Raramente un documento giuridico ha scatenato tante discussioni come una bozza che sta discutendo il Consiglio d’Europa (organismo che niente ha a che fare con l’Ue). Stiamo parlando della “Risoluzione sui diritti e lo status legale dei minori e sulle responsabilità genitoriali”, che è stata esaminata e votata, con 23 sì, 2 no, tra cui quello italiano, e 8 astensioni, a metà ottobre in sede di comitato tecnico giuridico del Consiglio e dovrebbe essere approvata al Comitato dei ministri degli Esteri degli Stati membri dell’organismo a gennaio. Già oggi, però, nel corso di un altro Comitato dei ministri a Strasburgo, l’Italia è intenzionata a chiedere il ritiro del documento.

La bozza, pur riconoscendo le diversità normative degli Stati membri, fa riferimento a metodi controversi come la fecondazione eterologa per coppie omosessuali o alle “madri surrogate”. Secondo Luca Volonté, presidente del gruppo Udc alla Camera e membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, «il documento lancia il messaggio che il Consiglio d’Europa raccomanda la legalizzazione di queste pratiche». E Carol Soelberg, presidente di United Families International, teme che il testo «sia usato come nuovo strumento di pressione sui Paesi considerati “conservatori”».

«Timori infondati – si difende Edo Korljan, segretario della Commissione sul diritto familiare del Consiglio d’Europa e autore della bozza di raccomandazione, interpellato da <+corsivo>Avvenire<+tondo> – non c’è niente di cogente in questo documento: primo perché è una raccomandazione e dunque di per sé non vincolante, secondo perché si riconosce esplicitamente che nessuno Stato è obbligato a introdurre pratiche o norme non contemplate».

Il testo prevede una limitazione del diritto del bambino di conoscere chi siano i suoi genitori biologici in caso di donazione di ovulo o seme o di embrione. Nel principio 4 si legge che «come regola generale, i bambini dovrebbero avere accesso alle informazioni registrate sulle proprie origini». Se poi però si va a vedere il memorandum esplicativo allegato, si legge che «bisogna trovare un equilibrio tra i diritti del bambino di conoscere le proprie origini… e il diritto tra l’altro di genitori biologici di restare anonimi». «È un passaggio cruciale», sottolinea Korljan.

La cosa assume un particolare rilievo soprattutto nel caso, implicito nel principio 17, di fecondazione artificiale per coppie omosessuali previsto in alcuni Paesi europei. Il memorandum esplicativo specifica in effetti che il Principio 17 «non preclude agli Stati che permettano matrimoni o unioni registrate omosessuali di riconoscere che la donna sposa o partner registrato della madre, che ha concepito il bambino come risultato di una procreazione assistita, sia considerato genitore legale». In questo caso, soprattutto quando si tratta di una coppia di due donne, il bambino potrebbe vedersi negato il diritto di conoscere l’identità del padre biologico, visto che il “padre” in questo caso diverrebbe una delle due donne in questione e il donatore del seme vorrebbe restare anonimo.

«Gli Stati – si legge infatti – possono prevedere norme secondo cui i donatori di gameti o embrioni non sono considerati genitori legali», del bambino. Non basta, c’è anche spazio per gli “uteri in affitto”: nel Principio 7 sull’affiliazione materna, paragrafo 3 si afferma esplicitamente che «gli Stati che abbiano una legislazione sulle maternità surrogate sono liberi di provvedere a norme speciali per tali casi».

Significativamente, tra chi ha votato contro in sede di comitato tecnico, oltre all’Italia figura – ma per opposta ragione – la Svezia. Il Paese scandinavo lamenta il fatto che sia stato tolto (ma recuperato, come si è visto, nel memorandum esplicativo) l’esplicito riferimento alle unioni omosessuali. La Norvegia, che pure ha votato sì, addirittura lamenta il riferimento “ai soli Stati” che consentono tale pratiche, mentre avrebbe voluto sancire un principio valido per tutti

Giovanni Maria Del Re da Avvenire