Le suore Misericordine di Lecco a un dibattito dei Medici cattolici «Per noi non è mai stata un caso. Ma qualcuno voleva proprio questo»
di Valeria Chianese
Tratto da Avvenire del 26 aprile 2009

Il ricordo di Eluana palpita vivo negli occhi delle suore che per lungo tempo l’hanno accudita.

È lei stessa, la donna assistita, coc­colata, curata con amore per 16 an­ni, è viva, presente, reale, nelle pa­role tenere e sussurrate, nei sorri­si che si indovinano commossi di suor Annalisa Nava, Madre gene­rale delle Suore Misericordine e di suor Rosangela Ferrario. La storia di Eluana Englaro, la tragica vicen­da che ha scosso le coscienze di tutti ed ha posto ineludibili inter­rogativi sul vivere e sul morire, ol­tre a determinare un profondo e talvolta aspro dibattito a livello po­litico, giuridico e legislativo tutto­ra in corso, è stata ripercorsa ieri in Campania. Le due suore sono state ospiti di un incontro pro­mosso ed organizzato dalla sezio­ne ‘ San Giuseppe Moscati’ del­l’Associazione medici cattolici ita­liani (Amci) dell’arcidiocesi di A­malfi- Cava de’ Tirreni. Un dibatti­to pubblico ospitato nella sala Pao­lo VI dell’episcopio cavese dal si­gnificativo titolo anche perché ri­prende la frase di Matteo (25, 35) ‘ Poiché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere…’.

«Noi non ci riteniamo meritevoli di nulla», ha spiegato subito suor Rosangela Ferrario, che è stata la religiosa più vicina alla giovane e sfortunata Eluana, quella che l’ha assistita amorevolmente e con de­dizione assoluta, durante i lunghi anni della disabilità. «Sono più e­roiche le famiglie che accudiscono questi malati, nella solitudine e spesso nel dolore – ha aggiunto –. È questo che vorremmo dire alla politica. Grazie a questa esperien­za, capiamo quanto sia difficile per le famiglie avere aiuti, supporti, strutture, sovvenzioni». E ‘togliere il sondino’, in questa realtà com­plessa e solitaria, diventa parados­salmente la soluzione più sempli­ce, la più triste e al tempo stesso la più facile. «Dopo tanti anni accan­to ad una persona malata, che non comunica esplicitamente, la ten­tazione di lasciare viene, se non si può contare su aiuti importanti», ha poi sottolinea suor Annalisa, che ha spiegato co­me dall’esperienza della cura di Elua­na tutte le religiose abbiamo imparato tanto sulla persona fragile. E, soprat­tutto, abbiano compreso come, attraverso il dolore umano, ci si possa sentire più vicini al Cristo sofferente.

Così la speranza non ha mai cessato di esistere, come non veniva meno il respiro seppu­re flebile di Eluana. I giorni suc­cessivi alla sentenza della Cassa­zione che ha pronunciato una pa­rola decisiva per la sorte della gio­vane donna – hanno ricordato an­cora le suore – sono forse stati i più difficili. «Eluana non è mai stata un ‘caso’, lei non è mai stata un ‘fa­stidio’, non ha mai creato ‘distur­bi’», osserva suor Rosangela. «In questi ultimi mesi è diventata un ‘ caso’, ma forse c’era qualcuno che voleva proprio questo».

Difficile è stato gestire quello che suor Annalisa definisce «l’accani­mento mediatico», la propensione stupefacente ad «alterare la verità». È stato soprattutto questo aspetto che «ci ha rattristato», è stato il commento di monsignor Orazio Soricelli, arcivescovo di Amalfi e Cava de’ Tirreni. «Abbiamo visto un’Italia divisa tra chi era a favore del­la vita e chi in op­posizione, con e­goismo, con libertà presunta, con l’au­todeterminazione ad ogni costo. Sia­mo rimasti però molto colpiti dalla semplicità delle nostre sorelle – ha detto ancora –. Molti cristiani dan­no ai loro malati al­trettanto, nel silen­zio delle famiglie». Ed è questo che nella storia di Eluana e nei suoi giorni si può riconoscere di positi­vo. «Il valore della carità e il dover prendersi cura di questi fratelli am­malati. È emerso questo problema con tutto il disagio e delle man­chevolezze», è stata ancora l’opi­nione del vescovo. Tre sono i motivi che hanno con­vinto Giuseppe Bettimelli, presi­dente diocesano e consigliere na­zionale Amci, a preparare l’incon­tro di ieri. Che «fosse di testimo­nianza, per onore della verità e del­la giustizia». «Le suore Misericor­dine hanno scritto una pagina di autentica carità cristiana – ha spie­gato –. Hanno messo al centro la persona disabile, di cui tutti si de­vono prendere cura. E questo è u­no dei valori più laici di una società democratica, che la rafforza e la ca­ratterizza: prendersi cura del disa­bile e del debole». Il cammino è ap­pena agli inizi. La legge in Parla­mento sul fine vita e sul testamen­to biologico ha, secono Bettimelli, un buon inizio, una buona base di discussione. È il seguito che lascia incerti e timorosi, perché potreb­be essere modificata e non verso la vita. Ora Eluana dorme in pace e forse – ha concluso Bettimelli – il suo sacrificio non è stato vano se consentirà alla politica di aiutare altre famiglie». Lei vive nel cuore delle suore e in un suo golfino bian­co che suor Annalisa conserva.