La denuncia del sociologo Donati: welfare ormai obsoleto Subito un Piano nazionale nel segno della sussidiarietà • Anche in Europa interventi frammentari e opportunistici Stevens (Oecd): scelte lungimiranti per le politiche familiari aiutano in modo decisivo la coesione sociale
di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire del 28 settembre 2010

Il lungo inverno demografico del vecchio continente (in particolare dell’Italia) potrà finire solo se, finalmente, si attiveranno politiche familiari alternative alle attuali for­me di welfare, obsolete e ideologiche. Questa la sfida lancia­ta ieri a Bologna da Pierpaolo Donati, direttore scientifico del­l’Osservatorio nazionale sulla famiglia, che ha promosso un Seminario (oggi la sessione conclusiva) sullo stato dell’arte in Europa con l’intento di dare un pro­prio originale contributo alla pros­sima conferenza nazionale in pro­gramma a Milano dall’8 al 10 no­vembre. Donati riassume così la sua proposta: «Come l’Europa ha già u­na gamba, quella del gender e del­le pari opportunità, sulla quale si stanno investendo risorse, azioni e programmi occorre che la Ue si do­ti di un’altra gamba, un family main­streaming che abbia la stessa dignità e lo stesso peso». Senza questa scelta di campo l’aria nuova che si respira in Europa sulla famiglia rischierebbe di essere velleitaria. Anche perché i problemi non mancano. «Gli interventi – sintetizza il socio­logo – sono in genere frammentari e opportunistici.

In qualche caso la famiglia non più è oggetto delle politiche che la dovrebbero riguardare direttamente». I fenomeni che registriamo, «aumento dei single, delle famiglie senza figli, della monogenitorialità che si accompagna ad un calo dei matrimoni, sono dovuti proprio ad un deficit relazionale. Ov­vero osserviamo che in Europa c’è un progressivo indeboli­mento delle reti parentali insieme a una perdita del capitale sociale rappresentato dalla famiglia». «Notiamo – spiega Do­nati – che nei paesi dell’Ue c’è un bisogno insoddisfatto di fa­miglia perché i governi continuano a considerarla un costo (e quindi un rischio), un vincolo (e non una risorsa)». Il rimedio suggerito da Donati è radicale. «Serve un welfare comune al­l’Unione europea che aumenti i beni relazionali della fami­glia. Che non è solo un luogo di cura e non solo una realtà a­nagrafica ma ha una sua specificità: quella generativa». Mai più allora il modello scandinavo ‘lib-lab’ ma una politica ad hoc che abbia come mission il ‘fare famiglia’ ovvero «il crea­re le condizioni perché sia possibi­le generare e rigenerare i beni rela­zionali». Una ricetta che riguarda da vicino anche l’Italia dove, se­condo il sociologo, «le politiche fa­miliari sono deboli e dove chi si prende la responsabilità di una fa­miglia rischia l’anticamera della po­vertà perché, ad esempio, paga più tasse dei single e di chi non ha figli». In questo vuoto, osserva ancora «sono emerse tante iniziative locali, dal microcredito al quo­ziente familiare, ma sono ancora insufficienti e talvolta inef­ficaci». Per cambiare rotta, è la conclusione di Donati, ci vuo­le un Piano nazionale nel segno della sussidiarietà e della so­lidarietà che restituisca cittadinanza sociale alla famiglia po­nendosi come obiettivo, tra gli altri, una valutazione dell’im­patto familiare dei provvedimenti legislativi. Politiche lungi­miranti e flessibili che più di altre, come ha ricordato Barrie Stevens dell’Oecd nella relazione introduttiva sugli scenari fi­no al 2030 «possono avere successo, più di altre, per affronta­re sfide come la conciliazione famiglia-lavoro, la coesione so­ciale, il ruolo degli anziani nella famiglia».