche come l’amniocentesi e la villocentesi, difende la necessità di una ‘ neutralità’ dei medici di fronte alla ‘ libertà’ delle coppie e ammette che quasi sempre, di fronte a esiti sfavorevoli, la coppia sceglie l’aborto.

«Molti genitori all’inizio della gravidanza sono pronti a giurare che per loro il figlio è un dono e che chiedono l’esame genetico ‘ per stare tranquilli’. Ma poi se scoprono che il figlio è affetto dalla sindrome di Down non lo accettano, a meno che non sia la prima gravidanza in età avanzata. Dunque, l’analisi prenatale ha creato un problema, altro che farli stare ‘ tranquilli’», continua Giorlandino.

Dunque, quasi mai l’analisi genetica è fatta nell’interesse del bambino, quasi sempre per quello dei genitori; una conclusione un po’ sconfortante per i medici, che dovrebbero mettere la loro professionalità a disposizione dei malati più che dei sani.

Si dichiara positivamente sorpreso dall’uscita di Giorlandino Bruno Dallapiccola, genetista di fama mondiale e co- presidente di Scienza & Vita. «Mi rallegro che la Sidip dica ora cose che io vado ripetendo da vent’anni – esordisce il professore –.

Si tratta di una presa di coscienza onesta e corretta. È giusto denunciare l’ossessione dei genitori per il figlio perfetto, ma bisognerebbe anche aggiungere che questa mania è assecondata da una serie di laboratori che si rendono complici delle coppie. Bisogna educare la popolazione, non sfruttare i genitori ossessionati facendogli fare esami inutili».

L’affondo di Dallapiccola continua: «Bisogna avere il coraggio di fermarsi e di denunciare i forti interessi economici che stanno dietro a questa proliferazione di test genetici sui feti. Le indagini possono avere un significato in coppie che presentano fattori di rischio, il resto è solo business. Che senso ha andare a caccia della sordità genetica in un feto, quando sappiamo che avremo un neonato sordo ogni 670 nati, che la sordità è causata da 130 geni diversi e che invece la sordità non genetica colpisce ben più diffusamente, almeno il 3 per cento della popolazione? Che senso ha il test genetico per scoprire il ritardo mentale, quando sappiamo che l’X fragile è riscontrato appena in un bambino ogni 5 mila nati maschi? Per me questo è vendere fumo».