Scola: nell’umanità tanto desiderio d’infinito • «Il crollo degli assoluti mondani renderà più evidente il vuoto dell’individualismo e qui prenderà forma la proposta della familiarità di Dio con noi» • «L’incontro tra Bignardi e Cesana nel 2004? Non fu simbolico Quell’unità regge ancora. Ma adesso deve iniziare una nuova stagione dell’impegno politico dei cattolici»
di Paolo Viana
Tratto da Avvenire del 26 agosto 2010

Patriarca Scola, Il Meeting sostiene che il nostro cuore  desidera cose grandi; ma l’uomo postmoderno, se­colarizzato, laicizzato, può davvero desi­derare Dio?
Il desiderio umano – ci risponde il Patriar­ca di Venezia al termine dell’incontro su Chiesa e postmodernità seguito da migliaia di persone – è il tendere di tutto il mio io al­l’incontro con il mondo reale. Possiamo tendere a obiettivi fallaci ma, come Ago­stino scrive, ‘Tu ci hai creati per te ed il no­stro cuore è inquieto finché non riposa in te’. Cuore è la parola giusta per dire desi­derio: permette di volgerci con affetto a ciò che non si possiede, al­le ‘cose grandi’ ri­chiamate dal Meeting, e nulla vi è di più gran­de di Dio, al punto che non si trova pace fin­ché non si riposa in Lui. Ogni altro deside­rio che tesse la trama quotidiana dell’uma­na esperienza – il desi­derio di avere la vita salva, di amare e di es­sere amato, di edificare la città – rinvia ‘più in là’.

La tradizione giudaico-cristiana è stata di fatto rinnegata dall’Unione europea e in I­talia periodicamente si riapre la guerra sui crocifissi nelle aule scolastiche. Per la società, come si diceva una volta, Dio è morto?
Fino a quindici anni fa si parlava dell’eclissi di Dio ma nella post-modernità, che si è a­perta con la caduta dei muri, la domanda oggi non si pone più termini ‘Esiste Dio?’ ma ‘Come averne notizia?’. Per parlare di Dio all’uomo post-moderno occorre do­mandarsi se c’è una ‘familiarità’ con lui e io ritengo che la convinzione che Dio si è fatto conoscere e si è reso familiare perché si è compromesso con la storia degli uo­mini sia nel DNA della mentalità occiden­tale. Per questo, puntualmente, riaffiora nel reale la grammatica attraverso cui il Dio che si è coinvolto con la storia continua a darci notizia della sua presenza tra noi. Di­ceva Wojtyla: ‘Eppure esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza comune dell’uomo’.

Quindi è possibile parlare di Dio anche al­la politica?
Il politico – come tutti – deve guardarsi dal rischio di inseguire gli idoli. Elliot diceva che gli uomini si illudono di poter costrui­re sistemi così perfetti che evitino loro di es­sere buoni.

Il federalismo rientra tra questi?
Il federalismo è buona cosa se è un meto­do, perché allora non può rompere l’unità del Paese ma solo valorizzarla. Ci vogliono però dei momenti di verifica: un metodo è valido se è efficace, se consente all’econo­mia di ottenere il massimo risultato con i minimi mezzi, e se rispetta i criteri di giu­stizia. Il Nord non può crescere a scapito del Sud ma l’egualitari­smo spesso provoca ingiustizie.

Il respingimento de­gli immigrati è un’in­giustizia?
Paolo VI definì la Chie­sa una realtà etnica sui generis: l’accoglienza rappresenta un dove­re per noi, ma i sog­getti in campo sono almeno tre. Oltre alla Chiesa che pratica la carità, ci sono le isti­tuzioni che devono dare una risposta or­ganizzata al fenomeno, risposta che dev’es­sere europea e prevedere anche dei limiti. Evitiamo scontri tra rigidisti e buonisti: la responsabilità del governo è oggettiva, co­sì come la Caritas ha il dovere di prender­si cura anche dei clandestini, nel rispetto delle leggi. Il terzo soggetto è la società ci­vile, ancora forte e vitale checchè dicano certi politologi. L’Italia ha la più ricca e ar­ticolata società civile dell’Europa: è lì che deve avvenire l’integrazione.

Se tutto è così semplice e chiaro, perché non riusciamo a ‘desiderare cose gran­di’?
La difficoltà principale sta in questo: la no­stra epoca è contraddistinta da un indivi­dualismo psicologico e sociale di vasta por­tata che rende fragili i rapporti umani, spe­cialmente la trasmissione del significato della vita tra le generazioni. Nel post-mo­derno l’individualismo è inteso in senso neutro, né buono né cattivo, è meccanica ed ossessiva attenzione al valore singola­re dell’uomo come singolo autonomo e se­parato.

Con quali conseguenze sociali?
Il fatto che in Occidente l’età della morte si sia elevata di molto e in breve tempo ha fatto sì che il figlio sia diventato il prodot­to di una riduttiva aspirazione soggettiva e ciò ha riformulato la percezione che le persone hanno di se stesse: non si sento­no più chiamate a far parte della catena delle generazioni, ma anzitutto a realizza­re la propria autonomia; non si conside­rano più responsabilmente inserite in un tessuto di compiti e doveri, ma in una tra­ma di voglie e aspirazioni.

Il quoziente famigliare aiuterebbe a rad­drizzare la rotta?
L’idea che sta dietro il quoziente famiglia­re rappresenta un’istanza sacrosanta: o questo Paese si decide a darsi una politica famigliare veramente preveggente oppu­re ci renderemo responsabili di un’involu­zione sociale molto pericolosa perchè la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna aperto alla vita è la base per rico­struire il Paese. Certo, il crollo degli asso­luti mondani renderà più evidente il vuo­to dell’individualismo e sarà soprattutto su questo terreno che prenderà forma la pro­posta della familiarità di Dio con noi, che potrà fiorire solo grazie alla paziente rico­struzione di relazioni buone e pratiche vir­tuose. Non se ne esce facendo geremiadi, servono testimoni che risuscitino la nostalgia di Dio – la santità -. E la Chiesa – al di là dei li­miti del suo personale – è il popolo dei testi­moni.

Proprio qui, a Rimini, nel 2004 con l’incon­tro Bignardi-Cesana il laicato cattolico ha ri­trovato la sua unità. O­ra c’è chi sostiene che il clima sia cambia­to e parla di un nuovo dualismo progres­sisti- conservatori. Cosa ne pensa?
Negli ultimi sei-sette anni, dopo il grande sforzo di Giovanni Paolo II e le riflessioni ecclesiologiche di Benedetto XVI, la situa­zione all’interno della Chiesa è prevalen­temente orientata all’unità: le chiese loca­li adottano uno stile di collaborazione e la consulta dei laici è un luogo di incontro per tutti. Quello tra Bignardi e Cesana non e­ra un incontro simbolico, rappresentava un indirizzo preciso: la pluriformità dentro l’unità ecclesiale. E quell’unità regge an­cora. Diverso il discorso sulla presenza dei cattolici in politica, ma proprio chi ci ri­chiama spesso a tenere ben distinti i due ambiti non dovrebbe fare confusione…

In politica i cattolici che militano nei diver­si schieramenti posso­no desiderare cose grandi insieme?
Chi si impegna in poli­tica deve dimostrare che la fede nel Dio in­carnato incide anche nella vita quotidiana, dalla sessualità alla e­dificazione di una so­cietà plurale, alla bioe­tica, temi da affrontare in confronto con gli altri soggetti che ani­mano la società plurale. E qui deve inizia­re una nuova stagione dell’impegno poli­tico, come quella auspicata dal Papa e dal cardinal Bagnasco. Servono meno adulti chierichetti dietro l’altare e più adulti co­scienti della propria fede nella realtà poli­tica, economica e sociale del nostro Paese.