Guitton: è terrorismo intellettuale di certi laicisti • L’autore del dossier choc sull’indifferenza dell’Occidente: «Deficit di sensibilità. Ma ora non servono crociate culturali, i governi devono intervenire con azioni diplomatiche»
di Luca Geronico
Tratto da Avvenire del 29 agosto 2010

Strisciante, dimenticata e te­nace come l’indifferenza in cui avviene: è la persecu­zione contro i cristiani. La de­nuncia di René Guitton – ex cor­rispondente di France 2 dal Ma­rocco, ora della casa editrice Cal­mann- Levy – è raccolta in Cri­stianofobia, tradotto in italiano da Lindau.

René Guitton, il suo dossier non ha scosso la vecchia Europa. Due risoluzioni al Parlamento euro­peo e poco altro. Non è ancora u­na “questione politica”…
In Francia non c’è stata nessuna presa di po­sizione del governo, solo una petizione di 82 deputati. Se va ricordato l’importante lavo­ro fatto al Parlamento europea da Mario Mauro, non si può certo parlare di mobili­tazione. Una inazione che in Francia spiego con la deformazione del concetto di laicità: la separazione fra Chiesa e Stato, nata per rispettare la libertà di coscienza di tutti, è di­ventata una sorta di terrorismo intellettua­le di certi laicisti. Non è alla moda dire: «So­no cristiano»; questo ancor più da quando la Chiesa è sotto attacco su vari fronti. Se poi, giustamente, in Europa politici e società pro­testano quando ci sono profanazioni contro le religioni minoritarie – gli ebrei e i musul­mani – le autorità non pensano si debba di­fendere il cristianesimo, in enorme maggio­ranza numerica.

E quindi silenzio e indifferenza. Quale tra­gedia dimenticata, tra le altre, vorrebbe ri­cordarci?
Quello più trascurata, direi, è il genocidio ar­meno: non si ricorda mai che gli armeni so­no dei cristiani che ancora oggi i turchi con­siderano come cittadini di secondo livello. Oggi in alcuni villaggi cristiani si vive una vera miseria. Che fare? L’Ue potrebbe fare pressioni diplomatiche per togliere dai do­cumenti l’obbligo di indicare la religione. Un motivo di discriminazione.

Neanche fra i cattolici sembra esserci una piena consapevolezza del problema. Non crede?
Certo, un deficit di sensibilità dovuto a di­verse ragioni. La Chiesa soffre di disaffezio­ne e questo costituisce un freno alla co­scienza di appartenere a una comunità cri­stiana planetaria. Inoltre i cristiani soffrono di un senso di colpa per il colonialismo, per­cepito come una responsabilità europea, e per i silenzi che la Chiesa avrebbe avuto ver­so la Shoah. Un duplice senso di colpa fa sì che il concetto di nazione cristiana non esi­sta in Europa. Fra i musulmani e in estremo Oriente, invece, la fede viene prima della na­zionalità: si è prima di tutto induista e poi, per esempio, indiano.

Una sottovalutazione dell’identità cristia­na. Ma la reazione non rischia di portare a crociate culturali?
No, nessuna crociata culturale. Bisogna che i governi prendano coscienza di questa si­tuazione. Sinora ci sono state solo azioni in­dividuali come quelle della Merkel in Alge­ria, che ha stigmatizzato le espulsioni dei cristiani. Dopo di che, si potrebbe passare ad azioni diplomatiche, non certo contrappo­nendo alla cristianofobia l’islamofobia e la giudeofobia. Questo è impensabile anche se gli estremisti, per giustificare le loro azioni, parlano delle guerre in Iraq e in Afghanistan come di una «crociata». Tuttora in arabo per definire un europeo si usa la parola «naza­reno». Solo con il dialogo si può spezzare questo meccanismo culturale e sono fon­damentali gli incontri interreligiosi. Il re del­l’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi del- l’islam, ha reso visita a Benedetto XVI nel novembre del 2008: un fatto importantissi­mo. La lettera dei 138 saggi al Papa è un ten­tativo da parte islamica di trovare delle so­luzioni. Siamo solo all’inizio ma vi è la co­scienza che sia improrogabile la necessità di fermare con il dialogo la cristianofobia.