L’università di Harvard propone un codice etico ai suoi studenti. L’80% rifiuta
di Luigi Mascheroni
Tratto da Il Giornale del 1 giugno 2009

Come insegnava Gordon Gekko, indimenticato guru di Wall Street, «è tutta una questione di soldi, il resto è conversazione».

Posto che l’etica, ethos, ossia «condotta», è quella scivolosissima inclinazione della filosofia che si occupa dei valori sui quali si fonda la distinzione tra i comportamenti moralmente leciti da quelli ritenuti inappropriati, nulla appare più difficilmente conciliabile con tale nobile aspirazione dell’essere umano, del «fare affari». Da quando i fenici hanno inventato il denaro, l’essere onesti e l’essere ricchi sono due condizioni che, messe vicine, suscitano più di un legittimo dubbio.

A proposito di «etica del business», espressione che a molti suona come un divertente ossimoro, proprio dal Paese che crede con la stessa sacra convinzione in Dio e nel dollaro arrivano due notizie. Anzi, una notizia e una non-notizia. La prima è che l’università di Harvard, il tempio dell’educazione finanziaria internazionale, ha istituito il «Giuramento dell’aspirante manager», ossia un impegno con il quale gli studenti del master in Business administration si impegnano – con tutta la solennità di cui si è capaci e si è vincolati in un Paese come l’America, disposta a perdonare tutto tranne un giuramento non rispettato – ad agire con «integrità» e «buona fede» pensando «non solo agli interessi degli azionisti ma dell’intera società». La seconda è che ha giurato solo il 20% degli studenti.

Come recita la saggezza popolare, tutto è lecito in amore, in guerra e in affari. Soprattutto in quest’ultimo campo. Il caso di Harvard dimostra che è addirittura più facile giurare «fedeltà eterna» a una donna che «eterna onestà» a un investitore, in particolare quando si tratta di promettere – come recita il decalogo del manager etico – che «prenderò decisioni in piena buona fede e mi guarderò dalla decisione e dai comportamenti che lusinghino la mia personale, piccola ambizione ma danneggino l’azienda e il contesto sociale in cui opera». Dopo dieci mesi di devastante crisi finanziaria ed economica, dopo la vicenda Madoff e l’incubo «hedge funds», dopo gli effetti deleteri degli «incentivi egoistici dei manager» meglio conosciuti come stock option, è facile capire perché l’80 per cento dei futuri banker ci abbia pensato due volte prima di dire «Io giuro». E poi non l’ha detto.

Il filosofo e logico austriaco Ludwig Wittgenstein, il quale sulla delicata materia studiò una vita, sosteneva che «l’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale». Ma anche soltanto una dichiarazione di principio, addirittura volontaria come nel caso del decalogo di Harvard, sarebbe stata bene vista, dal rettore dell’ateneo fino all’ultimo dei risparmiatori americani. In fondo si trattava di un’intelligente, purtroppo fallita, operazione-immagine dopo i moralmente opinabili comportamenti della finanza globale dell’ultimo periodo. L’onestà non si insegna, e non si assegna con una «patente». Riconoscerla come valore a cui tendere la propria azione, però, non è inutile. Anche per un popolo come quello americano che non trova parola migliore per definire l’avidità che «giusta».

Mestiere difficile di questi tempi il businessman. La follia delle jacquerie sindacali ha partorito di recente la rappresaglia dei «rapimenti manageriali». Un abominio, anche per chi nutre perplessità sui conflittuali rapporti tra «etica» e «capitalismo». Ma ai giovani manager di Harvard – per i quali peraltro l’attestato etico non è obbligatorio nel curriculum accademico: potranno comunque lavorare nelle imprese americane – si chiedeva soltanto di promettere di non rubare. Se già questo è troppo, allora ha davvero ragione il vecchio Gekko. È tutta una questione di soldi.